L’anno del #MeToo

| Il movimento scatenato dal caso Weinstein ha subito un paio di contraccolpi che sembravano averne minato la bontà, ma gli esperti concordano: le accuse si stanno trasformando in processi, e le aziende cambiano le loro politiche interne

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Sandra Muller non si aspettava che il suo tweet scatenasse una tempesta sulle molestie sessuali in tutta la Francia, ma non è pentita, anche se lo stress di questi due anni le ha reso difficile l’esistenza. La giornalista francese è diventata la polena della versione francese di #MeToo nel 2017, dopo aver accusato pubblicamente un uomo di aver fatto più volte pesanti commenti su di lei. Il caso l’ha anche trasformata in un simbolo del contraccolpo contro il movimento, quando lo scorso settembre un tribunale di Parigi ha condannato lei per aver diffamato l’uomo che accusava, ordinandole di pagargli migliaia di euro di danni.

L’uomo, il produttore televisivo Eric Brion, aveva ammesso di aver pronunciato quelle frasi, ma anche di essersi scusato con la Muller, riducendo tutto ad “goffo tentativo di flirt, e non una molestia”. La corte ha accolto la versione.

Ma il #MeToo ha vissuto anche un altro contraccolpo, capitanato da Catherine Deneuve, una delle 100 donne che hanno firmato una lettera aperta che nel gennaio del 2018 accusava il movimento di aver creato una caccia alle streghe e guastato i rapporti fra i due sessi. Nient’altro che scosse di assestamento di un problema sociale ben più esteso, il cui messaggio era molto semplice: agli uomini di potere non dovrebbe essere permesso - e non lo sarà - farla franca usando la loro posizione per molestare, aggredire, stuprare e farla franca.

Tutto questo, ha funzionato. Decine e decine di professionisti di alto profilo - e una manciata di donne - sono stati costretti ad abbandonare le loro posizioni dominanti.

Il #MeToo non è stato solo nella battaglia epocale: più di 1.000 donne del mondo dello spettacolo si sono unite sotto l’ombrello di “Time’s Up”, organizzazione che combatte la cattiva condotta sessuale sul posto di lavoro in diversi settori: i loro uffici legali hanno risposto a oltre 3.800 richieste di assistenza in tutti gli Stati Uniti.

Ora il polverone della prima ora si è inevitabilmente calmato, ma #MeToo si è spostato dalle prime pagine dei giornali nelle aule dei tribunali e nei consigli di amministrazione. Secondo gli esperti, la lunghissima onda d’urto di questi mesi si sta trasformando in reati, condanne e risarcimenti.

Secondo Elizabeth Tippett, professore di diritto all’Università dell’Oregon, i cambiamenti scatenati da #MeToo stanno finalmente affrontando le debolezze della giustizia e delle aziende che hanno reso possibile la cultura delle molestie sessuali, del denaro in cambio del silenzio e degli insabbiamenti. “Sono passaggi molto importanti, fondamentali, che forse potranno non suscitare la stessa indignazione dei primi reportage che accusavano i potenti di Hollywood e Wall Street di comportamenti scorretti. Ci vuole tempo - e molte scartoffie - per cambiare la legge e adottare nuove politiche occupazionali. Quelli che vedete ora sono gli sforzi per risolvere il problema di fondo, ed è davvero importante arrivare al traguardo”.

Il progresso non è però uniforme. Nel Regno Unito, il numero di reati sessuali denunciati alla polizia è quasi triplicato negli ultimi anni. Dal 2016, il numero di casi di stupro perseguiti è diminuito del 52%, secondo i dati del “Crown Prosecution Service Inspectorate”. E questo malgrado ci sia stato un aumento del 43% del numero di denunce di stupro.

L’Ufficio per le statistiche nazionali, che ha analizzato i dati, ha dichiarato che, anche se la maggior parte delle vittime continua a non denunciare le aggressioni per timore, molte sono sempre più disposte a farsi avanti.

Il terremoto #MeToo ha costretto molte aziende a mettere in atto politiche più complete per proteggere i lavoratori che denunciano molestie sessuali. Le aziende si stanno sensibilizzando sul problema e riscrivendo le regole di ciò che è e non è più accettabile.

“Uno dei più grandi esempi di questo è che l’amministratore delegato della McDonald’s Corporation si è dimesso perché aveva una relazione con una sua collaboratrice – commenta Michael Green, professore di legge e direttore del programma di legge sul posto di lavoro presso la Texas A&M University – è un caso particolare, perché era un rapporto consensuale e nessuno si era mai lamentato, ma la natura stessa di quella relazione nel pieno del #MeToo è diventata simbolo della scorrettezza”.

Anche Sandra Muller ammette di aver subito la sudditanza dall’uomo che la offendeva pubblicamente: “Sono forte, ho le spalle larghe, ma economicamente avevo bisogno di lui, era potente. Per questo mi sentivo in gabbia: non potevo dire niente. Il mio è il caso tipico di migliaia di donne oppresse da una minoranza di grande potere. Questa vicenda non è stata un bene per me, per la mia immagine e per il mio lavoro: ho perso molte delle mie collaborazioni”.

Ancora oggi, secondo un recente sondaggio, un numero crescente di uomini dice di sentirsi a disagio se costretto a incarichi con colleghi, e preferisce di gran lunga se l’azienda assume donne e uomini non attraenti.

Secondo Harvard Business Review, i sondaggi mostrano anche che uomini e donne hanno una comprensione simile di ciò che costituisce una molestia sessuale, il che indebolisce l’argomento secondo cui gli uomini non comprendono le implicazioni delle loro azioni, mentre le donne stanno semplicemente reagendo in modo eccessivo ad osservazioni innocenti.

Per Catharine MacKinnon, studiosa di diritto e femminista, il contraccolpo del #MeToo è stata una reazione naturale: “Non c’è contraccolpo senza un urto frontale: ogni volta che i maltrattatori la faranno franca violandoci senza conseguenze diremo che c’è stata “la mancanza di un giusto processo”. E ogni volta che racconteremo quello che abbiamo subito, facendo nomi e cognomi dei colpevoli, parleranno di ‘diffamazione’”.

Ma gli esperti concordano: per quanto violento, il contraccolpo non riuscirà a mettere a tacere il movimento che, secondo lei, ha spostato le “placche tettoniche della gerarchia di genere. Le voci delle donne sono ora ascoltate e credute: il cambiamento vero è tutto qui”. 

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