Ancora veleni dal Nanga Parbat: insulti all'alpinista Simone Moro

| Mentre proseguono senza esito le ricerche di Nardi e Ballard, dispersi da 7 giorni, Simone Moro, uno dei grandi dell'alpinismo mondiale, ha eliminato un post su FB in cui celebrava la conquista della vetta nel 2016. Insulti e polemiche

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ALBERTO C. FERRO

Il bergamasco Simone Moro (NELLA FOTO), un grande dell’alpinismo italiano e internazionale, che ha vinto la sfida invernale con il Nanga Pargat proprio nel febbraio 2016, aveva pubblicato un post sul suo profilo Facebook per celebrare un’impresa leggendaria, con un retroscena illuminante di un modo di vivere la montagna. La sua compagna di cordata, Tamara Lunger, salita con lui e due alpinisti pakistani, si fermò a 70 metri dalla vetta (8162 mt.) stremata e decise di fermarsi. Un gesto di grandissimo valore umano, nel segno di un rispetto assoluto della vita (propria e altrui) e del coraggio che ci vuole per considerare i propri limiti, un esercizio che dovrebbe valere sempre, e non solo nel mondo delle imprese estreme. Moro, che è un uomo duro e dal carattere complesso, aveva ricevuto molte critiche cattive perché quel post sembrava poco opportuno nel momento in cui si erano perse le tracce, proprio sulla “montagna assassina” di Daniele Nardi e di Tom Ballard. E proprio nel 2016, Daniele Nardi, in un lungo video su YouTube (che linkiamo) ricostruiva quanto avvenne prima della fortunata ascensione, quando Moro gli disse esplicitamente che non avrebbe scalato con lui “per mancanza di feeling”, invitandolo a tornare a casa o a tentare l’impresa in solitaria. L’ossessione del Nanga Pargat che lo inseguiva da anni divenne così una cocente e mai superata delusione. Moro racconta che “aveva ammirato lo Sperone Mummery” ma che il suo istinto di “Winter Maestro” (è uno dei suoi soprannomi) gli aveva suggerito di non provarci nemmeno. “Ci sono continue valanghe e cadute di spezzoni di ghiaccio continui, grandi come automobili”. E Reinhold Messner, che in quello spaventoso canalone perse nel 1970 il fratello Gunther, travolto da una valanga, aggiunse che “l’impresa di scalarlo era troppo pericolosa, e dopo il Mummery c’è un plateau ingombro di neve dove si affonda e raggiungere la vetta da quella via è quasi impossibile”. 

RIMOSSO IL POST CELEBRATIVO

Simone Moro ha immediatamente rimosso il post che ricordava la sua incredibile impresa e ha precisato che non si era reso conto di quanto stava accadendo al Mummery e ha scritto: “Sto seguendo le vicende che coinvolgono il nostro connazionale e collega Daniele Nardi e il suo compagno Tom Ballard, pregando per loro e sperando in un miracolo.

PER UNA TRISTE COINCIDENZA DI DATE, l'anniversario della prima salita invernale al Nanga Parbat del 26 febbraio 2016 ha coinciso con i momenti drammatici che stanno coinvolgendo i due alpinisti impegnati sulla stessa montagna. La programmazione del mio post a ricordo della nostra salita del 2016 ha attuato la pubblicazione di foto e riflessioni su quella giornata nel giorno previsto. Io NON ero ancora stato informato della situazione attuale e drammatica al Nanga e dunque la pubblicazione è avvenuta senza sapere nulla dell'inopportunità di celebrare in un momento in cui c'è sperare e pregare. Volevo dunque chiarire che non è stata mancanza di sensibilità o, peggio, di menefreghismo la pubblicazione del mio post. L'ho dunque rimosso e spero di pubblicarne un altro molto presto che celebri il lieto fine delle operazioni di salvataggio dei due alpinisti Daniele e Tom sullo sperone Mummery del Nanga Parbat”. 

Niente. Ancora commenti con critiche e insulti, a cui l’alpinista non ha più risposto ma senza cancellarli.

A Vanity Fair News Mora ha detto: «Non voglio essere né cinico né bugiardo, ma quando mi hanno detto la prima volta, martedì, cosa stava accadendo e mi hanno spiegato che non c’erano comunicazioni da due giorni ho pensato all’ipotesi peggiore. Non sa quanto vorrei sbagliarmi, Conosco la via non perché l’abbia salita, ma sono stato un anno della mia vita sotto il Nanga Parbat prima di salirlo d’inverno. Lo sperone Mummery è una vita mitica. Io l’ho guardata e riguardata, l’ho ammirata e basta. Io ne ho sempre avuto paura perché secondo me ha un coefficiente di pericolosità mostruosamente più alto rispetto al rischio che io voglio prendermi nella vita, Da quella via ho sempre visto venire giù valanghe, milioni di metri cubi di ghiaccio perché in cima ci sono due seracchi sospesi che scaricano blocchi grandi quanto automobili. È come trovarsi sotto un palazzo di 10 piani che sta crollando».

Poi: «Nardi era al suo quinto tentativo e aveva già salito il Nanga Parbat, certamente le abilità tecniche le hanno entrambi gli alpinisti. È innamorato di quella via ed è quello che la conosce meglio al mondo. Se è tornato per la quinta volta significa che in coscienza non la reputava così pericolosa. Salire quella via in inverno sarebbe la salita più importante della sua carriera e una delle più importante al mondo. Simone Moro un mese fa ha rinunciato a scalare il Manaslu, in Himalaya, ottava cima più alta al mondo, all’ultimo momento, nonostante gli costi della spedizione:  «Io sono uno resiliente, uno che sta anche fino all’ultimo giorno al campo base, ma quest’anno le sensazioni mi dicevano che era un inverno balordo. Quando ho visto tutta la neve e le valanghe ho seguito il mio naso e me ne sono andato. Mi chiamano “Winter Maestro”, ma se sono veramente un maestro devo anche insegnare che avere fifa o tornare a casa non è per forza da deboli».

 

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