La bionda che riuscì a non invecchiare

| Con la morte del 5 agosto 1962, Marilyn Monroe è entrata nella leggenda. Ufficialmente la causa del decesso è il suicidio con barbiturici ma sono numerosi i sospetti che indicano responsabilità della mafia o dei servizi segreti

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Di Marco Belletti
Se fosse viva, Marilyn Monroe avrebbe 93 anni. Naturalmente è solo possibile ipotizzare se sarebbe diventata ugualmente un mito o se invece sarebbe stata (più probabilmente) una delle tante bionde un po’ procaci che tra gli anni Cinquanta e Sessanta hanno fatto sognare gli uomini per poi essere dimenticate all’arrivo delle prime rughe. Anche se, forse, per Norma Jeane Mortensen sarebbe stato diverso… 

Nata il 1° giugno 1926 a Los Angeles, quando ha pochi giorni di vita viene affidata dalla madre a una famiglia, la prima di una lunga serie prima di andare a vivere con la cosiddetta “zia Grace”, un’amica della madre che diventerà il suo tutore legale. A 16 anni Norma Jeane sposa il vicino di casa Jim Dougherty: è costretta a trovare un lavoro quando il marito va in guerra. Inizia così la carriera di modella per le riviste dedicate all’esercito per sollevare il morale delle truppe. Divorzia a 20 anni, quando – dopo un provino alla 20th Century Fox – il talent recruiter Ben Lyon le fa cambiare nome in Marilyn Monroe e la mette sotto contratto: la sua carriera decolla nel 1950 con il film “Giungla d’asfalto” e da allora il suo successo non conosce pause. Fino all’alba di domenica 5 agosto 1962, quando il sergente Jack Clemmons riceve una telefonata.

“Buongiorno, sono il dottor Hyman Engelberg. Devo denunciare la morte di Marilyn Monroe. Si è uccisa”.

“Chi ha detto di essere?” replica il sergente credendo in uno scherzo.

“Sono il dottor Hyman Engelberg, il medico di Marilyn Monroe. Sono a casa sua. Si è appena suicidata”.

Clemmons si fa dare l’indirizzo e annota l’ora sul registro delle telefonate ricevute: le 4,25.

Al 12305 del Fifth Helena Drive, il sergente attende a lungo prima che gli aprano la porta, poi la governante Eunice Murray lo conduce nella camera dove il corpo dell’attrice giace sul letto con un foglio a ricoprirle il volto. Oltre al dottor Engelberg è presente un altro medico, Ralph Greenson, che afferma – mostrando il comodino ricoperto da scatole di medicinali – che Marilyn Monroe si è uccisa prendendo il contenuto di tutte le confezioni.

“Il corpo è stato spostato?” chiede Clemmons.

“No”, rispondono insieme i due medici.

“Avete provato a rianimarla?”

“Siamo arrivati troppo tardi” risponde Greenson.

“Sapete a che ora ha ingerito le compresse?”

Ancora una risposta negativa da parte dei due medici.

Il sergente si volta per porre qualche domanda anche alla governante ma scopre che si è allontanata: la trova molto agitata in lavanderia dove sta piegando il bucato pulito, evidentemente lavato dopo la morte della sua padrona. Dalla sua testimonianza emerge che cercando di entrare in camera della Monroe poco dopo mezzanotte, aveva trovato la porta chiusa e, temendo un malore aveva chiamato il dottor Greenson che era arrivato verso mezzanotte e mezzo. Insieme avevano aperto la porta trovando il corpo esanime dell’attrice, e avevano quindi telefonato al dottor Engelberg che avrebbe poi chiamato la polizia quattro ore più tardi. I due medici motivano il ritardo in quanto prima hanno dovuto chiedere l’autorizzazione a divulgare la notizia agli Studios dove lavora l’attrice.

Le incongruenze continuano all’obitorio, dove l’assistente medico legale Thomas Noguchi arriva alle 6.30 e scopre che il corpo della Monroe non è stato portato come previsto dalla legge (in quanto presunta suicida) alla morgue della contea, ma direttamente a un’agenzia di pompe funebri. Dove a quell’ora si sta già iniziando a imbalsamare il corpo, come richiesto da una telefonata che nessuno riuscirà mai a comprendere da chi è stata fatta.

Il corpo viene trasportato all’obitorio dove alle 9 inizia l’autopsia, da cui non emergono segni di iniezioni mentre la lividezza post mortem mette in evidenza che la donna è stata spostata già cadavere. In pratica, morta verso le 22.30 di sabato, Marilyn è stata spostata fino al letto e adagiata su un fianco da una precedente posizione supina.

Nel referto, il dottor Noguchi segnala anche i segni di un paio di contusioni piuttosto evidenti: una sulla natica sinistra e un’altra un po’ più in alto. Eppure questi lividi (indicati dal coroner come segni di violenza) sono completamente trascurati durante le successive indagini.

Maggiori sorprese arrivano dall’esame interno, da cui risulta che lo stomaco dell’attrice è completamente vuoto e non contiene tracce di farmaci o sedativi. Il colon congestionato e violaceo potrebbe far supporre che i barbiturici le siano stati somministrati con un clistere, forse dalla governante che ha studiato da infermiera senza diplomarsi. Il sergente Clemmons segnala nel suo rapporto che la sospetta attività della cameriera in lavanderia è compatibile con il tentativo di nascondere il fatto che le lenzuola erano state sporcate dall’espulsione del clistere: anche in questo caso le successive indagini trascurano la pista.

Inoltre, sono molti gli amici dell’attrice ad affermare che in quel periodo Marilyn non era depressa e che se proprio avesse deciso di farla finita avrebbe scelto un modo diverso: ossessionata com’era dal suo aspetto e dalla paura di invecchiare avrebbe probabilmente deciso di andarsene truccata, con un bell’abito e i capelli perfetti. Ecco quindi che in tutti questi anni sono emerse numerose teorie sull’omicidio dell’attrice, una delle quali – che ha avuto vasta eco dopo un documentario di National Geographic – afferma che sarebbe stata Cosa Nostra responsabile delle morti di Marilyn e dei fratelli Kennedy.

Secondo i fautori di questa teoria, dai presunti archivi segreti dell’FBI emerge il nome di Sam Giancana, negli anni Venti giovane guardia del corpo di Al Capone, che ha scalato le gerarchie della malavita diventando dapprima uno spietato killer, quindi negli anni Sessanta capo incontrastato della mafia di Chicago. È alla fine degli anni Cinquanta che la storia di Giancana si intreccia con quella di Frank Sinatra – che sembra lo abbia messo in contatto con la famiglia Kennedy – e quindi con gli stessi John e Bob dei quali si dichiara sostenitore. Anzi, si mormora che John sia stato eletto alla Casa Bianca proprio grazie ai voti arrivati dall’appoggio di Giancana.

Ma quando da presidente John Kennedy decide di non procedere con lo sbarco su Cuba e la successiva uccisione di Fidel Castro, esplode la rabbia del mafioso che con l’invasione dell’isola sperava di poter gestire il redditizio controllo del casino dell’Avana.

Ecco pertanto l’omicidio per “dispetto” dell’attrice, che molte voci danno insistentemente amante di entrambi i fratelli. E siccome sono gli stessi servizi segreti americani a insabbiare ogni indagine e a favorire l’ipotesi del suicidio per allontanare dal presidente ogni illazione e sospetto, Giancana alza il tiro e uno dopo l’altro fa uccidere il presidente nel 1963 a Dallas e Bob nel 1968 a Los Angeles.

Fuggito in Messico subito dopo questo secondo attentato e una volta perso il comando della malavita di Chicago, dopo una lunga battaglia legale nel 1975 Giancana è infine estradato negli Stati Uniti. Poche settimane dopo, il 19 giugno dello stesso anno, viene assassinato a casa sua in circostanze davvero misteriose, prima che potesse essere istruito il primo dei numerosi processi a suo carico. Più di uno studioso della politica americana ritiene che la CIA abbia avuto un ruolo da protagonista nella sua uccisione, per evitare la diffusione di una serie di scomode rivelazioni da parte del mafioso.

Non è facile distinguere sprazzi di verità nelle vicende legate alla morte di Marilyn Monroe, perché sono stati tanti i depistaggi e le procedure devianti per insabbiare ogni indagine, proprio da quegli stessi servizi segreti che all’apparenza sembrava avessero l’intenzione di scoprire la verità. E chissà quante altri morti si potrebbero collegare – conoscendo i fatti realmente accaduti – alla triste storia della bionda che è riuscita a non invecchiare.

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