"Caro Daniele, eri così prudente e scrupoloso"

| Lo straziante addio di Stefania, la fidanzata di ToM Ballard e il vivido ritratto di Claudio Nardi dell'amico Bruno Diotiallevi. La lettera a Daniele del suo meteorologo Filippo Thierry: "Incidente in parete". Il report di Txikon

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LETTERA DI FILIPPO IL METEOROLOGO

Caro Daniele,

in questi anni, te lo posso giurare su quello che vuoi, non me lo ero mai neanche lontanamente immaginato, che sarebbe potuto arrivare il momento vissuto in queste ultime due settimane, quello in cui avrei fatto le previsioni meteo sul Nanga Parbat non per la pianificazione delle tue scalate, ma per fornirle a chi coordinava le operazioni volte alla tua ricerca. 
E non sai quante volte, in questi giorni irreali, dopo aver studiato le carte meteorologiche centrate su quella zona del globo, ho istintivamente pensato "ok, il meteo domani dovrebbe andare così, ora lo scrivo a Dan"... e prima ancora di realizzare l'assurdità di quel pensiero, continuare a riflettere "devo anche chiedergli se ieri alla fine è nevicato quanto pensassimo, oppure meno, e se il vento abbia davvero rinforzato quanto gli avevo detto"... perché questa è stata la nostra storia e la nostra amicizia in questi anni, fatta non solo di un forte patto di reciproca fiducia e vicendevole responsabilità, vista la delicatezza delle informazioni che ci si scambiava e soprattutto dell'utilizzo che dovevi farne, ma anche di una strettissima e indispensabile sinergia, in cui la previsione la facevamo in due, tu osservando il cielo e la montagna, io usando i tuoi occhi sul posto per la cruciale fase di verifica, senza la quale il contributo di un meteorologo, per quanti modelli matematici possa consultare, perderebbe molta della sua efficacia, se non tutta. Non so quanti alpinisti al mondo, e non lo dico perché sono di parte ma per sincero dubbio, avrebbero potuto offrirmi questo riscontro non solo continuo, ma anche condotto con il necessario sguardo oggettivo, metodico e scientifico.
E se era uno scenario la cui eventualità non mi sfiorava neanche l'anticamera del cervello, quello in cui incredulo mi sono trovato barcollante a muovermi in questi giorni, non è perché per amicizia ed affetto volessi fugare il pensiero di un momento così angosciante, ma semplicemente perché ho conosciuto, fin dall'inizio, la maniacale attenzione e prudenza con cui hai sempre affrontato la pianificazione di ogni singola giornata e di ogni singolo passo sulla montagna, lo scrupoloso e continuo calcolo del rischio a cui dedicavi tutta la tua concentrazione, scartando a priori le giornate in cui quest'ultimo superava la soglia che ritenevi accettabile, e tenendo questa tua personale asticella del rischio, quella che non eri risposto a valicare, molto (ma molto) più in basso di quanto possa credere chi segue queste imprese da casa propria, giudicandole tipicamente come uno sprezzo del pericolo, un azzardo privo di qualsivoglia soglia del rischio, o un modo per mettere a repentaglio la propria vita (salvo poi, ne abbiamo costante e triste dimostrazione dalle pagine di cronaca, restando amenamente in spiaggia o su una cresta montuosa durante un temporale, guidando con l'occhio più al telefonino che al volante, o percorrendo un torrente in fondo a una gola mentre il cielo si fa nero e in lontananza si sente tuonare, dimostrando una totale e sciagurata incapacità di valutazione del rischio, quando non lo smaccato disprezzo del valore della propria vita, aspetti che invece per te, ovunque ti trovassi dal livello del mare in su fino a ottomila e passa metri, erano punti fermi, costantemente in cima ai tuoi pensieri).

Ne è riprova il fatto che su quella montagna, prevalentemente su quella via, ci hai passato cinque inverni, mica un giorno, a forza di non perdere mai la pazienza di aspettare il momento meno rischioso, di minimizzare la tua esposizione al pericolo, di evitare le giornate e le situazioni in cui qualcosa non ti convinceva, foss'anche solo un'intuizione o una sensazione ("Pippo è troppo bianca la roccia lassù stamattina, qui al base in realtà è nevicato poco, come mi avevi detto, ma lì non capisco se è solo neve appiccicata dal vento, oppure se in quota ne ha proprio fatta molta di più, in questo caso è pericoloso per le valanghe, nel dubbio siamo rimasti qui, peccato per la bella giornata certo, ma vatti a fidare")... a costo di "buttare" finestre di tempo favorevole per dare alla montagna il tempo di scaricare la neve caduta nei giorni precedenti, di attendere più di un mese senza muovere un passo dal campo base, di tornare indietro mentre eri appena sotto o già sopra lo sperone, cambiando in corsa, proprio sul più bello, la pianificazione che ti eri proposto. 
Compreso quest'anno, quando arrivando al Campo Base il 28 dicembre, avete posizionato Campo 2 e Campo 3 a tempo di record, rispettivamente il 5 e il 9 gennaio, avete iniziato la scalata dello sperone il 16 gennaio arrivando a lasciare uno zaino col materiale a quota 6200, rientrando al Campo Base già col pensiero a tornare su per proseguire la via... per poi mordere lungamente il freno proprio sul più bello, per evitare situazioni di rischio troppo alto, finendo pazientemente con l'aspettare quasi 40 giorni per tornare sopra Campo 3, e riaffrontare quindi il tratto più impegnativo della via: fino cioè al 23 febbraio, il giorno in cui siete poi arrivati a posizionare Campo 4, quello da cui il giorno dopo hai fatto l'ultima telefonata a Daniela, durante la quale le hai chiesto di contattarmi, per potergli poi trasmettere qualche elemento in più sulla tendenza dei giorni a seguire. Anche in quel momento, come sempre, con la mente alla pianificazione, alla programmazione, alla valutazione più esaustiva e meticolosa possibile sul da farsi.
Cinque settimane e mezza di attesa, dopo quel 16 gennaio, ad inventarsi qualsiasi cosa per ingannare il tempo al campo base, o a battere la traccia nella neve fresca fino all'inizio del ghiacciaio (più per tenervi in movimento che altro) o verso valle (per permettere ai portatori di portarvi i rifornimenti), a disseppellire di ora in ora le tende sommerse dalla neve, ad andare un paio di volte a controllare i materiali fino a Campo 2, senza osare oltre... eppure non sono certamente mancate le giornate in cui il cielo era benevolo, e le previsioni non erano male, però in quei casi non ti convinceva la montagna, come il 16 febbraio in cui, ridendo al telefono, mi raccontasti "pensa Pippo, oggi al campo base abbiamo pranzato all'aperto con Tom, un sole pazzesco, certo ritrovarsi a scalare sullo sperone in una giornata così sarebbe stata una cosa fantastica... però non ci siamo fidati ieri, l'atmosfera era pesante su, non ci siamo neanche fermati a dormire a Campo 2 e siamo ridiscesi subito al base, a vederla oggi rosichiamo, ma va bene così, non si sa mai"... oppure quando mi dicevi "sì, tempo ottimo oggi, lo sperone è in condizioni perfette visto da qui, ma il problema è arrivarci! Sul tratto da qui alla base c'è ancora troppo pericolo che la montagna scarichi, non mi fido, fa rabbia vedere lo sperone così bello da qui, ma aspettiamo ancora". O come quella volta, negli anni addietro, quando accendendo il pc al mattino presto feci un salto sulla sedia, nel vedere sulle carte meteorologiche che un massimo secondario della corrente a getto, sganciatosi dal flusso principale, puntava dritto sul Nanga e vi avrebbe investito di lì a poche ore con venti violentissimi, proprio nel giorno in cui sapevo che saresti salito di quota, visto che nelle mappe del giorno prima non c'era traccia di quella dinamica... mi attaccai al telefono, chiamai tuo fratello Claudio che sapevo essere in costante contatto con te, rispose che in quel momento non aveva ancora ricevuto tue notizie, provai un tuffo al cuore... e dopo un po' mi richiamò dicendo "tranquillo, era già sceso, guardando il cielo e la montagna ha subdorato che la situazione stesse cambiando, e non si è fidato", e non è stata l'unica volta in cui il tuo naso da alpinista, la tua capacità di leggere i segnali attorno e sopra di te e di tradurli lucidamente in decisioni da prendere all'istante all'insegna della prudenza, sono arrivati prima delle carte meteorologiche.

Un innamorato della vita, che tutto faceva tranne che metterla a repentaglio, e per il quale scalare era - prima ancora che sogno e passione, prima ancora che attrazione per l'avventura e l'esplorazione su una via di bellezza inaudita e mai percorsa da nessuno - un continuo calcolo, una meticolosa e scientifica pianificazione senza trascurare nessun aspetto, dalla condizione fisica alla logistica, dalla strategia di avanzamento alle condizioni meteo, sapendo bene (forse siamo noi, qui al livello del mare, che ce lo dimentichiamo troppo spesso) che poi nella vita esistono anche gli eventi capaci di sfuggire a qualsiasi precauzione, una ruota che scoppia a un camion mentre lo superi, tornando come tutti i giorni a casa dal lavoro, può portarti improvvisamente e brutalmente, senza alcun preavviso, a un passo dalla morte (sai Dan, è successo pochi giorni fa a un mio caro amico, se l'è cavata per una frazione di attimo, e non c'era assolutamente nulla che potesse fare per eliminare quel rischio, non aveva sottovalutato nessun pericolo, non aveva nessuna colpa, era semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato... al netto di quel mezzo secondo che l'ha salvato, decidete voi se è stato fortunato lui, o se chiamare sfortuna i casi in cui va a finire male, ma è inutile che cerchiate altri nomi da attribuire a un evento come questo, non ce ne sono, a meno che non invochiate il fato o il livello mistico, naturalmente, ma qui entriamo in altre sfere, sulle quali ognuno ha le proprie risposte).

E infatti, prescindendo da considerazioni sull'opportunità quantomeno della tempistica, con cui tanti opinionisti da social si stanno ignobilmente cimentando a dire la loro (si poteva almeno aspettare un pochino, c'è un tempo per tutte le cose, invece che fare la corsa sciacallistica a parlare in questo momento di estremo dolore), io mi permetto solo di sottolineare che la ricostruzione più plausibile che al momento si può fare dell'accaduto, grazie alla generosa e valorosa opera di ricerca e documentazione di Alex Txikon (di quanto fatto da lui in questa occasione scriverò poi a parte, con calma), è che non si sia trattato di una valanga o del crollo di un seracco (cioè dei motivi per cui quella via è notoriamente pericolosa, ma che tu in questi cinque inverni hai ripetutamente dimostrato di conoscere a menadito, e di sapere bene come minimizzare la propria esposizione a questo pericolo, pianificando meticolosamente giorno per giorno la strategia sia di avvicinamento che di scalata dello sperone, in base alle condizioni contingenti della montagna e del meteo, e rinunciando tante volte a salire se qualcosa non ti convinceva, a costo di eccessi di prudenza e di tornare l'anno dopo), ma di un incidente in parete: impossibile conoscerne i dettagli (purtroppo gli ultimi sorvoli che si sperava di fare, per realizzare foto più ravvicinate, non sono stati possibili, a causa prima di esigenze militari e poi di un guasto tecnico), ma comunque un incidente in parete, come quelli che possono capitare su qualsiasi montagna del mondo, comprese le Alpi e gli Appennini. Per cui dipingerti come un pazzo scriteriato per esserti andato a cacciare su quello sperone, quando - per quello che possiamo attualmente ricostruire - è molto probabile che la tragedia tua e di Tom non abbia nulla a che vedere con la pericolosità di quella via, è davvero qualcosa di ignobile, dettato dall'ignoranza o dalla malafede.
Scrivo tutto questo perché, fra le tantissime cose che mi si accavallano in mente, la prima a cui tengo è di raccontare il Daniele che ho conosciuto, un ragazzo che teneva tantissimo alla vita, al punto da volerla colorare di sogno e di passione, e tutto faceva tranne che esporsi incautamente al pericolo, anzi. Ed è quello che racconterò a tuo figlio, il giorno che volesse ascoltare un vecchio amico di suo papà.

Per tutti gli altri ricordi, Dan, ci sarà tempo. Il tuo essere ambasciatore dei Diritti Umani nel mondo, la tua opera di supporto e solidarietà alle genti di quelle valli, la grande sintonia con Tom, la felicità quando mi hai detto che sarebbe venuto con te quest'anno e il senso fortemente protettivo che avevi verso di lui (ho i tuoi whatsapp di queste settimane dal campo base del Nanga che lo testimoniano), e tanto altro.
Adesso sono qui solo per abbracciarti, salutarti e ringraziarti, sei stato un compagno di strada semplicemente trascinante, e la fiducia che hai voluto riporre nei miei confronti è stato un pazzesco regalo della vita. Con te, oltre che un amico, la cui assenza scava inevitabilmente un vuoto inaudito, se ne va l'esperienza più bella, intensa e incredibile della mia vita professionale. Ho guardato ieri per l'ultima volta, perché non credo proprio che lo farò mai più, le carte del jet stream sul subcontinente indiano, era l'ultimo giorno delle operazioni di ricerca, quelle che finora ci avevano tenuti concentrati e trepidanti, e in qualche modo ci hanno garantito un minimo di distacco, perché per dare il contributo migliore possibile non potevamo permetterci di cedere all'emotività, né al dolore. 

Nardi riprese il Mummery nel 2013, forse nel punto in cui è poi morto

Ora, invece, è arrivato il momento più difficile.
La foto più bella che ho insieme a te ce la siamo fatta alla Vigilia di Natale del 2014, davanti a un bar romano dove ci eravamo visti per due chiacchiere prima della tua partenza: stavi per affrontare il tuo terzo inverno sul Nanga, quell'anno arrivasti in solitaria fino a quota 6200 sullo sperone Mummery (eri al settimo cielo, dopo quella suppur parziale scalata, completamente da solo sulla via dei tuoi sogni, fin dove era stato possibile arrivare "by fair means”, con mezzi leali, con le proprie forze), e poi accettasti l'invito a unirti alla spedizione sulla via Kinshofer capeggiata proprio da Alex, quando rinunciaste a un tiro di schioppo dalla vetta, per salvare la vita all'altro compagno di scalata, Muhammad Ali, che stava male. E quando tornasti in Italia, lo testimoniano i video delle interviste che sono ancora in rete, il tuo pensiero non era tanto alla cima sfiorata di un soffio, ma all'altra via, quella lasciata solo momentaneamente, all'idea di completare quello sperone così bello ed elegante, lungo il quale, in questi anni, hai dato forma e concreta all'ancestrale sogno del genere umano, senza il quale saremmo rimasti all'età della pietra, la voglia di conoscere se stessi e il resto dell'universo, di affrontare i limiti umani e provare a superarli, coniugando coraggio e responsabilità, slancio verso l'ignoto e voglia di tornare a casa. Quello sperone che per te non è mai stato un modo per mettere a repentaglio la tua vita, ma al contrario per viverla nel modo più pieno che si possa immaginare, quello di chi coltiva i propri sogni, le proprie passioni e la sete di conoscenza e di ricerca. Lo sperone dove riposi ora.

Dan, ora vado, è ora di salutarci. 
Mi aspetta - come a tutti coloro che ti hanno conosciuto e voluto bene - una scalata difficile, perché stavolta all'altro capo della corda non ci sei tu, a fare sicurezza e tenere l'ancoraggio, come facesti quel giorno di gennaio sempre su quella montagna, salvando da una caduta fatale Adam Bielecki, stemperando subito dopo la tensione in un caldo abbraccio e una bella risata. Quella stessa risata che mi arrivava, forte e chiara nonostante provenisse via satellitare da una delle più remote zone del globo, quando mi chiamavi dal satellitare, e avevi sempre la capacità di sdrammatizzare, di utilizzare anche gli elementi negativi in informazioni utili a riprogrammare la strategia, e di tenere botta. 
Ho scelto questa foto: l'hai scattata tu, nel 2013. Sì certo, dallo sperone Mummery, più o meno dal punto dove sei adesso, inquadrando verso la base della montagna, quindi non solo verso il campo base ma soprattutto verso la valle del Diamir, quella che avresti poi ripercorso, a fine spedizione, per tornare a casa, dai tuoi affetti.  E' esattamente la vista che hai ora Dan, almeno nelle giornate di sole, quando le nubi decidono di aprirti il sipario sull'orizzonte, e di svelarti tutto il panorama del ghiacciaio morenico che scende verso la valle... noi siamo laggiù in fondo, amico mio. Non perderci di vista.

 

 

 

L'AMORE DI STEFANIA PER TOM

 

"SU QUELLA MONTAGNA NON DOVEVI ANDARE"

 

"La montagna prende, la montagna dà…

Occhi trasparenti come l'anima pura di un ragazzo che viveva per stare nella natura, un viso così dolce non l'avevo neanche mai immaginato e il mio cuore hai subito conquistato, nessuna bontà più grande della tua ho mai conosciuto forse era troppo per un mondo che non guarda in faccia nessuno. Da un altro pianeta mi sembravi arrivato, forse proprio dalle stelle eri decollato. Con i ciuffi biondi mossi dal vento e una forza immensa hai vissuto liberamente e pienamente, forse è solo questo che dopo tutto importa.
Una barriera avevo innalzato per accettare i pericoli ai quali eri costantemente esposto, tutto in frantumi è ormai andato e il mio cuore è completamente annegato, non ci sono o saranno mai parole adatte a descrivere il vuoto che hai lasciato. Un dolore straziante e una forte rabbia per non aver ascoltato le mie costanti parole che ti dicevano che su quella montagna non dovevi andare, i tuoi sogni non erano lì, per questo madre natura non ti ha più protetto. 
Ringrazio l’universo per avermi regalato una persona così speciale, non restano che i magnifici ricordi dei tempi trascorsi insieme che sono i più belli della mia vita. Ti ritroverò nella natura, nei fiumi negli alberi nelle montagne, tu sarai sempre la mia roccia più bella". 
Questo è l'addio di Stefania Pederiva, la fidanzata di Tom Ballard, al suo uomo. C'è un passaggio che fa riflettere: "Un dolore straziante e una forte rabbia per non aver ascoltato le mie costanti parole che ti dicevano che su quella montagna non dovevi andare, i tuoi sogni non erano lì, per questo madre natura non ti ha più protetto". Il rimpianto di non averlo convinto a non seguito il folle e intrepido sogno di Daniele Nardi.


NASCONDEVI UN CUORE TENERO

Poi un ritratto splendido e vero di Daniele. Lo ha scritto Bruno Diotallevi che faceva parte del suo staff: 

"Non so con quali parole cominciare, un nodo in gola mi impedisce di comunicare al meglio, e so quanto ci tenevi alla comunicazione!
Ci siamo conosciuti 2 anni e mezzo fa, per un progetto che non è riuscito, per un grosso sponsor che avrebbe piu tosto appoggiato te e non me, essendo io un zero nel mondo alpinistico.
Mi ricordo le lunghe chiacchierate che ci siamo fatti, il primo incontro al centro di Roma e la prima cosa che mi hai detto: CHE BOTTA DI CULO CHE HAI TROVATO PARCHEGGIO QUI!
Nell`ultimo periodo abbiamo legato davvero tanto, le giornate passate in falesia assieme, quelle giornate in cui avremmo dovuto lavorare ma poi alla fine "OGGI NON HO VOGLIA DI FARE UN CAZZO ANDIAMO A FARCI DUE TIRI IN FALESIA". E indossavi la tua maglietta da PANINARO, mammamia come era brutta! 
Pantaloni strappati, scarpe vecchie, cappellino in testa ….Di certo non sembravi un professionista! Ma mi piaceva per questo, mi piaceva il tuo modo personale di essere alpinista, ma soprattutto, mi piaceva il tuo modo di essere Daniele!
Tu mi hai dato tanto amico mio, mi hai insegnato tanto. Dietro la tua corazza da duro alpinista cazzuto alla fine si nasconde un cuoricino tenero tenero… Mi facevi ridere, ma ti ricordi che botto che hai fatto sul monte Fammera? Io mi sono guardato con Cristiano e ho detto : "Cominciamo bene!!". Che ridere…
Ci siamo davvero divertiti, più te che io, sai perche? Perché ero in soggezione ogni volta che andavamo assieme in montagna, incredibile. Fino a che l’ultima volta mi hai fatto i complimenti per come ho arrampicato! Sicuramente avevi un calo di zuccheri!! 
Purtroppo mi ricordo anche il tuo abbraccio e il mio lì fuori casa, l’ultimo giorno prima della partenza. Con gli occhi lucidi mi hai detto "Vattene se no mi viene da piangere!"
Non lo scorderò mai amico mio.
Ci sono tante cose che non scorderò di te; le tue cazziate per esempio, il tuo sorriso brutto, le mangiate dalle Due Sorelle, noi al lavoro nel tuo ufficio con Imagine dei Dragons a palla e tu che ballavi in modo orribile! E perchè quando facevi Yoga?? Mammamia con quei pantaloni attillati, mamma mia! E un'altra cosa che sarà indelebile, tu che eri sul divano con Mattia e il tuo sguardo pieno di amore! Chissà cosa stavi pensando, te lo avrei voluto domandare, ma era un momento troppo magico per interromperlo.
Amico mio, ci sono tante cose che vorrei dirti ma in questo turbine di emozioni è davvero difficile esprimermi. 
Lasciando perdere i coglioni alpinisti da tastiera che hanno scritto durante questi giorni , che ahimè ci saranno sempre, devi essere ORGOGLIOSO della persona che eri. Tante persone ti sono state vicino, tante persone hanno lavorato per te e per Tom, sai che siamo arrivati a tantissimi mi piace sulla pagina, cosi non mi romperai più le palle di dover spingere FB e il Sito! 
Mi chiedo se è giusto che scriva questa lettera, ma penso che forse nel mio piccolo, attraverso queste parole, riuscirò a trasmettere la persona che eri. Ma è davvero difficile.
Eri complicato sai?! Ma io dentro di me sentivo che eri speciale, sentivo che stava nascendo qualcosa, almeno da parte mia! Non voglio interrompere questa scrittura ma non riesco più a pensare e voglio farlo di getto! Questo è un po` quello che ti avrei voluto dire e che non sono mai riuscito a fare. Sei stato davvero una persona importante per me, un ideale da seguire, mi hai insegnato col tuo stesso esempio che i sogni sono davvero raggiungibili!
Chissà se questa lettera arriverà lassù, di sicuro te la porterò lì al campo base, pero tu fai uno sforzo , scendi a prendertela! 
Quasi dimenticavo alla fine penso che avrei accettato di lavorare con te! Ma volevo dirtelo al tuo ritorno...


Ti voglio bene Daniele e grazie del messaggio dal C2 , alla fine l’ho ricevuto!

 

IL FRATELLO CLAUDIO

 

"Non conosco persona piú innamorata della vita di mio fratello Daniele"

 

TXICON: LA MONTAGNA CI UNISCE

 

Dopo 3 lunghi giorni di grande incertezza e disagio, finalmente gli elicotteri dell'esercito pakistano sono venuti a prenderci al campo base del K2 a mezzogiorno di domenica 3 marzo, diretti verso il Nanga Parbat. Nel primo elicottero Felix e Ignacio, nel secondo io e Josep. Tra le due squadre, carichiamo più di 50 kg di materiale per le operazioni di ricerca e soccorso tra obiettivi, telecamere, droni e materiale per stabilire i nostri campi al Nanga.

Le condizioni tra Concordia e Goro1 erano di pochissima visibilità. I voli in elicottero non sono strumentali, quindi la visibilità è la chiave.

Una volta a Skardu abbiamo analizzato la situazione con i piloti della quinta unità Fearless5 e ci siamo diretti a Juglot. Dopo il rifornimento, siamo partiti per la valle del Diamir poiché le condizioni della zona Fairy Meadow sul versante Raikot non erano favorevoli.

Abbiamo volato sopra il piccolo villaggio di Diamoroi e da lì alla città di Ser, non sembravano esserci particolari problemi quando improvvisamente tra Ser e Kachal una nebbia talmente fitta ha reso impossibile atterrare nella zona boschiva con scarsa visibilità costringendoci a cambiare direzione.
Una volta a Skardu l'atmosfera è amareggiata dal non riuscire a raggiungere la destinazione. I nostri pensieri sono sullo sperone Mummery. Alle 9.30 del mattino di lunedì 4, finalmente ci hanno chiamato dicendo che saremmo partiti, a tutta velocità ci siamo attrezzati e in meno di mezz'ora eravamo già in volo. Atterriamo a Juglot per fare rifornimento e da lì andiamo al campo base del Nanga.


Questa volta il tempo promette bene e noi accorciamo dal versante del Raikot, sorvoliamo il Ganali Peak per entrare nel pendio del Diamir. Che ricordi nel rivedere il Nanga Parbat 8126 m, un brivido attraversa il nostro corpo alla vista di tanta bellezza. Sorvoliamo tra 5800 m e 5400 m la via Messner e la via Kinshofer senza alcun successo.
A C1 a 4850 metri sull'altopiano sotto il Mummery vediamo che Ali, Imtiyaz e Dilawar hanno costruito l'eliporto e ci stanno aspettando. Ci dirigiamo verso il campo base, gettiamo i bagagli all'eliporto del campo base, dove la prima squadra formata da Felix e Ignacio era già atterrata, per facilitare l'atterraggio con alcune manovre molto pericolose. Resto da solo in elicottero per più di 30 minuti per perlustrare tutto lo sperone Mummery tra 7000 e 5500 metri: siamo di fronte ad una missione complicatissima, il Nanga è la più grande montagna del pianeta e la parete del Diamir si innalza per più di 4.000m sopra il campo base.


Dopo più di 12 voli di ricognizione le condizioni erano peggiorate facendosi molto più pericolose, quindi con un'altra manovra molto delicata siamo atterrati a campo 1. Qui Ali Sadpara e io ci stringiamo in un caldo abbraccio, mentre Ignacio, Felix e Josep iniziano la loro ascesa dal campo base al C1.

Ali Sadpara, Dilawar e io non perdiamo tempo e ci muoviamo sulle prime rampe di ghiaccio cristallino che danno accesso allo sperone Mummery, Imtiyaz resta in attesa del resto della squadra a C1. Iniziamo a scalare guadagnando metri con voglia e grande determinazione. Raggiungiamo il C2 a 5600m, ed è completamente distrutto da una presunta valanga. Continuiamo a salire fino al punto da dove Daniele e Tom contattatarono per l'ultima volta da C4.

Raggiungiamo un sito abbastanza sicuro e ispezioniamo con il drone il terreno a 500 metri sopra di noi senza alcun successo. La prima valanga ci ha già avvertito, ma quella che viene dopo è di dimensioni enormi. La verità è che siamo stati molto fortunati e dotati di sangue freddo. Per parlare di salite invernali devi sapere di cosa stai parlando, devi vivere questo tipo di situazioni; devi capire il movimento del ghiaccio, raccogliere tutte le informazioni possibili , sparare al bersaglio e poi ritirarsi. In ogni colpo non puoi permetterti il minimo errore, solo così possiamo sopravvivere a questo tipo di situazione.

Ci muoviamo con grande velocità per ridurre al minimo i rischi, portiamo il peso minimo, non installiamo mai corde fisse, conosciamo la difficoltà e il rischi a cui ci esponiamo, ma se fossi al loro posto vorrei che facessero lo stesso per noi.

Scendiamo a C2 e scopriamo la tenda di Daniele e Tom che è poco più di mezzo metro sotto la neve completamente distrutta. Troviamo uno zaino e trasportiamo tutti gli effetti personali di Daniele e Tom a C1. Al nostro ritorno a C1 troviamo il resto della squadra che è arrivata dal CB. Mentre Ali, Imtiyaz e Dilawar scendono al campo base, Ignacio, Felix, Josep e io decidiamo di rimanere per la notte a C1.

Martedì 5, dopo una lunga e tesa notte il trio pakistano arriva di nuovo da CB a C1. Questa volta, Imtiyaz, Dilawar ed io ricominciamo sulla strada per C3, il resto rimane a C1, perlustrando lo sperone con i teleobiettivi a lunga portata, il telescopio e il binocolo.

Siamo praticamente a c3. Abbiamo fatto volare il drone e guardato con il binocolo per più di un'ora. Il Nanga Parbat non ha punti intermedi, il calore del sole ti cuoce e il freddo intenso dell'ombra fanno di questa montagna una bomba a orologeria. Quindi, decidiamo di non risalire di nuovo dato il pericolo di valanghe, e considerato quanto accaduto ieri ne abbiamo abbastanza ragione: il sole è troppo caldo e la stabilità delle gigantesche masse di ghiaccio che pendono sopra i 7.000 metri è lieve.

Ad ogni modo, non so dove troviamo il sangue freddo per riaddentrarci sulla via. Scendiamo a C1, smontiamo tutto e decidiamo di scendere in direzione del CB. Lì ci sono già i nostri vecchi amici tra cui Attaullah (guida di Daniele e Tom),e Latif e Ikramat Jan (polizia e security della spedizione ) 

6 marzo siamo di nuovo fuori io Ali, Imtiyaz, e Dilawar in direzione C2 della via Kinshofer. Si parte alle 6:00 a.m e C2 a 6200 mt sembra essere difficile da raggiungere, dato l'accumulo di neve. Faceva molto freddo, almeno meno 20 sotto zero e siamo arrivati ​​in 1 ora e mezza a C1. Era una neve molto pesante e la traversata sulla pala poteva andare all'inferno e noi con lei.

Scendiamo nel CB e aspettiamo le istruzioni dei parenti di Daniele.

Lo stesso giorno iniziano a smantellare il campo base e noi non abbiamo più molto da fare. Aspettiamo l'elicottero che sembra essere già decollato 3 volte e che non è ancora arrivato. Trascorriamo la notte come possiamo, dato che alcuni di noi non avevano portato sacchi a pelo per minimizzare il peso degli elicotteri.

Il 7 marzo, essendo poco esperti con le stufe a cherosene, mentre alcuni di noi dormivano, gli altri si prendevano un bello spavento e quasi bruciavano. Di nuovo aspettiamo l'elicottero, il tempo è perfetto ma ci viene comunicato almeno 2 o 3 volte che è decollato ma ancora non è arrivato. Verso le 15:00 abbiamo deciso di scendere a Ser visto che avevamo passato tutto il giorno con solo un tè e 2 biscotti ciascuno. Scendiamo con molto peso attraverso la neve profonda. Alla fine, siamo arrivati ​​a Ser e abbiamo trascorso la notte alla Gunther Messner School.

8 marzo Grazie all'ospitalità e alla generosità delle sole 6 famiglie che abitano nel villaggio, abbiamo mangiato. Nonostante abbiamo di nuovo costruito l'eliporto, anche oggi non arriva l'elicottero, così decidiamo di continuare la marcia fino Diamoroi con tutta la squadra portando l'attrezzatura e un sacco di peso, il che rende molto difficile il nostro progresso. Comunque andiamo con l'acceleratore a tutto gas. Da Diamoroi a Bunardas nel retro di una jeep in una notte piena di stelle.

9 marzo Siamo sulla strada per Skardu. Ci vorranno circa 8 a 10 ore o giù di lì. A breve, dopo aver parlato con le famiglie, verrà rilasciato un comunicato ufficiale.

Questo è parte di ciò che è accaduto in questi ultimi giorni lunghi e molto intensi, e con un carico emotivo molto alto. A breve vi daremo maggiori informazioni. Se non abbiamo dato più informazioni la scorsa settimana è stato per il nostro impegno e per rispetto verso le famiglie di Daniele e Tom, alle quali avevamo promesso che ogni informazione in questo periodo sarebbe venuta sempre dal loro team di comunicazione. Grazie mille per la vostra comprensione e per il grande supporto ricevuto. LA MONTAGNA CI UNISCE.

 

 

Alex Txicon

 

 

CLAUDIO NARDI: "SE NON TORNO..."

 

"Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che però non si è arreso e se non dovessi tornare il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare perche’ il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea…vale la pena farlo”:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Caro Daniele, eri così prudente e scrupoloso" - immagine 1
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A quasi un anno dal salvataggio della squadra di calcio bloccata in una grotta dai monsoni, emerge che i medici hanno preferito sedare i ragazzi prima di affrontare le delicate fasi dell’uscita
Corea del Sud, telecamere spia negli hotel
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Centinaia di ospiti di alberghi sono stati filmati in segreto e trasmessi in diretta streaming online. Un’unità speciale della polizia è riuscita a smantellare la rete, ma il fenomeno non si arresta
Hong Kong e la “bolla del mattone”
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L’ex colonia britannica sta facendo i conti con speculazioni edilizie che cambiano il volto della città, facendole perdere parte delle costruzioni del passato. A rischio scomparsa anche la casa di Bruce Lee
Riportare Tom e Daniele a casa? Doloroso dilemma
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L'alpinista Simone Moro pronto a tentare l'impresa di recuperare i corpi ma solo se è la volontà delle famiglie. Indiscrezione dal Cai: finanzieremo l'operazione. Padre e sorella di Tom: "Resti lassù". Famiglia Nardi: "Nessuna decisione"