Audrey Hepburn, l’indimenticabile

| La notte del 20 gennaio di venticinque anni fa, si spegneva una delle stelle più luminose mai apparse nel firmamento di Hollywood. Ancora oggi, il suo nome evoca bellezza, classe ed eleganza

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Di Germano Longo
Forse se nella vita cerchi di essere sempre una persona gentile, il destino se ne accorge e si organizza. È stato così per Audrey Hepburn, che se n’è andata probabilmente come avrebbe voluto, se certe cose fosse possibile prenotarle per tempo: in modo discreto, senza urlare perché tanto non serve. Era la notte del 20 gennaio 1993, nel letto della sua casa di Tolochenaz, in Svizzera. Due mesi prima aveva subito un delicato intervento per asportarle un brutto male che per anni le ha scavato dentro in silenzio.

Si chiudeva a 63 anni, la vita di una delle attrici più amate di sempre. Simbolo di classe ed eleganza, una bellezza dai tratti delicati, irresistibili e senza tempo. Ancora oggi un’immagine che trascende ogni moda, amatissima e utilizzata a piene mani come sinonimo di una bellezza a cui non serve molto altro per essere desiderata.

Audrey Kathleen Ruston era nata il 4 maggio del 1929 a Ixelles, a pochi passi da Bruxelles, da una famiglia di nobili origini che vantava discendenze con Edoardo III d’Inghilterra. In Belgio vive poco: suo padre, dirigente di una compagnia di assicurazioni e filo-nazista, si sposta di continuo per l’Europa portandosi appresso tutta la parentela, almeno fino al divorzio dalla madre.

La famiglia si trasferisce ad Arnhem, in Olanda, nella speranza di stare alla larga dalla follia scatenata da Adolf Hitler. Audrey studia danza e musica al conservatorio, ma dura poco: nel 1940 i tedeschi invadono l’Olanda e per non attirare le loro attenzioni, tutti in famiglia cambiano nome e cognome, troppo inglesi per passare inosservati. Audrey diventa per tutti Edda van Heemstra: lavora come ballerina, partecipando anche a spettacoli che servono per finanziare i movimenti che si oppongono alla furia nazista.

C’è un inverno, in particolare, che si stamperà a fuoco nella memoria di Audrey: il 1944, quello del grande freddo e di una carestia che le provocherà disturbi dovuti alla malnutrizione che si sarebbero trascinati per il resto della sua vita. Ha 16 anni quando i Paesi Bassi si liberano dal Nazismo, tre anni dopo si trasferisce a Londra per perfezionare la danza, ma le danno poche speranze: è troppo bassa e una salute cagionevole non sono compagne adatte per pensare ad uno ruolo da étoile.

Appese le scarpette al chiodo, Audrey non rinuncia ai propri sogni, trovando una soluzione accettabile nel cinema e nel teatro, altri risvolti dello spettacolo che la attirano da sempre. Inizia con un documentario educativo, entrando nel cast di alcuni musical, ma nel 1951 arriva l’occasione di fare del cinema: a offrirla è un ruolo in “One wild oat”, seguito da qualche mese dopo dalla commedia “Vacanze a Montecarlo”. È proprio durante le riprese di quest’ultimo, in Costa Azzurra, che conosce Colette, scrittrice e attrice teatrale francese reduce dal successo di “Gigi”, il suo ultimo romanzo, ormai pronto per diventare una commedia in scena a Broadway. È lei a volere Audrey per la parte della protagonista.

È il 1952, l’anno della svolta. Il regista William Wyler le fa un provino per il film “Vacanze Romane”, in fase di preparazione. In realtà, la “Paramount Pictures” ha già fatto il nome di Liz Taylor, ma Wyler si impone pretendendo Audrey Hepburn: “La principessa Anna è lei”, ripete.

Non è il solo a capire che dietro quella ragazza minuta e dal visino angelico si nasconde un talento destinato a conquistare i più alti strati della cinematografia mondiale: Gregory Peck, protagonista maschile, chiede che sui titoli di testa il nome di Audrey sia messo in evidenza, almeno quanto il suo, perché è certo che prima o poi quella ragazza un Oscar l’avrebbe vinto.

Con grande fiuto, aveva visto giusto: la statuetta arriva nel 1954, come migliore attrice protagonista. È un anno particolarmente felice, lo stesso in sale sull’altare con il collega Mel Ferrer, da cui divorzierà dopo quattordici anni di convivenza.

La carriera inizia a volare: Audrey alterna le repliche di “Gigi” con la preparazione di un altro film destinato alla leggenda: “Sabrina”, al fianco di mostri sacri come Humphery Bogart e William Holden. È un altro successo che vale una nuova candidatura all’Oscar, anche se stavolta sarà assegnato a Grace Kelly, ma è soprattutto il momento in cui fra la Hepburn e lo stilista francese Givenchy, che ha disegnato gli abiti del film, nasce una profonda amicizia che durerà per tutta la vita.

Ormai diventata una delle attrici più celebri e meglio pagate di Hollywood, Audrey torna sul grande schermo con “Cenerentola a Parigi”, una delle pellicole a cui resterà più legata: è l’occasione per tornare a ballare, girando alcune scene al fianco del grande Fred Astaire.

La consacrazione definitiva nell’olimpo della stelle più luminose di Hollywood arriva nel 1961 con l’indimenticabile ruolo di Holly Golightly, personaggio interpretato per “Colazione da Tiffany”, film tratto dal romanzo di Truman Capote e diretto da Black Edwards.

Commedie e ruoli drammatici si susseguono, regalando alla storia del cinema interpretazioni ancora oggi prese ad esempio, come in “My fair Lady” e in “Vacanze Romane”, di nuovo al fianco di Gregory Peck. Verso la metà degli anni Sessanta, le apparizioni di Audrey si diradano un po’: si sposa con lo psichiatra italiano Andrea Dotti, da cui ha un figlio, e sceglie di occuparsi della famiglia. Ma anche stavolta non c’è pace: Audrey resiste per 13 anni ai continui tradimenti del marito, divorziando solo nel 1982. Sei mesi dopo incontra Robert Wolders, un attore di origini olandesi: non si sposano, scelgono di vivere insieme in Svizzera, di fare beneficienza e viaggiare come ambasciatori dell’Unicef.

L’addio al cinema di Audrey Hepburn arriva nel 1988, in “Always, per sempre”, diretta da Steven Spielberg: interpreta Hap, un angelo. Non poteva che andare così.

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