20 anni senza Faber

| L’11 gennaio 1999 se ne andava uno dei più grandi cantautori italiani. Un poeta prestato alla musica, punto di riferimento per generazioni di artisti. È stato un uomo schivo, riservato, curioso e profondo, forse come pochi altri

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Di Germano Longo
Questa storia, la storia di Fabrizio De André, inizia al contrario. Dalle 2:30 dell’11 gennaio 1999, la notte in cui Faber se ne va. Era ricoverato dal novembre precedente all’Istituto dei Tumori di Milano: il male l’aveva preso ai polmoni, e non c’era più niente da fare. Nella bara, che due giorni dopo passa attraverso 10mila persone accorse alla Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano per dargli l’ultimo addio, le sue passioni: un pacchetto di sigarette, una sciarpa del Genoa, un naso da clown. Poche ore dopo i funerali, il suo amico d’infanzia Paolo Villaggio lo ricorda con la voce rotta dall’emozione: “Era intelligente, geniale, allegro, generoso, squinternato, vanitoso, un po’ snob. Non era triste, come tutti pensavano, era un anarchico e un grande poeta”.

È una storia che oggi compie vent’anni: era il 1999, “Faber” aveva 58 anni ed era ovunque riconosciuto come un artista dal talento smisurato, uno dei più grandi e intensi cantautori italiani di ogni tempo. Anarchico e pacifista, cantava di emarginati, puttane, ribelli, di vicoli malfamati, di ragazze di paese ingenue e ammaliatrici, scrivendo versi che sono finiti anche nei libri scolastici, alla voce poesia. Insieme a Lauzi, Paoli, Bindi e Tenco formava quella che era stata definita "la scuola genovese". Ma il suo è stato per molto tempo uno stile diverso, volutamente scarno e asciutto, basato su testi che erano piccole sceneggiature, melodie dal sapore popolare che restavano nelle orecchie e su una voce profonda: prediligeva le ballate, con la chitarra e poco altro.

Era nato in via De Nicolay 2 a Pegli, un quartiere di Genova, il 18 febbraio 1940. Il padre Giuseppe, torinese, era riuscito ad acquistare un istituto tecnico a Sanpierdarena, per poi tentare la scalata politica e diventare vicesindaco e subito dopo presidente dell’Eridania. La madre Luisa arrivava da una famiglia di produttori di vino del cuneese. Durante la guerra i De André sono fra sfollati costretti a spostarsi a Revignano d’Asti. Fabrizio frequenta le elementari dalle suore, ma lo definiscono un ragazzino “fuori dagli schemi”: è un po’ turbolento, fatica ad andare d’accordo con gli insegnanti e i compagni. Per drizzarlo, il padre lo spedisce dai Gesuiti, all’istituto Arecco, dove poco tempo un prete tenta di molestarlo: Fabrizio reagisce, non molla, vuole giustizia con così tanta forza da rischiare l’espulsione, eventualità che l’istituto valuta pur di mettere a tacere lo scandalo. L’intervento del padre, allora vicensindaco, fa si che ad essere allontanato sia il sacerdote.

Finito il liceo classico Faber è ancora un’anima inquieta: si iscrive a lettere, poi passa a medicina e infine sceglie giurisprudenza. Sono gli anni in cui scopre la musica, il jazz, le canzoni di Georges Brassenes. Diventa un ribelle che vive in modo sregolato: Anna, la sua compagna, è una prostituta di via Prè, e quando gli riesce si imbarca sulle navi da crociera con il suo amico di sempre Paolo Villaggio: suonano, ridono, fanno casino, corrono dietro alle donne, guadagnano qualcosa. Nell’estate del 1960 scrive la sua prima canzone, “La ballata del Miché”, subito dopo si fidanza con Puny, soprannome di Enrica Rignon, una ragazza di ottima famiglia che nel 1962 gli darà il primo figlio, Cristiano. Divorziano alla metà degli anni Settanta, e a quella storia che si chiude Fabrizio dedica uno dei suoi brani più struggenti: “La canzone dell’amor perduto”.

Il primo 45 giri arriva nel 1961, per la “Karim”, due anni dopo debutta in televisione, nel programma “Rendez-vous”. La svolta nel 1964 con “La canzone di Marinella”, brano ispirato a un fatto di cronaca: la morte di una prostituta 16enne uccisa e gettata in un fiume. Un brano destinato all’eternità, uno dei suoi capolavori assoluti, reso celebre quattro anni dopo dall’interpretazione di Mina. Nel 1966 arrivano altri due singoli di successo, “La canzone dell’amore cieco” e “Amore che vieni, amore che vai”.

Nel 1972, mentre incide l’album “Storia di un impiegato”, conosce Dori Ghezzi, che sta incidendo il suo album solista nello studio accanto al suo. Inizia una relazione che il 7 dicembre 1989 culmina nel matrimonio, dopo 15 anni di convivenza. Nel 1977 era nata Luvi, seconda figlia di Fabrizio.

Intimorito dal palcoscenico, la prima esibizione dal vivo di De André è del 16 marzo 1975, alla “Bussoladomani” di Marina di Pietrasanta: è l’impresario Sergio Bernardini a volerloa tutti i costi. Faber prima rifiuta, poi gli propone un pacchetto di 100 serate per 300 milioni di lire, una cifra enorme. Sono anche gli anni della collaborazione con la PFM, con cui de André parte in un tour entusiasmante, raccolto in un album live.

La sera del 7 agosto 1979, inizia una delle pagine più cupe della vita di De André e Dori Ghezzi: i due, rapiti dalla loro tenuta a Tempio Pausania, in Sardegna, finiscono per quattro mesi nelle mani dell’anonima sarda, prigionieri alle pendici del Monte Lerno, in provincia di Sassari. Saranno liberati dietro il pagamento di 550 milioni di lire, per buona parte pagati dal padre Giuseppe.

Gli anni Ottanta sono quelli delle collaborazioni e delle sperimentazioni: De André lavora con Ivano Fossati, Francesco de Gregori, Baccini, i Tazenda, Teresa De Sio, Ricky Gianco, i New Trolls. In quarant’anni di carriera incide 41 album, di cui 14 in studio, 7 live, 19 raccolte, due opere audiovisive e una colonna sonora.

“Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto”, amava ripetere. Ed è andata proprio così.

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