Il doppio Leonardo del Novecento

| Una mostra a Firenze ripercorre il mito di Leonardo nel secolo scorso: dalla sua scoperta nel ventennio, spacciato come genio della razza italica, all’approccio più rigoroso dello storico dell’arte Castelfranco nel secondo dopoguerra

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di Marco Belletti

Tra le centinaia di iniziative lanciate in questi mesi per celebrare il 500esimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci (che scomparve il 2 maggio 1519 ad Amboise, in Francia) va segnalata la mostra documentaria che dal 18 maggio al 29 settembre 2019 è allestita al museo "Casa Rodolfo Siviero” di Firenze, intitolata “Il Leonardo di Giorgio Castelfranco e il culto del genio nel Novecento”. Si tratta di una ricerca molto accurata che vuole ricostruire le logiche che hanno guidato le esposizioni e l’apparato critico su Leonardo nello scorso secolo.

Il mito di Leonardo da Vinci nacque durante gli anni del fascismo e fu un mito nazionalista. L’eclettico artista fu considerato dal regime un vero “genio italico” e conquistò una elevata popolarità che lo fece diventare uno strumento di propaganda. Solamente dopo il secondo conflitto mondiale nuovi studi lo avrebbero inquadrato nella sua giusta posizione di scienziato, artista e inventore al di fuori di ideologie politiche e facili propagande. Furono proprio i lavori di Giorgio Castelfranco a permettere questo recupero dell’artista, anche grazie a una mostra didattica allestita a Roma nel 1952.

Castelfranco fu uno storico dell’arte ebreo, direttore della galleria di Palazzo Pitti rimosso dall’incarico per le leggi razziali, che svolse un ruolo molto importante nel salvaguardare il patrimonio artistico nazionale al termine della guerra. Fu tra gli accompagnatori di Rodolfo Siviero, capo di una delegazione di storici dell’arte italiani che a Monaco di Baviera recuperò gran parte delle opere saccheggiate a Napoli dai nazisti. Castelfranco occupa pertanto un ruolo di primo piano nella cultura italiana del Novecento e la mostra fiorentina recupera parte della sua importante attività.

Castelfranco apprezzò molto anche Giorgio De Chirico, di cui fu collezionista e grande amico, ma meritano attenzione soprattutto i suoi studi su Leonardo. Fin dagli anni Trenta del secolo scorso si avvicinò al genio toscano con alcuni lavori in netta controtendenza rispetto al clima culturale imperante all’epoca, fatto di simboli nazionalistici, che considerava Leonardo padre di quella “stirpe italica” che attraverso una gloriosa discendenza di scienziati terminava con Guglielmo Marconi, eroe dell’Italia autarchica.

Alessia Cecconi, nel presentare la mostra del museo Casa Rodolfo Siviero di cui è curatrice, spiega che alla base del lungo lavoro di ricerca è “il volume Studi Vinciani, pubblicato nel 1966 in occasione del ritiro dal lavoro di Giorgio Castelfranco dalla Soprintendenza di Roma, in cui l’autore si concentra sulla mentalità di Leonardo, sui suoi rapporti con la cultura umanistica, le sue convinzioni scientifiche, metafisiche, estetiche, considerate la sua vera grandezza”.

Un approccio molto differente rispetto al passato. Infatti, nel 1939 il regime fascista dedicò a Leonardo una grande mostra che in realtà era uno show propagandistico, con duecento modelli di macchine leonardiane e numerosi articoli dedicati all’artista su “La difesa della razza” che tratteggiavano Leonardo come campione assoluto della geniale razza italica.

Fortunatamente nel 1952 in occasione del cinquecentenario della nascita dell’artista Giorgio Castelfranco organizzò una prima mostra didattica su Leonardo da Vinci, mostra che si rivelò un rovesciamento del modo di concepire l’arte leonardesca. Grazie a un allestimento sobrio e funzionale nella sala regia di palazzo Venezia, la mostra raccontava la complessità dell’attività di Leonardo con testi, citazioni, e particolari di opere pittoriche e disegni.

L’attuala mostra fiorentina – visitabile fino al 29 settembre ogni sabato, domenica e lunedì – in pratica intende proseguire la strada tracciata da Castelfranco, valorizzandone il lavoro di studioso e critico d’arte, e nello stesso tempo vuole fornire una visione il più possibile completa delle interpretazioni fatte dell’opera di Leonardo, chiudendo un simbolico cerchio con la mostra del 1952, nel modo storicamente più corretto di avvicinarsi al più grande genio universale – non soltanto italico – del Rinascimento.

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