15 anni senza il Pirata

| La sera di San Valentino del 2004, Marco Pantani veniva ritrovato morto nella stanza di un hotel di Rimini. Era la fine della vita clamorosa e difficile di uno dei più grandi campioni del ciclismo

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Di Germano Longo
Lungomare di Rimini, hotel “Le Rose”, 14 febbraio 2004. Alle 21:30, il portiere dell’albergo si insospettisce: ha visto Marco Pantani salire in camera nel pomeriggio, e da allora non è più sceso. Le voci si fanno concitate ed entrare nella stanza “D5” non è semplice: la porta è chiusa dall’interno. Pantani è riverso a terra, la polizia ritrova confezioni di ansiolitici a basso dosaggio, che possono comunque essere letali se assunti in modo massiccio. L’autopsia, settimane dopo, rivela che a causare la morte è stato un edema polmonare e cerebrale causato da overdose di cocaina.

Si chiudeva così la parabola terrena di uno dei più grandi campioni del ciclismo del dopoguerra, amato in ogni angolo del pianeta per la generosità con cui sapeva affrontare le fatiche delle sue leggendarie scalate. Aveva 34 anni, ma ne aveva vissuti molti di più.

Sono passati esattamente quindi anni dalla morte di Marco Pantani, il “Pirata”, un tempo passato con due inchieste per arrivare al verdetto della Cassazione – suicidio – ma senza che nessun giudice o avvocato, prova o testimonianza sia mai riuscita a spazzare via del tutto i sospetti che Pantani sia stato vittima di qualcuno. È la certezza che continua a muovere la famiglia di Marco: mamma Tonina non ha dubbi, ripete “Me l’hanno ammazzato”. Ne è certa.

Marco era nato a Cesena il 13 gennaio del 1970, secondogenito di Ferdinando Pantani e Tonina Belletti, titolare di un chiosco di piadine sul lungomare di Cesenatico. Non è un grande studente, preferisce lo sport, stare all’aria aperta: prova con il calcio, poi nonno Sotero gli regala una bicicletta, e tutto cambia.

Scala tutte le categorie giovanili e dilettantistiche a forza di vittorie e nel 1990 chiude terzo il “Giro d’Italia Dilettanti”: tre anni dopo è già fra i professionisti. Il botto arriva al Giro d’Italia del 1994: si mangia le tappe di Merano e all’Aprica, chiudendo al secondo posto, ed è terzo al suo primo “Tour di France”. Ma il mondo scoprirà quattro anni dopo, nel 1998, che Pantani era un campione vero, di quelli destinati alla gloria eterna. Quell’anno Pantani si porta a casa il Giro d’Italia e il Tour, entrando nel ristretto elenco dei ciclisti a cui è riuscita l’impresa: Fausto Coppi, Jaques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain. Pochi, i migliori.

È l’inizio dello “spettacolo Pantani”, ma anche quello di una discesa, lenta e inesorabile come le salite che sapeva rendere irresistibili. Arriva solo a Oropa, sull’Alpe di Pampeago a Madonna di Campiglio, ma il 5 giugno del 1999, dopo un controllo antidoping, il suo ematocrito è fuori norma, anche se di poco. Viene sospeso per 15 giorni: di fatto gli lo escludono da un altro Giro d’Italia che sarebbe stato suo. Pantani crolla, abbandona e rinuncia anche al Tour.

Sempre più solo e messo da parte, il Pirata precipita nella disperazione: il ciclismo, lo sport a cui ha consacrato la vita per intero, gli ha girato le spalle: ha tutti contro, cade in depressione, i media lo braccano senza dargli respiro. Si chiude sempre più in se stesso, trovando conforto solo nella cocaina.

Proverà a rimettersi in pista nel 2000, ma qualcosa dentro si è rotta per sempre: nelle salite non brilla più, mette insieme gare senza colore e senza gloria. È un imbuto che porta dritto alla sera del 14 febbraio di quindici anni fa, quando l’Italia si accorge che Pantani non c’è più, e ricomincia ad amarlo. Da allora, Marco riposa al cimitero di Cesenatico, e non passa giorno senza che qualche tifoso gli porti un fiore. Il Pirata si è guadagnato la leggenda, e quella non potrà levargliela mai nessuno.



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