La guerra mondiale della monnezza

| È quella in corso fra Oriente e Occidente, puntellata da Paesi che rispediscono al mittente mercantili carichi di rifiuti pericolosi mescolati alla plastica da riciclare

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Lo Sri Lanka, quello che un tempo era il Ceylon, Paese scoperto nel 1505 dai navigatori portoghesi, all’Europa deve molto, ma forse non abbastanza da accettare di diventarne la discarica preferita del Vecchio Continente. E non solo.

La repubblica dello stato indiano peninsulare ha appena rispedito 21 container, ognuno riempito con 260 tonnellate di rifiuti pericolosi, verso il Regno Unito, da dove erano partiti. È la clamorosa protesta del governo srilankese, non la prima di un Paese asiatico, verso l’abitudine presa da anni da America, Canada ed Europa, Inghilterra compresa, che riempiono gli oceani di mercantili stipati di ogni schifezza considerata molesta dopo la decisione della Cina di non accogliere più i rifiuti di materie plastiche ed elettroniche, utilizzate per rifornire le proprie industrie di materie prime riciclate. I cinesi l’hanno fatto dal 1988 al 2016, dando prima un sollievo e subito dopo un grattacapo all’Occidente, che si è visto privare del cassonetto preferito.

I 21 container dello Sri Lanka sarebbero solo una parte dei 242 ammassati in una zona all’esterno del porto di Colombo, per cui da anni è in atto una lotta a suon di carte bollate fra il Paese asiatico e il Regno Unito: il primo chiede di riprenderseli, il secondo risponde picche, scaricando le responsabilità alla compagnia di navigazione privata che si era occupata del trasferimento.

Ma la ribellione asiatica è iniziata ormai da mesi: nel gennaio scorso, la Malesia ha impacchettato 3,7 tonnellate di spazzatura rispedendola a un lungo elenco di mittenti dopo aver stabilito che i costi di navigazione erano totalmente a carico dei Paesi di partenza. Così, oltre 150 container hanno ripreso il largo per riconsegnare la monnezza a 13 Paesi diversi: 43 per la Francia, 42 per il Regno Unito, 17 per gli Stati Uniti, 11 in Canada, 10 in Spagna e il resto equamente diviso fra Giappone, Hong Kong, Singapore, Portogallo, Cina, Bangladesh e Lituania.

Da lì a poco hanno fatto lo stesso la Cambogia, che dopo aver scoperto 86 container altamente contaminati ha rispedito al mittente 1.600 tonnellate di rifiuti, e l’Indonesia, che ha impacchettato 547 container puntando la rotta su Spagna, Belgio, Grecia, Paesi Bassi, Canada, Giappone e Hong Kong. Una guerra a cui si è accodato anche il presidente filippino Duterte, allestendo 69 container di rifiuti “approdati illegalmente” nel suo Paese.

Il problema, pare, è proprio l’illegalità strisciante e diffusa: molti dei mercantili  ufficialmente carichi di plastica da riciclare, sono riempiti in modo illegale e con false certificazioni mescolando rifiuti il cui incenerimento provoca l’emissione di sostanze tossiche.

Il rifiuto di trasformarsi in discarica dell’Occidente, reso ancor più urgente dal pericolo di contaminazione da coronavirus, è stato stimato dalla Nazioni Unite come un problema dal peso specifico di oltre 110 milioni di tonnellate, che in qualche modo andranno smaltite.

A proposito, anche l’Italia ha poco da stare allegra: siamo all’11esimo posto fra i maggiori esportatori di plastica al mondo. Nel solo 2018 ne abbiamo imbarcate 197mila tonnellate, per una spesa pari a 59 milioni di euro.

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