Quando c’era solo il petrolio…

| Estati sempre più afose e torride, consumi energetici in crescita esponenziale, capacità di diversificare l’offerta produttiva ancora troppo basse. Che scenario geopolitico ci attende nei prossimi anni di transizione energetica?

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Di Marco Belletti
È ormai evidente che parte del surriscaldamento planetario è riconducibile alla scarsa attenzione che abbiamo nei confronti dell’ambiente. Dobbiamo quindi prepararci a un clima diverso, con inverni sempre meno rigidi ed estati sempre più torride.

E sembra che il mese appena iniziato sarà il più caldo da molti anni a questa parte, con tassi di umidità molto elevati che renderanno il calore afoso e insopportabile, soprattutto nelle grandi città dove le temperature saranno elevate anche di notte. Luglio con notti tropicali non solo nelle metropoli Milano e Roma, ma caldo da allarme anche in numerose altre città: da Bari a Viterbo, da Bologna a Torino, da Bolzano a Napoli.

La causa di questo luglio rovente sono correnti calde provenienti dall’Africa (il cosiddetto anticiclone sub-tropicale) e dalle Azzorre: l’anticiclone delle Azzorre, appunto. Queste perturbazioni dovrebbero far sì che per tutto il mese ci sia bel tempo senza pioggia, ma purtroppo con temperature elevatissime: dovrebbe essere uno standard superare la soglia dei 36 gradi in molte località, con picchi fino a 42 gradi in Puglia e Sicilia.

Per poter vedere qualche temporale ci toccherà attendere agosto, quando in alta quota si formerà dell’acqua fredda che scatenerà fenomeni temporaleschi nelle ore più calde, con possibili forti grandinate e trombe d’aria.

Certo, un’attenzione più evidente verso i problemi ambientali non risolverebbe del tutto il fenomeno del riscaldamento globale, ma permetterebbe di tenere sotto controllo – per esempio – consumi e costi troppo elevati. In Italia i costi per l’energia elettrica sono tra i più alti del mondo e più del 60 per cento dell’energia è prodotta da fonti fossili, sebbene vi sia un’ampia disponibilità di poter sfruttare il sole, vista la nostra posizione e il clima.

In realtà, la diffusione delle fonti rinnovabili nell’ambito della transizione energetica sembrerebbe sollevare più problemi geopolitici di quanti non ne risolva. In alcuni recenti studi francesi – “Vers une géopolitique de l’énergie plus complexe” ed “Energies Nouvelles” riprese dal sito “Rivista Energia” – emerge che nuove forme di dipendenza costituiscono parte del problema globale cui si deve far fronte: diritti di proprietà intellettuale sulle tecnologie low carbon, concorrenza tra stati, modelli di diversificazione dei Paesi produttori di petrolio, sicurezza…

Infatti, il processo di transizione energetica provoca dipendenza dalle risorse minerarie, con rischi politici, economici, produttivi, ambientali e sociali: la dipendenza di una nazione da risorse fossili può essere sostituita da una per metalli necessari a sviluppare nuove tecnologie. Per esempio, il litio è considerato critico negli Stati Uniti, ma non compare nell’elenco dei materiali valutati tali dalla commissione europea, mentre il cromo lo era per l’Europa nel 2014 ma è scomparso dalla lista qualche anno dopo.

I ricercatori segnalano come essenziale prestare molta attenzione alle politiche di ogni stato in quanto produzioni fuori controllo, acquisti esagerati o eccessive liberalizzazioni incidono sull’aumento della dipendenza da un materiale. E la diffusione (comprese progettazione e commercializzazione) di tecnologie a basse emissioni di carbonio sta diventando una sfida globale e oggetto di una forte competizione economica. Del resto, nessuna parte del mondo è esclusa dalla corsa ad acquisire i diritti di proprietà industriale sulle nuove tecnologie che diventeranno asset chiave per lo sviluppo economico e industriale.

Per delineare con precisione la strategia di sviluppo delle energie rinnovabili, gli autori degli studi suggeriscono di considerare le conseguenze della loro diffusione tra chi tradizionalmente è stato protagonista in questo settore. Secondo i ricercatori, la crescita della transizione energetica, la domanda in calo del petrolio e i relativi prezzi deboli, rendono meno forte la posizione dei Paesi esportatori del cosiddetto oro nero, che devono decidere in fretta quale strategia di diversificazione delle loro economie intendono adottare.

L’OPEC, il cartello tra i grandi Paesi produttori di petrolio, ha deciso di mantenere i propri limiti alla produzione di petrolio fino al 2020. Nell’attuale clima economico di minore crescita economica si riduce il fabbisogno di petrolio e oltretutto gli Stati Uniti ne stanno producendo come nessun’altra nazione e quindi con l’accordo siglato i componenti dell’OPEC conoscono quale reddito aspettarsi dall’estrazione di combustibili fossili e possono pianificare la loro spesa nazionale.

Le sanzioni statunitensi contro Venezuela e Iran insieme con il conflitto in Libia hanno danneggiato l’offerta di petrolio: un prezzo petrolio più alto rende ogni attività più costose per le aziende che si affidano a petrolio o carburante derivati e questi aumenti stanno facendo salire anche i prezzi al consumo.

Attualmente l’OPEC controlla il 44 per cento dell’offerta mondiale di petrolio e l’81 per cento delle riserve, ma la sua influenza sempre meno importante potrebbe portare a violente oscillazioni del futuro prezzo del petrolio.

In conclusione, le ricerche affermano che la situazione è sempre più complessa. In un mondo in cui aumenta il numero delle fonti energetiche, anche i problemi relativi a ogni tipologia provocano un aumento della complessità geopolitica, molto più articolata e di difficile gestione di quella legata solamente agli idrocarburi.

Da un lato ci sono nuovi modelli di consumo da parte degli utilizzatori, dall’altro la reale comprensione delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Secondo le ricerche, tutto ciò mette in discussione a livello generale il nostro modello di società, la nostra visione dello sviluppo e il modo in cui l’umanità sta pensando di affrontare la lotta contro il cambiamento climatico. Ci aspettano mesi e anni davvero caldi, altro che luglio.

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