Jack Kerouac, per sempre sulla strada

| Se ne andava 49 anni fa lo scrittore che ha tolto ogni alibi all’insoddisfazione dei giovani, dando il via alla Beat Generation. Un anticonformista di talento, che aveva scelto la strada per raccontare un’America poco presentabile

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Di Germano Longo
Era la mattina del 20 ottobre del 1969: Jack continuava a bere seduto nella cucina di casa sua. L’aveva fatto la sera prima, l’ultima di una serie infinita di giorni e notti in cui pieno d’alcol crollava sul letto vestito, incapace perfino di spegnere la luce. Quella mattina qualcosa dentro si rompe, il limite è stato superato: Jack vomita sangue, lo ricoverano e provano a operarlo, buttandogli dentro 26 sacche di plasma. Ha un’emorragia che parte dal fegato, esploso per la cirrosi epatica. Muore il mattino successivo, il 21 ottobre, senza mai aver ripreso conoscenza.

La fine di Jack Kerouac era scritta, è leggenda, è il finale che tutti si aspettano al romanzo dell’esistenza del pioniere della “Beat Generation”, lo scrittore che avrebbe accordato gli strumenti ad una generazione che non vedeva l’ora di trovare uno spartito da seguire.

Era nato il 12 marzo 1922 a Lowel, Massachusetts, lontano dalla California che senza saperlo avrebbe cambiato per sempre anni dopo. Figlio di immigrati di origini francesi, “Ti Jean”, come lo chiamano in casa, cresce fra la scuola, la tipografia del padre e i campi che corrono lungo il fiume: va al cinema con la sorella, pratica sport e impara a usare la macchina da scrivere, mostrando una buona dose di fantasia. Ha solo 11 anni quando scrive “The Cop on the Beat”, il suo primo romanzo. Un’infanzia borghese e conformista, fortemente cattolica che punisce pensieri morbosi, e che ben presto finisce per trasformarsi in una gabbia agli occhi di Jack.

Ma quelli sono gli anni in cui per fuggire non serve a niente fare i bagagli, bastano l’alcol, le pastiglie che danno allucinazioni e il sesso, che diventa libero ogni giorno di più. È un periodo in cui i giovani americani si sentono spiazzati: da una parte la borghesia che oggi come allora si spartisce i posti che contano, dall’altra i figli della precarietà e del lavoro che non c’è, senza un futuro preciso da seguire, a cui resta una sola e unica alternativa: la strada da vivere come un “hobo”, un vagabondo. Una dimensione in cui immergersi totalmente, per assaggiare quello che ogni chilometro ha da offrire, tutti i giorni diverso, ogni notte più intenso. Sensazioni che Kerouac impara a scrivere, come fanno altri infelici di talento diventati amici suoi: Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Neal Cassady, ma anche James Dean e Marlon Brando, profeti sul grande schermo dello spirito di un’epoca che sembrava definitiva, sempre ad un passo dal burrone, lanciata alla massima velocità possibile sul “wild side” della vita.

L’incontro dei disagi di quel gruppo, fatto di personalità diverse ma in cerca delle stesse verità, è la scintilla che fa esplodere il “Beat”, impossessandosi dei grandi spazi americani, l’unica via di fuga possibile dalle convenzioni sociali. Nel 1951, a 29 anni, in venti giorni appena, fra il 2 ed il 22 aprile, Jack Kerouac scrive su rotoli di carta per telescrivente e tappezzerie “On the road”, il suo capolavoro: un’autobiografia in soggettiva, filtrata da lunghi viaggi in macchina, senza una meta da raggiungere e soprattutto un motivo per farlo: “Dove andiamo?”. “Non lo so, ma dobbiamo andare”.

Fu pubblicato per la prima volta nel 1957, diventando ben presto il manifesto assoluto di una generazione: diviso in cinque episodi, racconta i vagiti della Beat Generation attraverso le esperienze di Sal Paradise, pseudonimo di Kerouac, in compagnia di Dean Moriarty, il suo amico Neal Cassady. Sulla loro strada incontrano una galleria di personaggi, riproduzioni letterarie di gente che esisteva realmente: Carlo Marx (Allen Ginsberg), Old Bull Lee (William S. Burroughs) ed Elmer Hassel (Herbert Hunckle).

Un romanzo fastidioso e a tratti osceno, folle e creativo, che però inchioda e mette la voglia di scoprire fino a dove sarà disposta ad arrivare gente convinta che tutti prima o poi muoiono, ma quasi nessuno vive. È tutto quello che succede in mezzo a fare la differenza.

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