Giuditta, la vendetta di Artemisia

| La storia di una donna che pur di difendere il suo Paese è disposta a diventare un’assassina, è ritratta dalle opere di molti artisti. Ma la pittrice Gentileschi fa diventare la protagonista strumento di vendetta per uno stupro subito

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Di Marco Belletti

La Bibbia cristiana, non quella ebraica, racconta che Nabucodonosor (re di Babilonia vissuto nel VI secolo a.C.) dopo aver vinto la guerra contro i Medi affida al generale Oloferne la conquista delle terre occidentali, tra cui Israele. Venuto a sapere che il popolo ebreo è considerato invincibile in quanto ha un dio che lo protegge, Oloferne si infuria e ordina di attaccare e conquistare quelle terre. La prima città a subire la sua rabbia è Betulia, che resiste oltre un mese fino a quanto il consiglio cittadino guidato da un certo Ozia – non sapendo come resistere oltre a Oloferne – si dichiara disposto ad arrendersi se nel frattempo non si verifica un miracolo.

Questa decisione non piace a Giuditta, una ricca e bella vedova convinta che il Signore l’avrebbe aiutata, e che pertanto si veste e trucca in modo da essere molto attraente e si reca con un’ancella nel campo nemico. Qui viene ovviamente catturata e portata di fronte a Oloferne che, colpito dalla sua bellezza, pensa di possederla.

Giuditta gli racconta che il suo dio, gravemente offeso dai concittadini, le è apparso in visione invitandola ad aiutare Oloferne a entrare in città. Il generale cade nella trappola, durante un banchetto la donna si mostra compiacente e l’uomo cade ubriaco dopo abbondanti libagioni. Rimasta sola con lui, Giuditta chiede all’ancella di fare la guardia alla porta, quindi afferra la spada del generale e gli taglia la testa.

Le due donne, con il capo di Oloferne in una bisaccia, tornano quindi in città dove Giuditta viene accolta come una salvatrice dalla popolazione mentre gli assiri, senza più una guida, levano l’assedio.

Si tratta di una storia che ha appassionato e interessato molti grandi artisti, che hanno realizzato numerose opere su questa figura e sul brutto scherzo giocato a Oloferne, riuscendo a rappresentare in un’unica inquadratura differenti elementi dell’animo umano: dalla viltà alla mancanza di fede, da un finto tradimento al coraggio di una donna, all’amore per la sua città.

Inoltre, Giuditta è il simbolo del bene che sconfigge il male, emblema della lotta di un popolo contro l’oppressore straniero. Dal Medioevo è uno dei soggetti preferito dagli artisti che la rappresentano in varie fogge, con differenti espressioni (solenne, serena e forte della forza divina che la aiuta), in diversi momenti: subito prima, immediatamente dopo il suo gesto o anche più tardi, mentre torna a Betulia. Bisogna attendere Caravaggio e la fine del Cinquecento per vedere rappresentato il momento della decapitazione e dopo di lui diventerà questa la scena preferita per molti pittori, con una Giuditta rappresentata esattamente nel momento in cui taglia la testa a Oloferne, fatto altamente simbolico che sancisce la vera sconfitta del potere: come farà più tardi la rivoluzione francese che adotterà la ghigliottina per affermare la vittoria sul potere assoluto del re. Del resto, la testa è il simbolo del potere in quanto è sede dell’intelletto, che comanda tutte le nostre azioni.

In un caso l’elemento simbolico della storia rappresentata, si combina con il dramma personale dell’artista, che ha dipinto numerose tele dedicate al taglio della testa di Oloferne da parte di Giuditta. È Artemisia Gentileschi che nelle sue spettacolari decapitazioni racconta il suo dolore.

Figlia di Orazio Gentileschi, affermato pittore della Roma seicentesca, Artemisia nasce l’8 luglio 1593, prima di sei figli. Avviata ragazza all’attività pittorica, dimostra presto un grande talento, motivo d’orgoglio per il padre che nel 1611 (quando è appena 18enne) la mette a bottega dall’amico Agostino Tassi, maestro della prospettiva.

Soprannominato “smargiasso”, Tassi ha un carattere collerico e alcuni precedenti anche come mandante di omicidi. Dopo aver tentato di sedurre la ragazza senza successo, il pittore la stupra, fatto che influenza in modo drammatico la vita e il cammino artistico della Gentileschi.

Artemisa così descrive l’esperienza in tribunale: “Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne”.

Durante il processo, Artemisia subisce visite ginecologiche lunghe e umilianti sotto gli occhi attenti dei notai incaricati a redigere i verbali. Inoltre, le autorità decretano che la donna sia sottoposta a interrogatorio sotto tortura durante la quale la Gentileschi ha il coraggio di non ritrattare e conferma la sua accusa.

Il 27 novembre 1612 i giudici condannano Agostino Tassi per “sverginamento” e gli infliggono una sanzione pecuniaria e l’esilio perpetuo da Roma. Lo smargiasso non sconterà mai la pena in quanto i suoi ricchi committenti hanno bisogno di lui nella capitale e fanno in modo che non si allontani. A dover fuggire da Roma è invece Artemisia che pur avendo vinto il processo viene considerata dalla maggioranza della cittadinanza “una puttana bugiarda che va a letto con tutti”.

Alla luce di questa terribile esperienza, è facile capire come la Gentileschi nella Giuditta che dipinge nel 1612 – durante il processo – veda la metafora della sua vicenda personale, ritrovando nella scena ritratta tutta la violenza e l’odio provato in quel momento dalla pittrice. La forza di Giuditta non discende più dalla volontà divina, ma è originata dall’odio e molti critici vedono – nelle varie versioni di Giuditta della Gentileschi – il forte desiderio di vendetta nei confronti di Agostino Tassi. In pratica, il tema di Giuditta e Oloferne consente ad Artemisia di esorcizzare la violenza subita e di compiere la sua vendetta.

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