Il dazio che inquina

| La guerra commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina potrebbe influire negativamente sul miglioramento della qualità dell’aria. I maggiori costi spingono la nazione asiatica a utilizzare fonti più economiche, come il carbone

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Di Marco Belletti
Partiamo da due paradossi che riguardano la Cina. Il primo è che pur essendo il principale operatore al mondo per quanto riguarda le fonti pulite di energia – addirittura con una posizione di leadership nella produzione delle tecnologie – la grande nazione asiatica rimane il principale (e di gran lunga) inquinatore globale di gas a effetto serra. 

Basti pensare che negli ultimi due anni la produzione di CO2 della Cina è fortemente cresciuta, mentre al contrario sono calati gli investimenti nel solare e nell’eolico. Il motivo sono alcune modifiche ai sistemi di incentivazione da parte dello stato.

Queste modifiche hanno avuto un’immediata ripercussione a livello mondiale tanto che nel 2018 – per la prima volta nella storia – gli investimenti planetari in energie pulite sono calati rispetto all’anno precedente. A dimostrazione del peso assoluto e percentuale ricoperto dalla Cina in questo genere di attività.

E questo ci porta al secondo paradosso: la Cina praticamente in tutta la storia dell’umanità è stato il Paese più popoloso e molto spesso una delle economie più significative e importanti. Nonostante ciò, ancora oggi non tutto il resto del mondo è disposto ad accettare la potenza cinese come uno dei protagonisti dell’economia mondiale. L’atteggiamento di Trump sembrerebbe mettere in evidenza un certo timore nei confronti della Cina da cui deriva la sfida con una guerra commerciale e l’imposizione dei dazi, ma a ben guardare non è così. Il presidente USA in realtà non ha una grande considerazione dell’avversario, in quanto se si rendesse conto dell’enorme potenziale del colosso asiatico non lo attaccherebbe in questo modo, con la quasi certezza di uscirne perdente e con le ossa rotta, o meglio con quelle dei cittadini statunitensi.

Questa sottovalutazione della Cina è dovuta al fatto che – nonostante il suo peso demografico e sociale e per quasi tutta la sua storia recente – la nazione è rimasta ai margini della geopolitica mondiale. Dapprima per il lento declino del suo millenario impero, quindi per la colonizzazione europea quasi riuscita, per la nascita della Repubblica seguita dalla dura guerra civile per poi giungere alla fase della repubblica popolare che isolò il Paese dal mondo, fino alla fase di rapide e forti riforme introdotte da Deng Xiaoping.

Tornando al forte contributo della Cina all’inquinamento atmosferico, è ovvio che la tensione commerciale con gli Usa non può che incrementare questa tendenza, rendendo meno vicina la decarbonizzazione del Paese, fatto fondamentale per contenere a livello globale il cambiamento in peggio del clima del pianeta.

“Rienergia” – la rivista online sulle risorse energetiche – ha approfondito questo tema e il primo aspetto che ha messo in evidenza è quanto siano costose le politiche di decarbonizzazione: è decisamente più facile attuarle in fasi in cui l’economia è in crescita, molto meno semplice realizzarle durante le violente turbolenze commerciali tra le due superpotenze mondiali.

Negli anni il processo di integrazione dell’economia cinese ha accelerato la sua velocità ma negli ultimi mesi la guerra dei dazi sta provocando seri problemi: sono stati introdotti dazi del 25 per cento su 50 miliardi di dollari di merci cinesi a cui se ne sono aggiunti altri del 10 per cento su ulteriori 200 miliardi di dollari. Infine, a maggio 2019, la percentuale è salita al 25 per cento.

Questi dazi possono incidere sull’economia reale? Indubbiamente, come per tutti i Paesi in fase di sviluppo, la Cina vede accrescere la domanda energetica cercando in ogni modo di ridurre al massimo le conseguenze ambientali, che già stanno danneggiando in maniera evidente le principali città della nazione.

Negli ultimi dieci anni – secondo un rapporto recentemente diffuso dall’UNEP (lo United Nation Environment Program) – la Cina è il principale investitore globale in nuova capacità da fonti rinnovabili con investimenti per 758 miliardi di dollari: ben di più della spesa degli USA (356 miliardi di dollari) e del Giappone (202 miliardi di dollari).

E meno di quattro anni fa la Cina ha fissato un nuovo obiettivo: produrre il 50 per cento della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2030, limitando in questo modo il consumo delle fonti fossili.

La guerra dei dazi sta minando questo investimento sul futuro. Per esempio, l’utilizzo del gas naturale (la meno inquinante delle fonti fossili) è a forte rischio visto che la Cina ne importa una grande quantità dagli Stati Uniti: il proseguimento della guerra tariffaria potrebbe scoraggiare l’import e facendo propendere chi governa nella nazione asiatica a un ritorno verso il ben più economico carbone, di cui esistono in Cina ingenti riserve. E inoltre, mancando certezze sul futuro con prospettive economiche in crescita, le industrie cinesi potrebbero posticipare la riconversione “verde”.

“Rienergia” conclude mettendo in evidenza come a livello mondiale il calo costante dei prezzi della tecnologia fotovoltaica ed eolica – che è cruciale per un aumento di utilizzo delle energie alternative – subirà sicuramente uno stop dal proseguimento delle tensioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti.

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