Coppi, l’amante, il fratello e tutto quanto

| La vita del campionissimo fu sfortunatamente breve ma intensa. Vinse ovunque, fece scandalo nella bigotta Italia degli anni Cinquanta, divise l’Italia per la rivalità con Bartali e perse un fratello, corridore come lui

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Di Marco Belletti
Sarà una combinazione o un’astuta operazione di marketing, ma è quantomeno sospetto che un filmato inedito in cui si vedono Fausto Coppi e Gino Bartali al giro d’Italia del 1940 sia comparso improvvisamente proprio in occasione del centesimo anniversario della nascita del campionissimo. La versione ufficiale dei fatti parla del fortuito ritrovamento da parte di un appassionato in un mercatino dell’usato. Immagini che subito sono state definite magnifiche e incredibili e che Rai2 propone come parte delle testimonianze dell’epoca per i festeggiamenti del centenario.

Castellania (o meglio Castellania Coppi, come si chiama da quest’anno) è un paesino in provincia di Alessandria che non arriva neppure alle cento anime. Fu qui – in una zona dove le influenze di Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna travalicano i confini delle regioni e si sovrappongono tra loro nella cultura, nella cucina e in ogni altro aspetto della vita – che nacque Fausto Coppi, il 15 settembre 1919, quando gli abitanti del paese erano forse 500.

Professionista tra il 1939 e il 1959, Coppi è l’atleta più famoso, popolare e vincente nell’epoca d’oro del ciclismo. Vinse sia nelle corse a tappe sia nelle classiche: cinque giri d’Italia, due tour de France (primo a vincerli entrambi nello stesso anno), cinque giri di Lombardia, tre Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix e una Freccia Vallone oltre a conquistare il titolo di campione del mondo su strada e su pista. E suo fu il record dell’ora dal 1942 al 1956.

Coppi non è ricordato solo per le vittorie, ma per numerosi altri motivi. Innanzitutto ha cambiato l’approccio alle competizioni, con attenzione alla dieta, alla preparazione tecnica della bicicletta, alla programmazione degli allenamenti e delle cure mediche.

Inoltre fu al centro delle cronache scandalistiche del tempo per la relazione extraconiugale con Giulia Occhini. Coppi si era sposato nel 1945 con la ventitreenne Bruna Ciampolini, con la quale visse a Sestri Ponente ed ebbe nel 1947 la figlia Marina. Bruna è una ragazza timida ma ostinata e caparbia, come spesso sono le donne di Monferrato e alessandrino. Ama il marito ma odia il suo successo e le corse. Da quando vide Learco Guerra cadere durante una tappa del giro e rialzarsi sanguinante la sua si trasformò in un’ossessione e divenne particolarmente insistente nel convincere il marito a smettere con le corse. Ma invece di persuaderlo lo allontanò da sé. Fausto aveva conosciuto la sua futura amante nel 1948 quando gli aveva chiesto un autografo. I due iniziarono una relazione che divenne palese e di pubblico dominio nel giugno 1954, quando entrambi abbandonano il coniuge (lei era sposata con un medico) per andare a convivere a Novi Ligure, fatto che fu condannato addirittura dal papa, Pio XII.

Il giornalista dell’Équipe Pierre Chany coniò per la donna il soprannome di misteriosa “dame en blanc” per il colore del vestito che indossava aspettando Coppi all’arrivo di una tappa del giro d’Italia: quando il loro rapporto divenne pubblico, Giulia Occhini divenne per tutti la dama bianca. 

Denunciata dall’ex marito per adulterio, la donna fu arrestata e obbligata ai domiciliari ad Ancona, in casa di una zia, mentre a Coppi fu ritirato il passaporto. Il ciclista fu poi condannato a due mesi di carcere per abbandono del tetto coniugale, mentre la donna (già incinta) a tre mesi: entrambi usufruirono della sospensione condizionale e si sposarono in Messico mentre il figlio Fausto (detto Faustino) nacque a Buenos Aires in modo che potesse essere chiamato Coppi, in quanto l’ex marito della Occhini si rifiutava di disconoscerne la paternità e in Italia avrebbe dovuto chiamarsi con il suo nome.

Infine, fu leggendaria la sua rivalità con Gino Bartali, che nel secondo dopoguerra divise l’Italia in due, anche per le presunte diverse idee politiche dei due campioni. Bartali nutriva un forte odio per il regime fascista e più d’una volta trasportò – nascosti nella bicicletta – documenti falsi per creare nuove identità a favore di ebrei perseguitati. Per questo motivo gli fu assegnata la medaglia d’oro al valor civile (postuma) ed è stato inserito tra i giusti dell’olocausto nel giardino dei giusti del mondo di Padova.

Bartali, di cinque anni più vecchio di Coppi, vinse numerose corse, tra cui tre giri d’Italia, due tour de France, quattro Milano-Sanremo e tre giri di Lombardia. L’onesta rivalità dei due campioni in un’epoca in cui gli atleti si trasformavano per la prima volta in divi, fu immortalata nell’immaginario collettivo in due momenti: sicuramente il più significativo è la foto che ritrae Coppi e Bartali mentre si passano una bottiglia durante la salita al col du Galibier al tour de France del 1952. L’altro spezzone rimasto nella memoria degli italiani è la partecipazione dei due nel 1959 a una puntata del Musichiere condotto da Mario Riva, in cui duettarono spiritosamente cantando insieme la parodia su di loro della canzone “Come pioveva”.

Un punto in comune tra gli altrimenti diversissimi Coppi e Bartali fu il fatto che avevano entrambi un fratello minore, come loro ciclisti ma che non ebbero successo e morirono in giovane età.

Serse Coppi fu anche gregario di Fausto e vinse una Parigi-Roubaix. Il 29 giugno 1951, appena 28enne, durante lo sprint finale al giro del Piemonte infilò la ruota anteriore in un binario del tram, cadde e picchiò la testa. In un primo momento le conseguenze della caduta non sembrarono gravi, ma dopo essere rientrato in albergo Serse fu colpito da un’emorragia cerebrale e morì.

Giulio Bartali aveva invece soltanto 19 anni quando morì nel 1936. Il 14 giugno – soltanto una settimana dopo la prima vittoria al giro d’Italia del fratello – durante una gara del campionato regionale dilettanti a Firenze, sotto una pioggia battente il giovane fu investito da una Fiat 508 “Balilla”, fratturandosi spalla, bacino e costole. Operato d’urgenza non riprese conoscenza e morì un paio di giorni dopo. Una ventina d’anni più tardi, il chirurgo che lo aveva operato, lasciò una lettera postuma alla madre del giovane, nella quale confessava di aver commesso un errore imperdonabile e di aver quindi causato la morte di Giulio.

Anche Fausto Coppi morì a causa di uno sbaglio dei medici. Dopo aver partecipato a una gara a Ouagadougou (capitale dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso) il campione italiano e il compagno di squadra Raphaël Géminiani parteciparono a una battuta di caccia e nell’accampamento furono assaliti dalle zanzare, contraendo la malaria.

Tornarono a casa entrambi febbricitanti, ma mentre il francese fu correttamente curato con il chinino per debellare la malaria terzana maligna che aveva contratto (si salvò dopo otto giorni di coma), per Coppi i medici non riuscirono a diagnosticare correttamente la malattia. Nonostante i familiari – in contatto con la moglie e il fratello di Géminiani – avessero indicato la possibilità che si trattasse di malaria, non furono ascoltati e il campione fu ricoverato il 1° gennaio 1960 nell’ospedale di Tortona e curato con antibiotici e cortisonici che non sortirono alcun effetto. Coppi morì senza riprendere conoscenza il mattino del 2 gennaio 1960, a soli quarant’anni.

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