Thailandia, il popolo contro il re

| È una rivolta che non ha precedenti guidata dai giovani, che pretendono di vivere in un Paese democratico in cui il sovrano deve rispondere davanti alla legge e al popolo. Ma si teme la dura repressione della polizia e dell’esercito

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Dai curatissimi giardini del Dusit Palace, la frenesia assordante di Bangkok è un rumore quasi impercettibile. L’Amphorn Sathan Residential Hall è la sede ufficiale della monarchia thailandese da più di un secolo. Il nome significa “sede reale nel cielo”, è una sontuosa residenza in stile europeo nota come “Villa Ambara”.

La residenza reale è il luogo in cui è nato il re Maha Vajiralongkorn e dove, in qualità di principe ereditario, ha accettato l’invito formale alla corona nel 2016 dopo la morte di suo padre, re Bhumibol Adulyadej.

Vajiralongkorn - che passa molto del suo tempo all’estero - è tornato in Thailandia questa settimana per una serie di doveri reali. Ma il suo soggiorno non è solo un banale impegno reale: negli ultimi mesi, l’idea di una monarchia devota e silenziosa ad un Re fuori dal controllo pubblico è stata stravolta da una nuova generazione di giovani thailandesi che sfidano apertamente le istituzioni.

Ieri a Bangkok sono scoppiati tafferugli tra la polizia e i manifestanti, riuniti davanti al Monumento alla Democrazia, eletto a luogo d’incontro delle proteste.  I manifestanti hanno parzialmente bloccato le strade con alcune barricate che la polizia ha tentato di rimuovere: alla fine, secondo fonti ufficiali, 21 persone sono state arrestate.

Poco dopo, il corteo reale di Vajiralongkorn ha affrontato per la prima volta i manifestanti: i dimostranti l’hanno accolto con il saluto a tre dita dei film “Hunger Games”, diventato il simbolo delle proteste.

Nelle prossime ore, i manifestanti hanno in programma di marciare verso la sede del premier e di stabilire un sit-in: c’è preoccupazione per un corteo di controprotesta annunciata da gruppi filo-monarchici.

Secondo gli esperti, potrebbe essere una settimana cruciale per il movimento che chiede una nuova costituzione, lo scioglimento del parlamento e le dimissioni del primo ministro Prayut Chan-o-cha, così come la fine della repressione verso le voci critiche al governo. Molti chiedono anche una vera monarchia costituzionale controllata da un sistema democratico.

“Temo che il governo abbia intenzione di arginare la protesta in modo duro”, ha commentato Punchada Sirivunnabood, professore associato di politica alla Facoltà di Scienze sociali e umanistiche all’Università di Mahidol. Chi chiede una riforma monarchica rischia lunghe pene detentive, poiché secondo le leggi thailandesi il monarca è un essere da venerare senza discutere, a cui non è possibile muovere critiche, reati punibili con alcune delle più severe leggi di lesa maestà al mondo.

Ma per la gente sono tabù arcaici che ormai vanno infranti: quello che era iniziato come un raduno studentesco anti-governativo esteso alle città di tutto il Paese, è cresciuto fino a diventare un movimento che attrae un ampio spaccato della società. Una manifestazione del 16 agosto scorso ha attirato circa 10.000 persone, e un mese dopo altre migliaia hanno marciato fino al Gran Palazzo per sistemare uno striscione: “Il popolo dichiara che questo luogo appartiene al popolo, non al Re”.

Era una calda notte dello scorso agosto quando Panusaya, conosciuto con il soprannome di “Rung”, è salito per la prima volta su un palco per consegnare alla monarchia una lista con 10 richieste di riforme. Tra queste, l’obbligo per il sovrano di rispondere davanti alla costituzione, la cancellazione dei reati di lesa maestà, una nuova costituzione, l’abolizione delle cariche reali e lo scioglimento del corpo delle guardie reali. “Temevo di crollare mentre leggevo la dichiarazione. Non mi sentivo più i piedi e le mani - ha raccontato Rung - avevo paura della reazione della folla”. Ma nessuno se n’è andato: Rung e i suoi avevano toccato un nervo scoperto.

Sebbene la monarchia assoluta sia terminata nel 1932, il sovrano della Thailandia esercita ancora enorme influenza politica. L’immagine dell’ex re Bhumibol è stata curata per farne una figura paterna che ha governato secondo i principi buddisti attraverso decenni di turbolenze politiche, lavorando per migliorare la vita dei thailandesi con grande autorità morale.

La Thailandia non è nuova agli sconvolgimenti politici e alle proteste: ci sono stati 13 colpi di stato militari dal 1932, il più recente quando l’attuale primo ministro ed ex capo dell'esercito Prayut Chan-o-cha ha preso il potere. Re Bhumibol aveva furbamente stabilito stretti rapporti con i militari, dando loro legittimità in cambio del fermo sostegno alla monarchia.

Secondo Rung e l’UFTD (United Front of Thammasat and Demonstration), questo modo di governare non è costituzionale. Il 19 settembre è stata nuovamente letta pubblicamente la richiesta di riforme rivolte personalmente al re. Il giorno seguente, con migliaia di persone ancora in strada, il gruppo ha consegnato le richieste alla polizia.

“Volevamo che ascoltasse ciò che desideriamo. Volevamo che la gente sapesse che ha tutto il diritto di parlare del re e al re: siamo tutti uguali”.

Ma mentre Bhumibol era profondamente amato dal popolo, suo figlio re Vajiralongkorn, incoronato nel maggio 2019, non è riuscito a guadagnarsi la stessa autorità morale.

Il sovrano trascorre la maggior parte del suo tempo all’estero, lontano dalla vita pubblica thailandese anche nei mesi in cui il Paese lottava contro la pandemia. Una battaglia che in Thailandia ha avuto successo, ma a prezzo di un impatto economico devastante. Così i manifestanti, che lamentano un’economia in crisi e poche prospettive di lavoro, hanno iniziato a esaminare l’immensa ricchezza e il potere del loro re. Vajiralongkorn ha consolidato il potere espandendo la propria unità militare, la Guardia del Re. Ha anche aumentato notevolmente il suo patrimonio personale: modificando il “Crown Property Act” ha permesso che miliardi di dollari di beni reali detenuti dalla Corona thailandese potessero essere trasferiti direttamente sotto il suo controllo, comprese le azioni di vari conglomerati thailandesi, tra cui la “Siam Cement Public Company” e la “Siam Commercial Bank Public Company”.

“È diventato il re più ricco e potente di sempre”, commenta Pavin Chachavalpongpun, professore presso il Centro di Studi del Sud-Est Asiatico dell’Università di Kyoto. È anche questo a smuovere i nervi dei thialandesi, che chiedono una profonda riforma della monarchia, ma raccolgono anche le proteste di chi chiede maggiori diritti per le donne, la riforma dell’istruzione e dell’economia, oltre alle minoranze come la comunità LGBTQ.

Gli attivisti dicono di essere stanchi di ingiustizie come il potere dei militari garantito dalla costituzione e il prolungato stato di emergenza usato per soffocare l’opposizione politica e la libertà di parola, seguito dalla scomparsa di molti attivisti, costretti all’esilio.

“È significativo che le giovani generazioni stiano spingendo a gran voce per il cambiamento: non vedono un futuro da oltre 40 anni”. E i giovani hanno lasciato il segno nelle scorse elezioni votando per alcuni partiti progressisti di cui è stato ordinato lo scioglimento pochi mesi dopo. Ma secondo gli avvocati thailandesi per i diritti umani, nell’arco di tre mesi 62 persone sono state arrestate con l’accusa di proteste non autorizzate e sedizione.

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Thailandia, il popolo contro il re - immagine 1
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