Oscar Ghiglia, il macchiaiolo dimenticato

| L’ennesima riscoperta di un pittore di inizio Novecento che, trascurato dal dopoguerra agli anni Settanta, oggi torna a essere protagonista di una stagione molto fertile dell’arte italiana

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di Marco Belletti

Si conclude oggi la mostra dedicata al pittore Oscar Ghiglia, ospitata dalla galleria “Ersel” di Torino e realizzata con la collaborazione della “Fondazione Matteucci per l’Arte”, che già aveva organizzato l’esposizione sull’artista tenuta a Viareggio lo scorso autunno.

Ghiglia - nato a Livorno nel 1876, figlio di un ufficiale dell’esercito - inizia a dipingere non ancora ventenne nella sua città natale che, negli ultimi anni dell’Ottocento, vive un’effervescente creatività con artisti come Guglielmo Micheli, Giulio Cesare Vinzio, Llewelyn Lloyd e soprattutto Amedeo Modigliani: a tutti Ghiglia rimarrà strettamente legato, soprattutto Lloyd e Modigliani furono suoi intimi amici. Proprio con questi due ultimi pittori si trasferisce a Firenze nel 1900 e - dopo aver frequentato la “Scuola Libera del Nudo” di Giovanni Fattori - nel 1901 debutta all’annuale Esposizione d’arte di Livorno, quindi espone a Firenze (alla Promotrice e all’Esposizione d’arte di palazzo Corsini) e alla Biennale di Venezia.

A favorire l’affermazione di Ghiglia è il sostegno del giornalista e critico d’arte Ugo Ojetti che, conosciuto il pittore nel 1907, scrive negli anni numerosi articoli molto positivi, fino a un ampio servizio nel 1920 sul primo numero della rivista “Dedalo”, da lui fondata e diretta.

A colpire Ojetti è sicuramente la cifra stilistica del pittore che, in modo decisamente diverso dagli altri artisti dell’epoca, abbina all’eredità di Fattori spunti dell’avanguardia in arrivo dalle grandi capitali europee, Parigi in testa, e che nella Toscana di Ghiglia trovano un’interpretazione decisamente originale. Tanto da poter essere definito l’ultimo dei macchiaioli e il primo dei post-macchiaioli.

L’arte di Ghiglia fa affermare a Modigliani che la ricerca condotta dall’amico pittore in netta controtendenza rispetto al “mainstream” è caratterizzata da uno spirito fortemente sperimentale, tanto da poter essere considerata l’unica in Italia a meritare di essere definita moderna. Paragonabile addirittura a quella di Picasso e Matisse.

“In Italia - afferma Modigliani - non c’è nulla, sono stato dappertutto. Non c’è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c’è Ghiglia. C’è Oscar Ghiglia e basta”.

Negli anni Venti l’attività di Ghiglia è densa di opere, con una produzione intensa e creativa in buona parte dedicata a rielaborare il tema della natura morta. In quel periodo comincia a esporre in numerose mostre (tra cui per esempio la quadriennale di Roma del 1931) insieme con il figlio Paulo e in seguito anche con il secondogenito Valentino, entrambi pittori che tuttavia riscuotono meno successo rispetto al padre.

Negli anni Trenta per la sua aperta ostilità nei confronti del fascismo e al concetto di cultura portato avanti dal regime, Ghiglia è messo in disparte: la sua ultima esposizione risale al 1935, alla Seconda Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma.

Muore il 24 giugno 1945 all’ospedale di Prato dopo una lunga malattia, sostanzialmente dimenticato dal circuito “bene” dell’arte - quello, per intenderci, che esalta Modigliani - ed è riscoperto solo in epoca più recente, nel 1967, in occasione della mostra “Arte Moderna in Italia. 1915-1935” curata da Carlo Ludovico Ragghianti (grande storico e critico d’arte fortemente antifascista) il quale definisce il silenzio creatosi intorno a Ghiglia “una condizione riservata a un’intera generazione di artisti penalizzata dal giudizio negativo sul fascismo”.

Ma è con una serie di mostre monografiche negli anni Settanta che Ghiglia è rivalutato e considerato la massima espressione della cultura figurativa dei primi decenni del Novecento. I dipinti esposti nella mostra, molti dei quali inediti o non più esposti da tempo, sono stati scelti con un criterio filologico tale da facilitare la presenza di testimonianze contemporanee e documenti privati, in una sorta di reciproco dialogo che - oltre a fornire elementi preziosi per ricostruire la genesi delle opere - contribuisce a far conoscere nella giusta prospettiva una stagione davvero affascinante dell’arte italiana. L’esposizione, quindi, riesce a mettere in evidenza il carattere più vero di Ghiglia: misantropo ma volenteroso di esprimere ciò che sente, estremamente recettivo agli stimoli e al dialogo con i più aggiornati esponenti dei diversi ambiti della cultura italiana.

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