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| Da un supervulcano ormai morto da milioni di anni nell’alto Piemonte, alla caldera dei Campi Flegrei ancora attiva e che potrebbe distruggere mezza Italia e modificare forse per sempre le condizioni climatiche del pianeta

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Di Marco Belletti
La Valsesia è una valle alpina del Piemonte settentrionale considerata la più verde d’Italia e caratterizzata da monti molto alti e ripidi. Si estende dal monte Rosa fino alla cittadina di Romagnano Sesia e comprende diverse vallate laterali, che prendono in nomi dai rispettivi torrenti che confluiscono nell’omonimo fiume Sesia, affluente del Po.

Fu colonizzata dai Romani in epoca imperiale: era occupata da un ceppo ligure che si era unito a una preesistente popolazione che i latini chiamarono Sicciani. L’intera zona – che fu chiamata Sesitana – fu sfruttata per le sue risorse minerarie, in particolare i giacimenti auriferi. Poche invece le tracce umane in epoca preistorica, solamente qualche resto neandertaliano.

Ma la vera sorpresa che riserva la Valsesia è la presenza di un supervulcano ormai spento che fu attivo circa 290 milioni di anni fa – sulla Terra esisteva il solo continente Pangea – quando eruttò un’inimmaginabile quantità di materiale, sprigionando un’energia che gli scienziati paragonano a quella di 250 bombe atomiche di ultima generazione.

In tempi decisamente più recenti, ma sempre nell’ordine di decine di milioni di anni fa, la crosta terrestre si sollevò e ruotò: in pratica il supervulcano si inclinò fino a coricarsi sul nuovo piano terrestre, mettendo così in evidenza la sue parti nascoste, come il sistema di alimentazione, fino a 30 chilometri di profondità. È l’unico caso al mondo in cui è possibile ispezionare un vulcano in questo modo. L’area in cui sorge è stata riconosciuta patrimonio dell’UNESCO il 5 settembre 2013 e nel 2015 è nato l’UNESCO Global Geopark.

Il termine supervulcano è stato coniato una ventina d’anni fa in un programma di divulgazione scientifica della BBC per definire più semplicemente quelle che i vulcanologi chiamano grandi caldere (in tutto una dozzina sul pianeta) caratterizzate da un diametro della bocca di varie decine di chilometri: intuitiva la scelta dei giornalisti BBC nel coniare la parola supervulcano.

In realtà non si tratta di veri vulcani – non è infatti presente quello che gli scienziati definiscono un “edificio vulcanico visibile” – quanto di una enorme depressione al cui interno sono presenti vari crateri e si manifesta un vulcanismo secondario, come geyser, fumarole, sorgenti termali… Nessun essere umano ha mai potuto assistere all’eruzione di una caldera (hanno periodi di quiescenza di centinaia di migliaia di anni) ma i vulcanologi hanno raccolto evidenti tracce geologiche di imponenti eruzioni passate. Le tre caldere più importanti – e potenzialmente più pericolose – sono il parco di Yellowstone negli Stati Uniti, il lago Toba in Indonesia e i Campi Flegrei italiani.

Le ricerche sul supervulcano fossile della Valsesia iniziarono alla fine degli anni Settanta del Novecento, effettuate da Silvano Sinigoi (professore di petrografia all’Università di Trieste) e James Quick, prorettore della Southern Methodist University di Dallas. Risale al 2009 la pubblicazione completa dei loro studi sulla rivista scientifica “Geology”.

Da oltre un secolo erano stato identificate e raccolte rocce vulcaniche che affioravano nella bassa Valsesia, ma l’importanza del lavoro dei due scienziati è stata – grazie a moderne tecniche geocronologiche – la dimostrazione che le rocce magmatiche della valle e quelle vulcaniche affioranti fino nella pianura Padana appartenevano a un unico sistema, ormai fossile, attivo tra i 290 e i 280 milioni di anni fa.

Secondo Sinigoi e Quick, circa 60 milioni di anni fa quando il continente unico Pangea iniziò a separarsi formando l’oceano Atlantico, la collisione tra le placche africana e quella europea provocò la formazione delle Alpi e “ripiegò” di 90° la zona del supervulcano, portandone di fatto alla superficie le parti più profonde del sistema magmatico e di alimentazione. Grazie a questo rovesciamento oggi è possibile osservare ciò che in origine si trovava a 25/30 chilometri di profondità e quindi inaccessibile. Ciò sta rendendo possibile a geologi e vulcanologi di comprendere meglio i meccanismi di funzionamento di un vulcano e di una grande caldera, avendo un modello completo per interpretare i profili geofisici e i processi magmatici che agiscono al loro interno. Sarà pertanto più facile comprendere i processi che provocano le eruzioni, come e dove è immagazzinata la lava e studiare la correlazione tra i movimenti delle placche tettoniche e le eruzioni vulcaniche.

Il supervulcano della Valsesia è ormai spento e non può più causare danni, anche se chissà quanti ne ha provocati 290 milioni di anni fa, viste le sue dimensioni: probabilmente modificò radicalmente il paesaggio per centinaia di chilometri intorno e condizionò pesantemente il clima terrestre per diversi anni, con pesanti effetti sulla vita del pianeta. Yellowstone, Toba e i Campi Flegrei hanno ancora la potenzialità di esplodere provocando veri disastri ambientali, forse irrecuperabili per la nostra civiltà.

Pericolo nell’Italia del Sud

La caldera flegrea ha un raggio di 15 chilometri e si conoscono almeno due sue catastrofiche eruzioni. La prima (detta dell’Ignimbrite campana) avvenne circa 40 mila anni fa ed espulse in atmosfera qualcosa come 250 chilometri cubi di materiale vulcanico, in grado di ricoprire con un metro di lava praticamente quasi tutta la Campania. La seconda (chiamata eruzione del tufo giallo napoletano) ebbe luogo circa 15 mila anni fa con l’espulsione di 40 chilometri cubi di materiale vulcanico.

In realtà la caldera flegrea non è mai stata inattiva per lungo tempo, con frequenti eventi minori che hanno modificato sensibilmente l’area di Pozzuoli, come il bradisismo che innalza e abbassa anche di decine di metri la superficie terrestre. L’ultima e unica eruzione storica risale al 1538 quando tra il 29 settembre e il 6 ottobre fu distrutta ogni cosa nel raggio di qualche chilometro tra cui il villaggio di Tripergole – dove aveva una villa Cicerone – e si formò il monte Nuovo, attualmente oasi naturale e parte potenzialmente attiva della caldera.

Alcuni recenti studi hanno stimato che le probabilità di una devastante eruzione flegrea sono dell’1 per cento nel prossimo secolo, valore davvero elevato vista la sua pericolosità. E qualcuno ha paragonato il Vesuvio ai Campi Flegrei definendo il vulcano un ragazzino con un sasso in mano e la caldera un reggimento di soldati armati di tutto punto. C’è poco da stare allegri…

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