La mia vita con i Queen

| Intervista a Peter Hince, storico “road manager” della band britannica che ha raccontato in un libro la sua esperienza al fianco del gruppo di Freddie Mercury, scomparso 27 anni fa

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Di Germano Longo
foto di Peter Hince

Il 23 novembre 1991, Jim Beach, manager dei “Queen”, annuncia con uno scarno comunicato che Freddie Mercury ha contratto l’Aids. Il giorno dopo, alle 18:48, Freddie muore nella sua villa di Logan Place, a Londra, circondato da pochi intimi. È l’ultimo capitolo dell’esistenza del leggendario leader dei “Queen”, con la stessa leggerezza capace di trascinare folle oceaniche e di diventare timido e introverso nella vita privata.

Farroukh Bulsara, il suo vero nome, era nato a Zanzibar il 5 settembre 1946, figlio di un diplomatico inglese di origini indiane. Portato per l’arte, torna a Londra a 18 anni e capisce quasi subito che la sua strada è la musica. Si imbatte negli “Smile”, in cui militano il chitarrista Brian May ed il batterista Roger Taylor, che con il suo arrivo e quello del bassista John Deacon, diventano ufficialmente i “Queen”. Compositore e frontman indiscusso, Mercury firma alcuni dei più grandi successi del gruppo, come “Bohemian Rhapsody”, “We are the champions” e “Somebody to love”, in cui mescola abilmente arrangiamenti sinfonici e distorsori rock. Nel 1986 l’annuncio del ritiro dalle scene, al termine del “Magic Tour”: ufficialmente si ritiene troppo vecchio per continuare a saltellare su un palco, ma la stampa inglese e l’opinione pubblica fiutano che qualcosa non va.

Da allora sono passati 27 anni, quasi un’eternità, ma l’influenza di Freddie Mercury sul mondo della musica non è mai scesa, anzi, secondo alcuni sondaggi la popolarità del frontman più sfrontato e celebre della storia continua a salire, un po’ come accade agli artisti che il destino decide di portarsi via troppo presto, forse sapendo che solo così diventeranno davvero immortali. E il mondo si prepara a ricordare quasi trent’anni passati senza Freddie con “Bohemian Rhapsody”, il biopic sulla sua vita in uscita nelle sale, con la certezza matematica che sarà un successo, l’ennesimo.

Ai tanti tributi di questi anni, uno dei più intimi resta quello di Peter Hince, road manager dei Queen dal 1974 al 1986: una delle poche persone di cui Freddie si fidava, con una passione per la fotografia che gli ha permesso di firmare numerose copertine di album e foto ufficiali del gruppo. Hince è stato in silenzio per vent’anni, inventandosi un’altra strada da seguire lontano dalla musica, quasi per tenersi stretto il più possibile i ricordi e migliaia di scatti, che nel 2011 ha deciso di raccogliere in “Queen Unseen” (Arcana Editore), un libro in cui racconta la vita spericolata e senza fiato al fianco della più grande rock band della storia.

Oggi Peter Hince è un signore di 63 anni che vive a Londra con la sua famiglia, non ha più i capelli lunghi, è un affermato fotografo e per puro caso abita a pochi passi da quella che fu la casa di Freddie Mercury. Quando vuole, il destino ha un’ottima mira.

Come sei entrato nei Queen e quali era esattamente i tuoi compiti?

Ho incontrato i Queen nel 1973, durante le prove per un tour britannico dei “Mott The Hoople”, gruppo celebre negli anni Settanta con cui lavoravo da un anno e mezzo. I Queen stavano registrando “A Night at The Opera”, il loro quarto album, e mi hanno proposto di unirmi a loro. Il mio compito era il road manager di Freddie Mercury e John Deacon: spettava a me prendermi cura delle loro necessità e fare in modo che la loro attrezzatura personale fosse in perfetto stato. Qualche tempo dopo sono diventato il capo dei roadies dei Queen.

Molto tempo per annoiarsi non c’era: ti manca qualcosa di quel periodo?

Mi manca l’essere giovane… Guardando indietro, mi rendo conto di avere grandi ricordi ma anche che di non rimpiangere nulla: di tanto in tanto mi piacerebbe rivivere quella sensazione di avventura e di energia che ti dava vivere in giro per il mondo, addormentarti in un posto e svegliarti in un altro.

Ti univa a Freddie un’amicizia fraterna: un ricordo di un personaggio sempre sopra le righe.

Freddie era una persona unica, piena di creatività, energia e mossa da un inesauribile entusiasmo nei confronti della vita. Ma incarnava anche due persone molto diverse: sul palco diventava la stella del rock di fama mondiale capace di mandare in visibilio migliaia di persone, mentre nella vita privata era timido e riservato. Poteva essere molto gentile, diventando di colpo difficile, scontroso ed esigente: pretendeva la perfezione, da se stesso e dalle persone intorno a lui.

Ccon gli altri Queen com’erano i rapporti? Si è sempre parlato di personalità diverse che spesso finivano per accendersi in litigi anche molto accesi.

I quattro Queen hanno personalità molto diverse fra loro, ma è proprio la combinazione di quelle differenze e dei loro conflitti che hanno finito per tenerli insieme meglio di qualsiasi collante. Si era formato un perfetto equilibrio chimico che per reggersi aveva bisogno di tutti e quattro: la forza dei Queen era il loro carattere, composto da quattro persone che avevano gusti, passioni e punti di vista totalmente diversi, ma rispettosi uno dell’altro.

Il tuo libro raccoglie molte foto inedite: ne esiste qualcuna a cui sei più affezionato?

Sono ricordi ed evocano in me sensazioni diverse. Ad esempio sono molto legato all'immagine di Freddie che ho voluto per la copertina del mio libro: è una foto molto insolita per lui, è pensieroso, malinconico, elegante, lontano anni luce dalle sue pose glamour o dagli abiti di scena.

Nella foto del pass hai i capelli lunghi e la sigaretta in bocca: non sembravi esattamente il tipo di ragazzo che una mamma può sperare per la figlia…

Me ne rendo conto, ma ero proprio così, come d’altra parte erano i giovani seguaci del rock in quegli anni. Spesso sul bus che ci portava in tour, entrando in città urlavamo “chiudete a chiave le vostre figlie, i Queen stanno arrivando in città!”.

C’è qualcosa che non rifaresti?

In senso assoluto, no. Sono convinto che sia giusto vivere quello che il destino ha preparato per te, così come accettare le varie stagioni di un’esistenza. Ma anche che il passato è sempre una lezione da imparare: gli anni con i Queen, oltre a rappresentare per me un bagaglio di ricordi di inestimabile valore umano, mi hanno anche aiutato molto nella carriera che ho seguito dopo di loro.

Com’è la tua vita oggi? Frequenti i tre Queen rimasti?

Di tanto in tanto, ma viviamo vite molto diverse ed io, come loro, sono molto occupato.

Vedi all’orizzonte qualcuno che possa prendere il posto di Freddie Mercury nel panorama musicale?

No, mi dispiace. Freddie era unico, e basta ascoltare altri artisti cimentarsi con i suoi pezzi durante i concerti di tributo che dal giorno della sua morte si tengono a ritmo incessante, per capirlo. Ma non c’era solo quello: Freddie componeva musica e parole con una facilità impressionante, provava e riprovava fino allo sfinimento, studiava canto e per finire curava personalmente la teatralità dei concerti dei Queen. Per questo non ci sarà mai un altro Freddie Mercury: lui è stato come i Beatles o Mozart.

Hai avuto modo di vedere “Bohemian Rhapsody”, il biopic che racconta una parte della storia dei Queen?

Certo. Ramy Malek nei panni di Freddie è molto credibile, si vede l’incredibile studio sulla gestualità, ma lo sono anche gli altri componenti della band e l’atmosfera di quegli anni. Un bell’omaggio, non c’è che dire.

Che musica ascolta oggi uno come te, che per anni ha vissuto al fianco di una delle più grandi rock band della storia?

Non mi piace la musica moderna. Ascolto molta classica, senza dimenticare il rock e il pop degli anni ‘60 e ’70, quelli dei miei anni.

E se avessi la possibilità di parlare ancora una volta con Freddie, cosa gli diresti?

Mi basterebbero poche parole, molto semplici: grazie di tutto fratello, non ti dimenticherò mai.

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