E se domani salisse al potere Caligola?

| Le confuse e violente successioni degli imperatori romani sembrano quanto più di distante possibile dalla nostra moderna democrazia. In realtà, senza ricorrere a veleni e pugnali, ancora oggi la politica utilizza i metodi di allora

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Di Marco Belletti
Quando nel 37 dopo Cristo l’imperatore romano Tiberio morì, il popolo manifestò in piazza il suo sollievo: il 78enne Tiberio era al potere da quasi un quarto di secolo e negli ultimi anni era stato considerato un tiranno, avendo avuto rapporti conflittuali con le istituzioni, i militari e la plebe. Fatte le dovute proporzioni e traslata la situazione ai giorni nostri, sarebbe come se gli elettori manifestassero la loro gioia per la caduta di un governo democratico che – per il bene del popolo – aveva dovuto avviare iniziative poco apprezzate dal popolo.

I primi di marzo del 37, mentre stava valutando l’opportunità di rientrare a Roma o tornare a Capri –dove viveva da alcuni anni – Tiberio fu colto da un malore e fu ospitato in una villa nei pressi di Napoli, dove sembrò riprendersi. Tuttavia il 16 marzo peggiorò ulteriormente cadendo in uno stato di delirio e fu creduto morto, tanto che Senato e popolo già prepararono i festeggiamenti per il nuovo imperatore, quel Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico che tutti conoscevano come Caligola. E invece Tiberio si riprese perfettamente e siccome avrebbe punito in modo severo chi aveva già considerato imperatore Caligola, il prefetto Macrone ordinò che l’imperatore fosse soffocato tra le coperte.

Anche in questo caso, pur con le evidenti differenze rispetto ai giorni nostri, sarebbe un po’ come se dopo le dimissioni di un governo non si avviasse la procedura democratica prevista, con cui il presidente avvia le consultazioni, ma si andasse immediatamente a nuove elezioni.

Caligola era molto amato dal popolo romano (profondamente ignorante) composto in buona parte da contadini, soldati e qualche artigiano senza istruzione. Non aveva ancora 25 anni (era nato il 31 agosto del 12 d.C.) e tutti lo ricordavano bambino quando aveva accompagnato il padre Germanico – stimato e vittorioso generale – nelle campagne militari nell’Europa centrale e del nord. Quando Caligola pronunciò l’elogio funebre di Tiberio, la folla lo acclamò e così il Senato fu costretto – per evitare disordini e tumulti – ad annullare il testamento di Tiberio (che non prevedeva solo Caligola come successore) con la scusa che il precedente imperatore prima di morire fosse impazzito. Un po’ come decidere oggi di assegnare il potere sulla base di sondaggi e proiezioni di voto affermando che la precedente coalizione di governo non è più affidabile.

I primi mesi con Caligola al potere furono apprezzati dal popolo: giovane, di ampie vedute nei confronti della plebe, ben intenzionato verso il Senato, l’imperatore fu giudicato favorevolmente da tutti, e promosse amnistie, permise il rientro in patria agli esiliati, diminuì le tasse, organizzò giochi e feste, rese nuovamente legali i comizi.

Svetonio, autore quasi contemporaneo, afferma che alla morte di Tiberio l’impero era decisamente ricco, con oltre due miliardi e 700 milioni di sesterzi nelle casse del “fiscus”. Caligola nel suo primo anno da imperatore riuscì a dilapidare questo enorme fondo, con elargizioni e regalie inopportune.

Ma al popolo del tutto digiuno di temi economici, poco interessava questo sperpero: l’importante era che le tasse fossero state ridotte, che la gestione dello stato sembrasse procedere senza difficoltà e soprattutto che non si dovesse tornare al periodo di rigore messo in atto da Tiberio.

Purtroppo per tutti, questa fase idilliaca terminò presto, quando l’imperatore fu colpito da una improvvisa e strana malattia che lo segnò nel fisico e soprattutto nella ragione. Caligola si riprese, ma da quel momento la sua condotta morale e politica mutò completamente, con una gestione degli affari di stato caratterizzata da un atteggiamento di evidente follia. Su malattia e cause gli storici non concordano, attribuendole agli eccessi del giovane. Giovenale e Svetonio indicano come causa della pazzia di Caligola l’uso di un afrodisiaco ricevuto dalla moglie. Anche gli studiosi moderni hanno opinioni discordanti, ritenendo che sbalzi d’umore, allucinazioni, insonnia e paranoie di cui soffriva l’imperatore possano essere state causate da epilessia, ipertiroidismo, saturnismo o disturbi mentali veri e propri.

Caligola assunse atteggiamenti autocratici e provocatori, vantandosi per esempio di portare a letto le mogli di esponenti dell’aristocrazia, di uccidere per divertimento, di dilapidare il patrimonio statale, di sfidare le minoranze religiose dell’impero. Cercò di nominare console un cavallo, come segno di disprezzo delle istituzioni romane. Rimase molto popolare tra i plebei fino a quando continuò a elargire loro forti somme e a organizzare sontuosi giochi circensi, ma non appena fu costretto ad aumentare le tasse anche il popolo manifestò il suo profondo dissenso. Del resto, anche oggi finché si promette un reddito di cittadinanza senza aumentare le tasse il consenso è molto elevato, ma i favori degli elettori precipitano immediatamente non appena l’IVA aumenta.

I tempi erano ormai maturi per un cambio di governo e il 24 gennaio 41, durante la celebrazione dei “ludi palatini”, Caligola fu ucciso in un attentato. Secondo Svetonio fu colpito da oltre 30 pugnalate, il suo cadavere fu portato negli horti Lamiani (attualmente piazza Vittorio Emanuele II sull’Esquilino, di fianco alla stazione Termini), semi-bruciato e frettolosamente ricoperto di terra.

Tra i pochi parenti di Caligola ancora in vita, lo zio 47enne Claudio – che si era sempre tenuto fuori dalla politica – informato della morte del nipote si nascose ma fu trovato da un manipolo di pretoriani che lo condussero nel loro accampamento per acclamarlo imperatore prima che il Senato potesse intervenire. Come se oggi una volta sfiduciato il governo non siano ascoltate le indicazioni fornite dal presidente, ma si proceda a nominare un nuovo premier proposto da un partito.

Prima di presentarsi al popolo, Claudio comprò la fedeltà della guardia pretoriana promettendo a ogni soldato 15 mila sesterzi. Divenne così il quarto imperatore di Roma e la sua prima decisione fu condannare a morte i congiurati che avevano ucciso Caligola.

Claudio fu tratteggiato dagli storici contemporanei come violento, claudicante e gobbo, sanguinario e crudele, vendicativo e pavido, facile all’ira, appassionato di gioco d’azzardo, combattimenti ed esecuzioni di gladiatori. L’imperatore fu descritto negativamente anche come politico, probabilmente perché fu costretto – per risanare lo stato – a intervenire pesantemente su tasse con decisioni poco populiste. Invece, gli storici moderni ritengono sia stato un abile amministratore, un promotore dell’edilizia pubblica, un esperto legislatore e il primo a creare una amministrazione centralizzata per diverse attività statali, una sorta di moderni ministeri assegnati a liberti.

Del resto, visto che Claudio si era sempre tenuto lontano dalla politica attiva, non poteva altro che diventare un vero “imperatore tecnico”…

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