L’inquietante verità sul riciclaggio della plastica

| Una bugia creata 50 anni fa dall’industria della plastica con il solo scopo di produrne di più. L’unica alternativa per fermare il soffocamento di mari e oceani è che chi ha invaso il pianeta, ci ripensi

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I mari e gli oceani del pianeta sono soffocati da almeno 150 milioni di tonnellate di plastica, una quantità che secondo i ricercatori supererà presto il peso complessivo di tutte le specie ittiche presenti.

Ma la plastica non si ferma lì: secondo gli scienziati le microparticelle ci piovono letteralmente addosso ogni giorno, introducendo tossine nel nostro corpo. E chi pensa che la raccolta differenziata e il riciclaggio siano la risposta, si sbaglia di grosso: credere di fare la propria parte semplicemente separando la plastica dal vetro, dalla carta e da tutto il resto, è solo una pia illusione. Anzi, è una solenne bugia che l’industria della plastica ha spacciato per quasi 50 anni, secondo un’indagine di “National Public Radio” e della rete “PBS” diffusa la scorsa settimana.

Nel 1971, un’organizzazione chiamata “Keep America Beautiful Inc.” ha creato una campagna pubblicitaria il cui slogan ha toccato il nervo scoperto delle coscienze collettive: “People start pollution. People can stop it”, la gente ha dato il via all’inquinamento, la gente può fermarlo.

Uno slogan potente che divenne ben presto uno degli inni del primo movimento ambientalista, un richiamo all’azione che incolpava come responsabili del disastro tutti, nessuno escluso, aggiungendo che spettava solo a noi risolverlo.

Il che va benissimo, se non fosse che l’annuncio non è stato creato da ambientalisti, attivisti o fondazioni senza scopo di lucro, ma dalle aziende di imballaggio.

L’obiettivo non era quello di fermare l’inquinamento, ma di far credere ai consumatori che i loro rifiuti potevano essere riciclati, in modo produrne sempre di più. Una bugia che si è trasformata in un disastro planetario.

Da quel momento, il mondo si è mosso in punta di piedi, inventando modi per riutilizzare la plastica per pavimentare le strade, o ancora tassando quella monouso, di incenerirla per ricavarne un po’ di energia o di bonificare tratti infinitesimali di oceano, una serie di soluzioni creative che non eliminano il problema principale: la plastica, appunto.

In realtà, parafrasando lo slogan di prima, la produzione industriale ha messo il mondo intero in questo pasticcio, e solo la produzione industriale può tirarcene fuori. Molte aziende stanno lavorando per sostituire la plastica con materiali biodegradabili e anche i governi sono stati spinti a prendere posizione. Più di 140 paesi hanno attuato una sorta di divieto sull’uso della plastica monouso, ma è importante capire che i governi non possono permettersi di vietare tutta la plastica che circola. Una cosa è vietare i sacchetti e le cannucce sostituendoli con quelli di carta, ma un’altra illudersi che la carta potrà mai diventare un materiale sostitutivo, né per i produttori né per i consumatori.

Mentre nuove alternative alla plastica fanno il loro debutto insieme a bottiglie e contenitori riutilizzabili, il mondo scientifico si aspetta che sia l’industria a dichiarare guerra alla plastica, dopo aver speso milioni di dollari per inculcare la cultura del riciclo e della differenziazione. Nel 1990, 10.000 comunità avevano adottato una sorta di protocollo dei rifiuti e la tendenza è presto decollata in tutto il mondo, radicando il riciclaggio nella cultura occidentale: è diventato una virtù, una buona azione e uno stile di vita, ma anche qualcosa che serve a ben poco.

A livello globale, solo il 9% della plastica prodotta viene riciclata, il restante 91% finisce in discariche, inceneritori o per massima parte sparso nell’ambiente, formando enormi isole galleggianti che vagano per gli oceani uccidendo flora e fauna marina.

Quando l’industria della plastica andava in giro canonizzando intere comunità sull’importanza del riciclo, ha convinto i funzionari locali che avrebbero dovuto accettare ogni tipo di plastica nei loro bidoni, anche quelli che sapeva bene non sarebbero mai stati riciclati. Ne hanno approfittato paesi come la Cina, che per diverso tempo ha acquistato il 70% della plastica di scarto del mondo intero. Poi, tre anni fa, l’attività estera di riciclaggio è stata bloccata, spostando i riflettori dei Paesi più ricchi, alla ricerca di nuove discariche da riempire, verso l’Africa.

Il mese scorso, il “New York Times” ha svelato che un gruppo industriale che rappresenta le più grandi aziende chimiche e di combustibili fossili del mondo sta facendo pressione per un accordo commerciale fra Stati Uniti e Kenya in cui si chiede al Paese africano la possibilità di accogliere più plastica. 

L’innovazione e gli investimenti in materiali alternativi porteranno presto all’arrivo di imballaggi totalmente biodegradabili: ma questo non basterà a eliminare la plastica, fin quando l’industria non deciderà di farne a meno. Senza barare.

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