I 50 anni di Julia Robertspiù bel sorriso di Hollywood

| L'eterna "Pretty Woman" arriva alla seconda soglia degli "anta". La storia di un'attrice amatissima che nella vita si è conquistata tutto: l'amore, la famiglia, la carriera e il successo

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Di Germano Longo
"Indossa un sorriso e avrai amici, indossa un broncio e avrai le rughe". Avesse potuto farlo, la scrittrice inglese George Eliot sembrava proprio parlare di Julia Roberts, quando lasciò alla storia uno dei suoi più celebri aforismi. Perché Julia Fiona Roberts, figlia di Smyrna, sobborgo di Atlanta, Georgia, è l'incarnazione del principio che un sorriso non solo aggiusta la vita, ma può fare miracoli su una carriera intera.

Da lì in poi, per questo piccolo pianeta, Julia sarà per sempre "Pretty Woman", ma anche una donna così convinta del proprio tempo - privilegio raro - da aver superato ogni paura, anche quella di soffiare sulle cinquanta candeline, cifra in genere ben oltre il limite delle regole hollywoodiane, norme che non si trovano da nessuna parte ma applicate in modo ossessivo in un triplice mantra: le attrici devono essere belle, giovani e formose.

Una cosa che non vale per Julia: lo testimonia "People", che la scorsa primavera, per celebrare in netto anticipo le 50 candeline, l'ha eletta "donna più bella del mondo". Difficile dargli torto: Julia ha sempre sorriso, anche quando ha scelto ruoli perfetti per costruirsi la fama di principessa d'America, ma altrettanto quando i film li ha sbagliati, come capita anche ai migliori, a volte.

E se il tempo ha scelto di saltarla a gambe unite, la teen ager sognatrice di "Mystic Pizza", il film che la impone agli occhi di Hollywood, ha lasciato il posto ad una donna capace di confessare che ai tempi "Ero solo una ragazzina egoista, viziata e capricciosa che si era montata la testa". Pienamente d'accordo con lei era Steven Spielberg, che nel 1991, dopo averla diretta in "Hook - Capitan Uncino", giura pubblicamente di non volerla vedere mai più.

Quasi cinquanta i film interpretati in carriera finora, da "Scuola di pompieri" del 1987 a "Wonder", il più recente, anche se per Julia vale la regola di Audrey Hepburn: puoi sbatterti quanto ti pare, ma ci sono personaggi che ti restano cuciti addosso per sempre, anche se alla fine ti andranno stretti. Ad Audrey, una delle divine, era toccato in sorte Holly Golightly, l'irresistibile tentatrice di "Colazione da Tiffany". A Julia tocca Vivian Ward, la prostituta che alla prima di notte di mestiere casca come meglio non potrebbe: Edward Lewis, al secolo il fascinoso Richard Gere, nel ruolo di un affarista miliardario che prima preferisce pagare, e subito dopo si innamora, perché le vere fiabe hanno bisogno di lacrime e sospiri.

E dire che quel ruolo a Julia stava per sfuggire, anche se ai tempi dell'ingaggio la storia aveva risvolti molto più politicamente scorretti, con una vicenda a base di prostituzione, droga e un finale drammatico e sanguinolento. Ma il progetto passa alla distilleria dei buoni sentimenti Disney, che getta nel cestino la sceneggiatura e affida quella nuova, perfettamente levigata, al regista Gary Marshall, che dopo aver guardato con attenzione la protagonista dice: Julia non va bene, trovatemi un'altra. A salvarla è Richard Gere, che in quel sorriso - anche lui - riesce forse a vedere parte dei 460 milioni di dollari incassati dalla pellicola.

Oggi Julia è una donna - e che donna - che nella famiglia trova la forza per convivere con l'idea di essere una delle leggende viventi di Hollywood. "La mia famiglia è tutto: la fama e il successo non sono altro che una brezza estiva che va e viene". Poi sorride, e da qualche parte spunta il sole.

La stella del South

Non è semplice partire da Smyrna, 50mila abitanti e qualche storia antica di pionieri, puntando dritti verso Hollywood. Da buona americana della middle class, Julia - classe 1967 - cresce con discreti problemi in famiglia: il padre, un venditore di elettrodomestici, muore quando lei ha 10 anni. Cresce con la madre, tre fratelli e una sorellastra, ricevuta in dono dal secondo matrimonio della mamma. Studia giornalismo, ma ad attirarla verso il cinema è il debutto di suo fratello Eric: Julia vola in California e inizia con piccole parti in qualche soap. Per certe cose ci vuole pazienza, anche a Hollywood: nel 1988 arriva il primo ruolo da protagonista in "Mistyc Pizza", nei panni della cameriera di una pizzeria in cerca dell'amore della vita. Un ruolo che le basta per spiegare alle colline di Hollywood che da quel momento, il cinema non avrebbe potuto più fare a meno di quel sorriso. Un anno dopo, nel 1989, "Fiori d'acciaio" le vale la Nominations agli Oscar e il Golden Globe, ma è soltanto nel 1990, con "Pretty Woman", che Julia entra nell'immaginario collettivo: è bella, alta, con due gambe da urlo e un sorriso che potrebbe sciogliere un paio di iceberg per volta.

I suoi ruoli si fanno via via più intensi, anche se quando le sceneggiature lo permettono, Julia sa che non è giusto disdegnare la commedia. Il terzo Golden Globe arriva con il ruolo di Anna Scott in "Nottingh Hill", al fianco di Hugh Grant. È un lavoro di semina che raggiunge il clou nel 1999, con il ruolo da protagonista in "Erin Brockovich - forte come la verità", la vera storia di un'attivista statunitense. Uno dopo l'altro arrivano il Bafta, il Golden Globe e finalmente l'Oscar: la consacrazione.

Anche la vita privata vive momenti altalenanti: la storia con Kiefer Sutherland si chiude un attimo prima di arrivare sull'altare, fuga che non le riesce al fianco del cantante country Lyle Lovett, sposato e lasciato nel giro di pochi mesi. Qualche anno dopo la danno al fianco di Benjamin Bratt, un altro suo collega, anche se per tornare all'altare bisogna aspettare il 2002 e il nome di Daniel Moder, un cameraman da cui ha tre figli, e un passaggio per la felicità.

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