La battaglia legale sulla Monna Lisa di Isleworth

| Una misteriosa nobile famiglia europea rivendica parte della proprietà dell’opera che molti ritengono sia una copia della celebre Gioconda realizzata da Leonardo, mentre altri parlano di fake

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Al pari della “Gioconda”, il dipinto più celebre del mondo conservato con ogni riguardo al Louvre di Parigi, la “Monna Lisa di Isleworth” è attribuito al genio di Leonardo da Vinci: di dimensioni leggermente più piccole e dipinto su tela invece che su tavola, è da tempo oggetto di un dibattito sull’attribuzione. 

Per alcuni esperti, le somiglianze fra le due opere suggerisce che la Monna Lisa di Isleworth sia una semplice copia, anche se alcuni storici dell’arte ritengono si tratti di una versione precedente e non terminata della Gioconda. Il dibattito infuria da decenni. Ma ora il ritratto è al centro di una nuova disputa: un’imminente battaglia legale sulla sua proprietà. E se la vendita da record del 2017 di un altro Leonardo - il “Salvator Mundi”, la cui autenticazione è ancora molto discussa - in gioco potrebbero esserci svariati milioni di dollari.

Il dipinto ha trascorso gran parte degli ultimi cinque decenni nascosto in un caveau di una banca di Losanna, in Svizzera. Acquistato nel 2008 da un consorzio internazionale i cui membri hanno preferito l’anonimato, è stato esposto in diverse gallerie, in particolare a Singapore nel 2014 e a Shanghai due anni dopo. Poi, per la prima volta, è transitato dalle sale di Palazzo Bastogi, a Firenze. Quando la mostra è terminata, un misterioso personaggio avrebbe presentato un’istanza in cui ne rivendica la proprietà. L’avvocato del ricorrente, Giovanni Battista Protti - che ha descritto il suo cliente come discendente di una nobile famiglia europea - afferma di avere documentazioni storiche che dimostrano che l’ex proprietario del dipinto abbia accettato di vendere una quota del 25% dell’opera, successivamente ereditata dal suo cliente. Preoccupato che il dipinto sparisca di nuovo in Svizzera, Protti ha chiesto a un tribunale di Firenze di sequestrarlo: la richiesta sarà giudicata dal tribunale nei prossimi giorni.

Gli attuali proprietari del dipinto rimangono anonimi, ma la “Mona Lisa Foundation” un’organizzazione con sede a Zurigo creata per indagare sulla storia del dipinto leonardiano, ha commentato il caso definendolo “infondato”.

La rivendicazione della famiglia è radicata nella storia recente del dipinto: mentre ci sono grandi lacune sulla sua provenienza iniziale, gli storici dell’arte tracciano l’epopea dell’opera all’inizio del XX secolo, quando fu scoperta dall’artista e collezionista Hugh Blaker in una casa di campagna inglese. Blaker ha spostato il dipinto nel suo studio di Isleworth, un sobborgo a ovest di Londra, da cui il quadro prende il nome. Convinto che si trattasse di un precedente ritratto della giovane ‘Lisa Gherardini’, il soggetto della “Monna Lisa” del Louvre, il patrigno di Blaker John Eyre pubblicò una ricerca in cui dichiarava fosse un’opera di Leonardo, che era noto per produrre diverse versioni dello stesso dipinto.

Dopo la morte di Blaker, l’opera fu venduta al collezionista Henry F. Pulitzer. Come Blaker e Eyre, anche lui era certo che si trattasse di un autentico Leonardo. Nel 1966, il collezionista pubblicò anche il libro “Dov’è la Gioconda” in cui sosteneva che la sua pittura era, di fatto, l’unico vero ritratto della nobildonna fiorentina realizzato da Leonardo. Pulitzer trasferì l’opera in un caveau in Svizzera nel 1975 e, alla sua morte, quattro anni dopo, fu ereditato alla sua compagna, Elizabeth Meyer. Alla morte della stessa, nel 2008, la “Monna Lisa di Isleworth” è stata acquistata dal consorzio internazionale che attualmente la possiede, e nello stesso anno è stata costituita la Fondazione Monna Lisa per fare luce sulle sue origini.

Ma l’avvocato Protti sostiene che la Meyer possedesse solo tre quarti del dipinto. Nel 1964, secondo la ricostruzione, la “Pulitzer Gallery” aveva ceduto il 25% del dipinto ad un produttore portoghese di porcellana di nome Leland Gilbert. Un presunto ordine di acquisto del 1964, sembra dimostrare che Pulitzer avesse accettato di vendere la partecipazione per 4.000 sterline (circa 98.000 dollari attuali). La conclusione dell’avvocato è che i suoi clienti sono gli eredi legittimi del patrimonio di Gilbert e hanno quindi diritto ad una parte del dipinto.

Tuttavia, secondo la Fondazione, la prova presentata in tribunale “dimostra che l’erede di Pulitzer era il pieno e legittimo proprietario dell’opera”.

In ballo ci sono parecchi soldi, perché il valore del dipinto potrebbe essere potenzialmente enorme: il “Salvator Mundi” è diventato l’opera d’arte più costosa mai venduta all’asta nel novembre 2017, quando è stata acquistata per 450,3 milioni di dollari. Anche questa è stata a lungo considerata una copia prima di essere acquistata nel 2005 da un gruppo di mercanti d’arte per meno di 10.000 dollari. Dopo che il dipinto è stato restaurato e ampiamente studiato, la “National Gallery” di Londra lo ha incluso all’interno di una mostra dedicata a Leonardo. E con meno di 20 dipinti di Leonardo sopravvissuti al tempo, solo il “Salvator Mundi” rimane in mani private.

Ma secondo Protti, la famiglia che rappresenta non è motivata da interessi economici: “Come proprietari del dipinto, il loro scopo è quello di permettere di diventare patrimonio dell’umanità, per evitargli di passare altri 40 o 50 anni nei caveau delle banche svizzere. Non è una questione di soldi: è qualcosa che dev’essere fatto. Ha un valore non solo per i privati ma per l’intera umanità”.

La Fondazione Monna Lisa, tuttavia, ha messo in discussione le tempistiche del caso: i clienti di Protti potrebbero essere stati motivati ad agire attraverso studi pubblicati di recente a sostegno dell’attribuzione dell’opera a Leonardo o per il grande interesse che circonda il pittore toscano nel 500esimo anniversario della morte. “Notiamo che questa azione legale è stata intrapresa solo ora, anche se il dipinto negli ultimi anni è stato più volte esposto al pubblico”.

Protti, nel frattempo, ha sostenuto che la decisione di presentare la richiesta del cliente durante la mostra di Firenze era di pura competenza giurisdizionale: “È stata la prima volta in cui il dipinto è stato esposto in un paese europeo: era il momento giusto per chiedere l’intervento del tribunale”.

Come ha dimostrato il “Salvator Mundi”, i tentativi di autenticare le opere come originali di Leonardo possono essere molto complicti: e visto il lungo tempo che la “Monna Lisa di Isleworth” ha trascorso in magazzino, pochi esperti hanno avuto l’opportunità di esaminare l’opera d’arte e determinare se si tratta di il frutto del genio di Leonardo, di un suo allievo o semplicemente di un falsario.

La Fondazione Monna Lisa cita una serie di ricerche, alcune delle quali risalgono ai tempi di Blaker e Eyre. Le argomentazioni sono spesso incentrate sulle differenze tra i due dipinti. La composizione unica del primo, lo sfondo e l’angolo di seduta del soggetto - così come il fatto che sia stato dipinto su tela e non su legno – suggeriscono ad alcuni che chiunque l’abbia realizzato non stava cercando di produrre una copia. Un articolo del 2015 pubblicato sulla rivista scientifica “Conservation Science in Cultural Heritage” ha concluso che i dipinti sono “due opere originali, entrambe dipinte da Leonardo in periodi diversi. Il soggetto è lo stesso, ma i dipinti variano notevolmente, rendendoli due opere a sé stanti e non una copia l’una dell’altra”.

Ma i maggiori studiosi hanno continuato a non considerarla neanche una copia. Uno dei critici più accesi è Martin Kemp, esperto di Leonardo e professore emerito dell’Università di Oxford: “La Monna Lisa di Isleworth non è mai stata citata fra le opere di Leonardo da tutti coloro che hanno trattato e scritto in modo serio su Da Vinci”. Secondo Kemp, un’analisi spettrale ha rivelato sotto la pittura tracce molto diverse dallo stile pittorico di Leonardo”.

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