Inquina più la plastica o la carta?

| Secondo alcuni studi, sembra che le restrizioni nell’uso di sacchetti di plastica non portino un beneficio all’ambiente. Per produrre borse di carta o cotone si hanno impatti inquinanti ben più evidenti. La soluzione è l'uso a lungo termine

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di Marco Belletti

Sono quasi 26 milioni le tonnellate di rifiuti di plastica che – secondo le stime dell’Unione Europea – vengono prodotte oggi anno nel nostro continente. Meno del 30 per cento è riciclato, quasi il 40 incenerito e un altro 30 finisce in discarica.

Sempre secondo i dati comunicati dall’UE, produrre e quindi incenerire la plastica provoca globalmente circa 400 milioni di tonnellate di CO2all’anno, e se tutti i rifiuti di plastica fossero riciclati, ogni anno si risparmierebbe l’equivalente di tre miliardi e mezzo di barili di petrolio o – se preferite – 500 milioni di kg di oro nero.

Per questi motivi l’Europa nel 2018 ha chiesto ai vari Paesi di vietare la distribuzione gratuita dei sacchetti in plastica non biodegradabili nei supermercati. In questo caso l’esempio italiano è emblematico in quanto già nel 2011 aveva avviato un piano di progressiva riduzione, culminato nel 2018 con l’introduzione dei sacchetti biodegradabili a pagamento per l’ortofrutta.

L’uso dei sacchetti di plastica è regolato da direttive che lasciano ampio spazio di manovra ai singoli Paesi: unico obiettivo, non superare l’uso annuale di 90 borse a persona entro il 2019 e 40 entro il 2025. Gli Stati sono liberi di raggiungere questo obiettivo come preferiscono, con restrizioni alla distribuzione o l’imposizione di una tassa. Inoltre, per quanto riguarda i sacchetti ultraleggeri (di spessore inferiore a 15 micron) ogni nazione può scegliere il comportamento da adottare a piacimento: si tratta di quelli usati per motivi igienici e non per il trasporto, cioè per poter pesare e contenere frutta e ortaggi. Dall’anno scorso in Italia devono essere per legge biodegradabili, compostabili e ceduti a pagamento e per quest’ultima imposizione è emerso un problema: credendo di “ribellarsi” a un obbligo, sono stati numerosi i consumatori che hanno preferito acquistare frutta o verdura già confezionata in vaschette di plastica non biodegradabile, senza considerare che anche su questi prodotti confezionati si paga, incluso nel costo, la confezione.

A parte quest’ultimo trascurabile aspetto, sembrerebbe che le iniziative di restrizione nell’uso dei sacchetti di plastica portino un concreto beneficio all’ambiente, ma a sentire alcuni studi (tra cui uno diffuso dalla Danish Environmental Protection Agency) non sarebbe del tutto vero. L’agenzia ministeriale danese ha analizzato le migliori alternative a disposizione in Danimarca in sostituzione del polietilene a bassa densità (LDPE) usato per i tradizionali sacchetti in plastica: il polipropilene, il polietilene tereftalato riciclato (PET), i biopolimeri derivati dall’amido, la carta (sbiancata e non), il cotone (organico e convenzionale) e infine il materiale composito (juta, polipropilene, cotone).

La ricerca ha analizzato tutte le possibilità di smaltimento – incenerimento, riciclo, riuso come sacchetto per la spazzatura prima dell’incenerimento – per i sacchetti in ognuno dei materiali ed è emerso abbastanza a sorpresa che è proprio la borsa in LDPE quella con il minore impatto ambientale, seguita da quelle in carta e in biomateriale. Per giungere a questa conclusione sono stati considerati numerosi fattori come tossicità per gli esseri viventi, radiazioni ionizzanti, spreco di risorse terrestri e acqua.

Qualsiasi sia il materiale di cui è fatto, il sacchetto va riutilizzato il maggior numero di volte possibile (il cosiddetto “riuso primario”) e quindi impiegato come sacco della spazzatura (“riuso secondario”) e infine smaltito per ridurre l’impatto ambientale. Obbligare all’utilizzo di differenti tipi di sacchetti – benché biodegradabili – crea un danno all’ambiente ed è particolarmente evidente valutando come le persone che prima riutilizzavano la sporta della spesa per altri scopi (come la raccolta delle deiezioni del cane o per rivestire il cestino della spazzatura) ora devono acquistarne di nuovi per questi scopi.

In questo modo il danno ambientale è doppio perché i sacchetti per la spazzatura sono più spessi (e quindi contengono più plastica) di quelli della spesa e perché, dove è in vigore il divieto per la plastica, si usano quelli di carta che non può essere riutilizzata come sacchetto della spazzatura. Certo, la carta è biodegradabile e risolve molti dei problemi legati alla plastica, ma la sua maggiore diffusione non è necessariamente un bene per l’ambiente che – secondo alcuni studi – sarebbe più danneggiato dalla carta.

Ad affermarlo è l’Environment Agency del Regno Unito: il maggiore impatto ambientale di un sacchetto è causato dallo sfruttamento delle risorse utilizzate per la sua produzione. Nel caso della carta si tratta di alberi che vengono abbattuti e lavorati con vasto impiego di acqua, sostanze chimiche, combustibile e macchinari. Per essere prodotti, i sacchetti di carta richiedono fino a 70 volte l’energia necessaria per quelli di plastica e 17 volte in più di acqua. E anche per riciclarli è necessaria più energia. 

Invece, la fabbricazione delle borse in cotone è tra le più dispendiose in termini di energia: la Danish Environmental Protection Agency sottolinea che quelle in cotone organico andrebbero riutilizzate almeno 150 volte per azzerare l’impatto sull’ambiente della loro produzione, quelle in cotone convenzionale almeno 50 volte. Le sporte in cotone diventano ecologiche solo se non le si getta mai e si evita assolutamente di utilizzarne di altri tipi.

E non ce n’è neppure per i materiali considerati ecologici, come le bio-plastiche: è addirittura l’agenzia ONU per l’ambiente che già da anni esprime perplessità sulle plastiche biodegradabili come mezzo per ridurre l’inquinamento marino. Infatti, le bio-plastiche sono facilmente biodegradabili con temperature di almeno 50 gradi, di certo non con quella dell’acqua salata di mari e oceani. 

Non esiste evidenza documentata della loro completa degradazione né della totale innocuità degli additivi impiegati. Inoltre, le plastiche etichettate come “compostabili” non sempre lo sono nel riciclo casalingo, causando errori inconsapevoli nello smaltimento da parte dei cittadini.

Il problema pertanto è duplice: sia i materiali sia i comportamenti vanno seguiti con attenzione e pertanto va ripensato come motivare i consumatori a cambiare abitudini. Da oltre dieci anni gli studiosi sostengono che tassare i sacchetti di plastica provoca un aumento dell’uso di quelli di carta: sarebbe necessaria una tassa imposta per qualsiasi materiale che porterebbe un reale beneficio per l’ambiente, perché i cittadini adotterebbero un atteggiamento più consapevole. Una piccola tassa sui sacchetti di qualsiasi materiale ne incoraggerebbe il riutilizzo ed eviterebbe l’acquisto di altri per usi specifici, come per esempio la spazzatura.

Per ridurre la presenza di plastica negli oceani e nei mari – senza aumentare la quantità di altri componenti inquinanti – sono una raccolta più efficace, un migliore sistema di riciclo e un cambiamento nelle abitudini di tutti. E ben vengano piccole tasse se effettivamente riusciranno a spingere i cittadini verso il circolo virtuoso del riuso, dove cioè è poco probabile che riescano le imposizioni.

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