Il cimitero di elettrodomestici e iPad

| Più aumenta la produzione dei prodotti come lavatrici, condizionatori, computer, smartphone e tablet più cresce la quantità di rifiuti elettronici. Che devono essere smaltiti e riciclati in modo corretto

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Di Marco Belletti
Una stima forse non precisa ma sicuramente molto indicativa afferma che nel 2018 in tutto il mondo sono state gettate nell’immondizia qualcosa come 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. In circa la metà dei casi si tratta di dispositivi come computer, schermi, smartphone e tablet. Il resto sono grandi elettrodomestici e apparecchiature di riscaldamento e raffreddamento. Se fossero tutte lavatrici si tratterebbe di un miliardo di pezzi, oppure oltre 83 miliardi di iPad.

Per riflettere sui problemi ambientali (e non solo) che questa enorme mole di oggetti provoca, l’anno scorso si è svolta la prima “giornata internazionale dei rifiuti elettronici”, il cui obiettivo è stato sensibilizzare i cittadini e le istituzioni sulla impellente necessità di gestire correttamente la grande quantità di rifiuti in quanto sono gli stessi consumatori a essere fondamentali per il riciclaggio dei rifiuti elettronici.

A organizzare l’evento è stata WeeeForum (l’associazione internazionale delle organizzazioni di responsabilità dei produttori di rifiuti elettronici, dove WEEE sta per Waste of Electrical and Electronic Equipment) coinvolgendo oltre 50 organizzazioni di 40 Paesi in tutto il mondo. Numerose le iniziative intraprese: oltre a conferenze ed eventi, educazione scolastica anche con giochi per i più giovani, campagne d’informazione nei negozi per il corretto smaltimento dei rifiuti elettronici e concorsi sui social media.

Visto il successo della precedente edizione, WeeeForum ne ha programmata una seconda che si svolgerà in tutto il mondo il 14 ottobre 2019, durante la quale gli organizzatori vogliono approfondire ulteriormente i temi relativi a questo particolare genere di riciclaggio, il cui trend è in forte e costante crescita. Tuttavia, soltanto il 20 per cento dei rifiuti elettronici prodotti ogni anno in tutto il mondo è correttamente riciclato quindi circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici nel 2018 sono stati immessi in discarica, bruciati o trattati illegalmente nonostante in due terzi del mondo esistano precise legislazioni sui rifiuti elettronici. Questo spreco provoca una forte perdita di materie prime preziose e critiche per l’ambiente causando gravi problemi sanitari, ambientali e sociali anche con spedizioni illegali di rifiuti verso i Paesi in via di sviluppo.

Nella stessa Unione Europea – all’avanguardia per quanto riguarda il riciclaggio dei rifiuti elettronici – solo il 35 per cento è ufficialmente segnalato come raccolto e riciclato. La mancanza di consapevolezza pubblica sta impedendo alle nazioni di sviluppare economie circolari per le apparecchiature elettroniche. Questa consapevolezza permetterebbe a oggetti che utilizziamo tutti i giorni giunti a fine vita o semplicemente sostituiti con altri nuovi pur essendo ancora funzionanti, di essere sottoposti a trattamenti specifici e soprattutto sicuri per l’uomo e per l’ambiente.

Del resto, come detto, si tratta di un problema in costante e inevitabile crescita: non esiste rifiuto elettronico che non derivi da un dispositivo precedentemente prodotto e a fronte di una maggiore quantità di tecnologia immessa sul mercato, corrisponde un relativo aumento di rifiuti elettronici. Cambiare un televisore o un frigorifero è semplice, smaltire miliardi di vecchi pezzi nel modo corretto è decisamente più articolato.

In Europa si è iniziato a sviluppare una strategia per i rifiuti elettronici all’inizio del Duemila quando apparve chiaro che le enormi quantità di WEEE avrebbero dovuto essere trattate in modo specifico per evitare danni permanenti all’ambiente. La direttiva 2002/96 introdusse il principio di “responsabilità estesa del produttore”: in pratica, chiunque immetteva sul mercato materiale elettronico diventava responsabile dello smaltimento di un’identica quantità in peso di rifiuti elettronici che in Europa ha toccato i 9 milioni di tonnellate.

In Italia la direttiva europea del 2002 è stata recepita nel 2005 con un decreto legislativo che permetteva alle aziende produttrici di gestire (in modo singolo o collettivo con dei consorzi) i rifiuti suddividendoli in 5 raggruppamenti: freddo e clima; grandi apparecchi; TV e monitor; informatica, elettronica di consumo, piccoli elettrodomestici e apparecchi di illuminazione; sorgenti luminose.

Nel 2018 la quantità di rifiuti trattati correttamente ha superato le 300 mila tonnellate di cui oltre 105 mila gestite dal grande consorzio Ecodom che associa 124 produttori. In Italia operano altri 14 consorzi coordinati in modo da garantire il corretto funzionamento del sistema: una vera eccellenza a livello europeo.

Ma – come si dice – non è tutto oro quel che luccica, in quanto un grave problema non solo italiano è la presenza di aziende che sfuggono a ogni tipo di controllo e che eseguono operazioni di trattamento e smaltimento senza rispettare gli standard di qualità, a volte con azioni decisamente illegali, come l’abbandono dei rifiuti in discariche abusive. Secondo recenti ricerche, in Italia, il sistema “informale” gestirebbe ogni anno circa il 30 per cento dei rifiuti nazionali con una percentuale dei flussi “clandestini” fino al 47 per cento.

In un recente convegno che si è svolto a Roma i rappresentanti dei maggiori consorzi di Francia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Olanda e Italia hanno messo a confronto i rispettivi sistemi e i problemi da risolvere, verificando proposte per migliorare la raccolta e il trattamento dei rifiuti. I risultati dei lavori hanno messo in evidenza che è fondamentale bloccare al più presto le attività illecite con (per esempio) la consegna obbligatoria dei rifiuti ai consorzi, il divieto di pagare in contanti le transazioni relative ai rottami e ai rifiuti in generale e l’introduzione di standard di trattamento obbligatori per legge. Queste proposte sono necessarie e fondamentali in quanto le nuove normative europee indicano che il valore minimo di raccolta all’anno deve essere pari al 65 per cento del totale: obiettivo che nessun Paese in Europa sembra in grado di soddisfare, ma che sarebbe possibile raggiungere se la legge fornisse maggiori garanzie agli operatori dei consorzi ufficiali e pene più severe agli abusivi. Per il bene del pianeta.

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