L’agricoltura per arginare conflitti e migrazioni

| Grazie al progetto Climate Smart Agriculture è possibile adattare le attività agricole al cambiamento climatico, rispettando allo stesso tempo le peculiarità economiche e culturali dei diversi mercati locali

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Di Marco Belletti
Sembra incredibile, ma l’agricoltura tradizionale danneggia l’ambiente. Oltre a essere responsabile di circa i tre quarti della deforestazione tropicale, si stima che il 10-12 per cento delle emissioni globali di gas serra provocate dall’uomo siamo causate dalle coltivazioni. Negli ultimi anni le emissioni di COdovute alla degradazione forestale sono aumentate sensibilmente, raggiungendo il valore di 1 miliardo di tonnellate, erano 0,4 nel 1990. La principale responsabile di questo aumento di emissioni è l’agricoltura e inoltre la conversione di praterie e foreste in campi coltivabili oltre a ridurre il carbonio contenuto nel suolo, avvia un processo di desertificazione. Secondo la convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione (UNCCD, United Nations Convention to Combat Desertification), la degradazione forestale dovuta all’agricoltura mette a rischio la vita di un miliardo di persone in oltre 100 nazioni, provocando la perdita di 12 milioni di ettari di terra coltivabile all’anno, pari a qualcosa come 490 miliardi di dollari di danno per l’economia globale.

L’UNCCD afferma che se non si arresta questo fenomeno, nel 2050 la produzione globale di cibo calerebbe di un valore superiore al 12 per cento e i prezzi dei generi alimentari aumenterebbero del 30 per cento.

Il Centro Studi Internazionale (istituto italiano di analisi di politica estera) ha recentemente diffuso un’approfondita analisi della situazione, spiegando come la FAO (la Food and Agriculture Organization, organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha dato vita già da qualche anno alla Climate Smart Agriculture (CSA): si tratta di un approccio che vuole permettere di cambiare le attività agricole in modo da garantire uno sviluppo alimentare capace di adattarsi al cambiamento climatico, rispettando allo stesso tempo le peculiarità economiche e culturali dei diversi mercati locali. La CSA intende aumentare produzione agricola e profitto, sviluppare un adattamento produttivo al cambiamento climatico e, per quanto possibile, ridurre o eliminare le emissioni di gas serra.

Questo approccio inizia a essere utilizzato soprattutto in Africa, dove oltre la metà del terreno fertile è a rischio desertificazione, la produzione agricola è bassa, sono elevate povertà e insicurezza alimentare. Nel continente africano, la scarsa conoscenza di tecniche agricole sostenibili provoca un utilizzo sconsiderato di fertilizzanti dannosi e una inadeguata irrigazione dei terreni arabili: solo l’1 per cento lo è.

Le organizzazioni internazionali che sostengono la CSA – spiega il Centro Studi Internazionale – hanno avviato progetti a lungo termine tra cui la “Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative” che coinvolge 20 Paesi africani per creare una fascia di vegetazione lunga 8 mila chilometri da Ovest a Est immediatamente a Sud del Sahara, in modo da arginare l’avanzare del deserto. Ambiziosi gli obiettivi: recuperare 100 milioni di ettari di suolo degradato, evitare l’immissione in atmosfera di 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro sostenibili. La spesa finora sostenuta è di 8 miliardi di dollari ed è stato completato solo il 15 per cento dell’opera, con alcuni risultati: in Etiopia sono stati recuperati 15 milioni di ettari di terreno, 2 mila in Sudan, 25 mila in Senegal e 5 milioni in Nigeria, dove sono stati anche creati 20 mila posti di lavoro. Inoltre, le nuove tecniche agricole per proteggere la vegetazione che naturalmente cresce su quei terreni hanno permesso in Niger l’aumento della produzione di grano di mezzo milione di tonnellate l’anno, di cui ne beneficiano 2 milioni e mezzo di persone. 

La regione del Sahel – la zona semi-arida tra il deserto del Sahara e la savana sub-sahariana – subisce pesantemente i cambiamenti climatici. Degli oltre 300 milioni di abitanti (il 70 per cento dei quali sopravvive grazie all’agricoltura) entro il 2050 saranno costretti a spostarsi, se la situazione dovesse ulteriormente peggiorare, circa 135 milioni, diventando i cosiddetti “migranti ambientali”.

Queste migrazioni turbano gli equilibri tribali e sociali che caratterizzano l’area. Per esempio, le tribù di pastori nomadi del Sahel che per generazioni hanno intrattenuto rapporti pacifici con le comunità agricole – il bestiame fecondava la terra impoverita dopo il raccolto – oggi sono costrette dalle mutate condizioni climatiche e dei terreni a modificare i percorsi di transumanza, scatenando conflitti per contendersi le sempre più rare terre fertili, inasprendo i rapporti, in un contesto ancora più negativo rispetto al passato in quanto l’aumento demografico ha notevolmente accresciuto la domanda di cibo.

La conflittualità tra pastori e agricoltori è andata progressivamente ampliandosi e ormai provoca la morte di decine di migliaia di persone ogni anno. Un esempio drammatico è costituito dall’etnia Fulani, un popolo di oltre 20 milioni di persone che abita nella fascia del Sahel che ha iniziato a usare la violenza per usufruire delle poche risorse naturali e alimentari. Emarginazione e vulnerabilità economica hanno reso i giovani facili prede del proselitismo jihadista, tanto che i Fulani sono una delle etnie più attive nel terrorismo.

È quindi fondamentale investire nelle politiche agricole e di irrigazione per eliminare focolai di conflitti, coinvolgendo la popolazione, difendendo la biodiversità del territorio e fornendo un livello adeguato di alimentazione in caso di catastrofi naturali e periodi di siccità, sempre più frequenti nel Sahel. Solo in questo modo sarà possibile affrontare il cambiamento climatico cercando per quanto possibile di evitare tutte le conseguenze negative che può provocare in condizioni limite come quelle africane.

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