La spirale di cataclismi e consumi energetici

| Le sempre più frequenti devastazioni dovute ai cambiamenti climatici provocano sensibili aumenti nei consumi di energia, con più elevate emissioni di gas nocivi in atmosfera e un conseguente aumento del riscaldamento globale

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Di Marco Belletti
Sono in qualche modo collegati eventi atmosferici sempre più violenti e l’aumento costante dei consumi di energia da parte di tutto il pianeta?

A questa domanda ha cercato di rispondere “Energia”, la rivista di divulgazione scientifica dell’ACI, l’Automobile Club d’Italia, correlando la forte crescita che nel 2018 si è registrata per quanto riguarda i consumi di energia a livello planetario (+2,9 per cento rispetto all’anno precedente) con i disastri climatici che sempre più spesso affliggono anche le zone temperate.

La rivista mette in evidenza che l’aumento dei consumi è tutto sommato troppo elevato, considerando il rallentamento della crescita delle economie (quella cinese in particolare), l’aumento di circa un terzo dei prezzi medi annui del petrolio e la riduzione dell’intensità energetica.

Considerando questi tre fattori, l’incremento vicino al 3 per cento è un fatto realmente straordinario, che si può provare a giustificare elencando una serie di drammatiche incombenze che hanno colpito la Terra, come gli incendi che hanno devastato la California o i dintorni di Atene, con numerosi morti e migliaia di abitazioni distrutte.

Nel 2018 il mondo è stato poi colpito da una morsa di caldo con temperature record in quasi tutto il mondo: Algeria 51,3° C, Giappone e Corea del Sud 41°, Idaho (Stati Uniti) 48,3°, Portogallo 46° e Australia 49°. Temperature che in alcuni casi – come per esempio in Europa – sono state abbondantemente superate nel 2019.

Comunque, già l’anno scorso il mondo intero era stato stretto in una morsa di caldo e, come se non bastasse, anche di freddo, con le temperature più rigide di sempre, o meglio da quando sono regolarmente registrate. La National Oceanic and Atmospheric Administration ha indicato come causa di questo gelo il fenomeno del “polar vortex”, un’ampia area di bassa pressione e aria fredda intorno a entrambi i poli terrestri.

In ogni caso, questi picchi finora inusuali di troppo caldo e troppo freddo che in quasi tutte le parti del mondo si sono protratti per un periodo più lungo del solito, hanno aumentato sensibilmente la domanda di servizi energetici per raffreddare o riscaldare. “Energia” non entra nel merito se questi fenomeni al limite siano direttamente riconducibili ai cambiamenti climatici in atto, quel che conta secondo la rivista è che si sono verificati e che è praticamente impossibile credere che non si ripetano in futuro. Profezia tutto sommato facile, visto che ormai siamo già oltre la metà del 2019 e abbiamo vissuto negli ultimi mesi picchi di caldo e di freddo ancora più evidenti rispetto a quelli del 2018.

Secondo il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change) è necessario aggiungere gli eventi atmosferici tra le cause già conosciute che generano il riscaldamento del pianeta anche se i riferimenti che abbiamo sono eventi in piccola scala (tempeste locali, per esempio) che – per le disomogeneità dei dati storici, l’inadeguatezza dei sistemi di controllo e la loro portata relativamente limitata – non sono significativi.

In realtà, agli scienziati non interessa il legame tra CO2immesso in atmosfera ed eventi estremi, ma la correlazione tra emissioni, riscaldamento planetario e maggiori consumi di energia, collegamento confermato dai risultati di una ricerca recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications.

Sono stati incrociati e valutati oltre 200 differenti scenari climatici e socioeconomici: ne è emerso che nel 2050 il surriscaldamento potrebbe determinare un aumento della domanda di energia – rispetto a quanto finora ritenuto credibile – tra l’11 e il 27 per cento in caso di valutazioni ottimistiche, addirittura fino al 58 per cento in caso di una visione più pessimistica. Senza dimenticare che tra una trentina d’anni la popolazione terrestre dovrebbe superare la fatidica soglia dei 10 miliardi, fatto che complicherebbe ulteriormente le previsioni e la situazione.

Uno scenario davvero drammatico che rende complicata qualsiasi scelta di politiche per mitigare o per adattarsi ai cambiamenti climatici. Tuttavia, “Energia” ritiene che non si possa cedere a sentimenti di pessimismo o fatalismo per diversi motivi. Innanzitutto l’incertezza in cui opera la ricerca scientifica in tema di cambiamenti climatici non consente di pervenire a scenari cui attribuire un qualche grado di certezza. Inoltre, i modelli probabilistici che utilizziamo non sono in grado di contenere la quantità esorbitante di variabili nei parametri sulla superficie della Terra e sull’atmosfera né di includere l’insieme delle interazioni che corrono tra Terra, mare, atmosfera, vegetazione. Infine, l’imperfetta e discontinua comprensione di come mutano i sistemi climatici non permette di integrare le conoscenze teoriche con gli interventi pratici: è necessario partire, subito, procedendo parallelamente con politiche che siano in grado di adattarsi al mutare delle conoscenze.

Può essere di aiuto ricordare che nel 2008 l’Unione europea aveva preso come riferimento per delineare gli scenari energetici e di emissioni il cosiddetto modello Primes, su cui i politici avrebbero dovuto legiferare. Questo schema prevedeva emissioni totali in Europa nel 2030 di 5,4 miliardi di tonnellate di CO2mentre oggi sappiamo che già nel 2018 le emissioni sono state pari a 4 miliardi di tonnellate. Appare evidente che in primo luogo qualsiasi tipo di misurazione adottata in passato ha dovuto essere completamente ritarata; e inoltre che è molto importante – anche se parecchio costoso – migliorare costantemente i modelli. Questa è la direzione da percorrere, adattando in continuazione le previsioni e le scelte strategiche e politiche alle mutate condizioni del pianeta: alla fine potrebbe fare la differenza tra sopravvivenza ed estinzione.

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