Un milione di specie spariranno presto

| Le terrificanti cifre diffuse da un rapporto stilato da 145 esperti interpellati dall’ONU non lasciano molte speranze: siamo di fronte alla sesta estinzione di massa dell’umanità. La prima per colpa nostra. E probabilmente anche l’ultima

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Almeno un milione, sugli otto milioni di specie animali e vegetali del pianeta spariranno presto. Mette i brividi, il rapporto shock dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), organismo intergovernativo sulla biodiversità e gli ecosistemi dell’ONU che la scorsa settimana si è riunito a Parigi. Il documento, scritto e firmato da 145 scienziati di 50 paesi diversi e diffuso in una sintesi delle 1.800 pagine, costate tre anni di analisi e censimenti, è definito senza mezzi termini “la più completa valutazione delle perdite in natura mai fatta” e soprattutto è molto chiaro sul futuro che attende la specie umana di fronte alla sesta estinzione di massa della sua storia millenaria. La prima totalmente per colpa del genere umano e non di eventi naturali.

È un rapporto considerato un giro di boa di portata storica, che dipinge il quadro cupo di un pianeta devastato da una popolazione umana in continua crescita, il cui consumo insaziabile sta letteralmente depredando la natura. Il tasso globale di estinzione delle specie “è già decine o centinaia di volte superiore a quello che è stato, in media, negli ultimi 10 milioni di anni”, ma se i leader mondiali non passeranno all’azione quanto prima, il danno sarà irreversibile e le conseguenze pesantissime.

Fra le cause che dopo aver detto addio a 680 specie di vertebrati, porteranno all’estinzione centinaia di specie animali, di cui il 40% degli anfibi, il 33% delle barriere coralline, il 10% delle specie di insetti e oltre un terzo di tutti i mammiferi marini, ci sono la drastica riduzione dell’habitat, lo sfruttamento delle risorse naturali, il cambiamento climatico e l’inquinamento. Proprio come avviene per i cambiamenti climatici, gli esseri umani sono i principali responsabili dei danni causati alla biodiversità avendo alterato il 75% del territorio terrestre e il 66% degli ecosistemi marini. In più, circa il 25% delle emissioni di gas a effetto serra sono causate dal disboscamento, dalla produzione agricola e dalla fertilizzazione.

Il rapporto sottolinea l’impatto disastroso della crescita demografica e dell’aumento della domanda di cibo, servizi e infrastrutture: negli ultimi 50 anni la popolazione mondiale è più che raddoppiata (da 3,7 a 7,6 miliardi), e il prodotto interno lordo pro capite è quattro volte superiore. Più di un terzo del territorio e il 75% delle riserve d’acqua dolce sono ormai utilizzate per la produzione agricola o zootecnica.

Il rapporto arriva sei mesi dopo l’allarme lanciato dal Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC), che ha fatto scattare il countdown al pianeta, valutando in meno di 12 anni il tempo utile per evitare livelli catastrofici del riscaldamento globale.

A causa dei loro livelli di consumo “insostenibili”, specie quando in materia di pesca e disboscamento, i principali responsabili sono i paesi del Nord. Nel 2015, un terzo della popolazione ittica è stata pescata e la quantità di legname grezzo raccolto è aumentata di quasi la metà dal 1970, con un taglio illegale che supera il 15%. L’inquinamento marino da plastica è decuplicato dal 1980, con una media di 300-400 milioni di tonnellate di rifiuti scaricati ogni anno nelle acque di tutto il mondo. Un inquinamento che entra negli ecosistemi costieri causando più di 400 “zone morte” oceaniche, per un un’area totale più grande del Regno Unito. 

Ma quel che è peggio, è che queste cifre minacciose non sembrano spaventare nessuno: le aree urbane sono cresciute di oltre il 100% dal 1992 e continuano ad aumentare, ed entro il 2050 sono previsti 25 milioni di km di nuove strade asfaltate.

Nonostante il quadro “non è troppo tardi per fare la differenza, ma solo se iniziamo ora ad ogni livello, da locale a globale”, anche se questo richiede una revisione completa dei sistemi economici e un cambiamento di mentalità politica e sociale.

I cambiamenti climatici hanno già contribuito alla perdita di biodiversità innescando eventi meteorologici più estremi e aggraveranno la crisi nei prossimi decenni. Il rapporto afferma che è possibile migliorare la sostenibilità dell’agricoltura pianificando i paesaggi in modo che forniscano cibo e sostengano al tempo stesso le specie animali e vegetali. Altri suggerimenti includono la riforma delle catene di approvvigionamento e la riduzione degli sprechi alimentari. Per quanto riguarda gli oceani, la relazione raccomanda quote di pesca efficaci, aree protette e la riduzione dell’inquinamento che dalla terraferma sfocia in mare.

Rachel Warren, professore di biologia ambientale all’Università dell’East Anglia, ha riferito che i governi dovrebbero concentrarsi sul “ripristino di ecosistemi distrutti o degradati con specie autoctone, perché questo aiuta ad affrontare sia la perdita di biodiversità che il cambiamento climatico. La biodiversità è alla base di servizi ecosistemici: da quella dipendono l’impollinazione, la prevenzione delle inondazioni, la purificazione dell’acqua e dell’aria e la conservazione del suolo. “Rischiamo di perdere servizi ecosistemici vitali che avranno importanti conseguenze negative per l’umanità”.

Guenter Mitlacher, direttore della politica internazionale sulla biodiversità del World Wildlife Fund (WWF), ha aggiunto: “La nostra è la prima generazione con gli strumenti che permettono di osservare come la Terra è stata cambiata dal cammino dell’umanità. Ma siamo anche l’ultima generazione che l’opportunità di cambiare il corso di questi cambiamenti. Ora è il momento di agire, non con scarso entusiasmo, ma in modo drastico e coraggioso”.

La relazione dell’IPBES precede due vertici ad alto livello previsti nel 2020 in cui i leader mondiali promettono di migliorare sensibilmente gli obiettivi di protezione del clima e dell’ambiente. La Cina ospiterà la convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità per fissare nuovi obiettivi e ricordare ai firmatari dell’accordo di Parigi del 2015 l’impegno di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi.

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