La notte che si è portata via River Phoenix

| Venticinque anni fa se ne andava uno dei più promettenti talenti di Hollywood. Samantha Mathis, la sua fidanzata di allora, racconta gli ultimi anni del ragazzo che odiava la celebrità

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La notte del 30 ottobre 1993, River Phoenix, la sua ragazza Samantha Mathis, e i suoi fratelli Leaf (meglio conosciuto come Joaquin) e Rain, entrano al “Viper Room”, il club di proprietà di Johnny Depp, affacciato sul Sunset Boulevard di Los Angeles. Mathis era convinta che si fossero fermati solo per accompagnare i fratelli di River, ma quando arrivano al locale lui le dice che “C’è gente che suona e vogliono vuole che faccia qualcosa con loro, per te va bene se ci fermiamo un po’?”.

Samantha risponde di sì, ma qualcosa dentro le dice che la parola più giusta sarebbe stato l’esatto contrario, un no che invece le resta in gola. E che le pesa da 25 anni. “Quella notte c’era qualcosa che non andava, qualcosa che non capivo. Lì dentro non ho visto nessuno che faceva uso di droghe, ma lui era strano, sovreccitato in un modo mi faceva sentire a disagio. Quarantacinque minuti dopo era morto”.

La prossima settimana saranno 25 anni da quella notte degli anni Novanta, quando River Phoenix, giovane attore fra i più promettenti di una nuova generazione che sta conquistando Hollywood, muore di overdose su un marciapiede di Los Angeles. La corsa all’ospedale e i tentativi di rianimazione si rivelano inutili: all’01:51 di quella notte il dottor Paul Silka firma il certificato di morte per arresto cardiaco.

River aveva 23 anni, ed era un vero antidivo: nella vita di tutti i giorni era attento a evitare i soliti cliché fastdiosi delle celebrità, ma per ironia della sorte, quella notte muore nel più abusato degli stereotipi delle celebrità, quello che racconta di stelle che volano così in alto da bruciarsi troppo in fretta. Aveva sempre odiato la fama, la sfruttava solo per provare cambiare il mondo a modo suo, parlando in ogni intervista di vegetarianesimo e dell’ambiente, che già allora preoccupava. River Phoenix era fatto così: una volta era fuggito in lacrime da un ristorante dov’era a cena con una ragazza perché lei aveva ordinato dei frutti di mare.

In una carriera brevissima e folgorante durata poco più di dieci anni, dal debutto nel 1985 in “Explorers” a “Dark Blood”, la pellicola che stava completando nei giorni della sua morte. In mezzo, River non si è mai lasciato affascinare dallo sfarzo della celebrità: quando nel 1989 riceve la Nomination all’Oscar per l’interpretazione in “Vivere in fuga” (Running on Empty), un giornalista gli chiede se era facile restare abbagliati dalle luci di Hollywood. River lo gela rispondendo “Non me ne frega niente”. 

Dopo la sua morte, sua madre Arlyn ha raccontato in un’intervista a “Esquire” che “Crescendo, per River era diventato sempre più scomodo considerarsi un ragazzo da copertina, inseguito ovunque dai paparazzi: ripeteva spesso che avrebbe voluto essere un ragazzino come tanti. Ma non lo è mai stato, e quando riusciva a non essere una star del cinema, diventava un missionario. C’è una profonda bellezza in questo, ma anche una profonda solitudine”.

A differenza di molte star che muoiono giovani, il nome di Phoenix non è solo associato alla morte anzitempo, ma anche ad un enorme talento naturale: ogni giovane attore arrivato dopo di lui, da Leonardo DiCaprio a Timothée Chalamet, è stato in qualche modo valutato usando come unità di misura la bravura di River Phoenix.

“Quando River arrivava alle audizioni il suo talento straordinario e sorprendente diventava visibile. Sapeva suonare, era brillante, poteva fare qualsiasi cosa”, ricorda il regista Rob Reiner, che l’aveva diretto in “Stand By Me”. Eppure, per quanto dotato di talento, Reiner aveva dovuto convincere l’allora quindicenne a mostrare il dolore: “Gli ho detto ‘Voglio che pensi al momento in cui qualcuno che è importante ti possa deludere’. River aveva annuito, sparendo per qualche minuto. La ripresa successiva, in cui piange a dirotto, è quella che appare nel film. Non mi ha mai detto a cosa avesse pensato, ma quando mi capita di rivedere quel film, mi assale una tristezza infinita”. Fra l’altro, un film diventato un successo mondiale, ma altrettanto sfortunato: dei quattro piccoli attori di “Stand by me”, solo due sono arrivati indenni all’età adulta, Wil Wheaton e Jerry O'Connell. River Phoenix e Corey Feldman, che ha rivelato di essere stato abusato sessualmente, sono stati meno fortunati.

“Mi rendo conto che gli attori bambini resistono solo se hanno una situazione familiare stabile e solida. Quando ho visto Leonardo DiCaprio in “Voglia di ricominciare” (This Boy’s Life, 1993) e “Buon compleanno mr. Grape” (What’s Eating Gilbert Grape, 1993), ho pensato ‘wow, questo ragazzo ha un talento folle, se non ha qualche certezza familiare, prima o poi sprofonderà anche lui’”.

Durante le riprese di “Stand By Me”, Phoenix sembrava avere un forte legame familiare: “Con lui c’erano sempre sua madre e i suoi fratelli, ma sapevo che suo padre aveva problemi con l’alcol o qualcosa del genere”.

Curiosamente, anche se è sbagliato confondere un attore con i suoi ruoli, è impossibile non notare che tutte le migliori interpretazioni di River Phoenix lo hanno visto dare volto a personaggi con una complicata storia familiare alle spalle. In “Belli e dannati” (My Own Private Idaho, 1991), probabilmente la sua più intensa prova d’attore, interpretava Mike, un truffatore di strada in cerca della madre. Lo stesso in “Vivere in fuga” (Running on Empty, 1988), dove veste i panni di un adolescente solitario intrappolato nello stile di vita alternativo della sua famiglia.

Nell’ambiente di Hollywood, si sapeva che Phoenix avesse avuto un’infanzia particolare: i genitori, John e Arlyn, erano degli hippy perennemente in viaggio, e quando River aveva solo tre anni la famiglia si era unita ai figli di Dio, un culto cristiano che credeva, tra le altre cose, che il sesso senza confini fosse una forma d’amore. La famiglia si trasferisce prima in Venezuela, quindi in Messico e a Puerto Rico per diffondere il culto che li ha conquistati, e il compito del piccolo Phoenix era chiedere elemosina sugli autobus. Anni dopo, River confesserà di essere stato abusato sessualmente quando aveva solo quattro anni: in vita sua non frequenta mai una scuola, ma in compenso sua madre contatta il direttore casting della Paramount quando ha solo otto anni.

“Un giorno, River mi ha confessato le sue intenzioni: devo solo fare un altro film per mettere via abbastanza soldi e permettere a mia sorella più giovane di andare al college -ricorda Samantha Mathis - non so se fosse vero, ma lo ripeteva spesso. Ci siamo conosciuti quando avevamo entrambi 19 anni: sapeva essere incredibilmente sdolcinato, e ho capito subito che ad un tipo così non avrei saputo resistere a lungo. Tra noi c’era una grande chimica. Venivamo da famiglie molto diverse, ma forse c’erano delle parti mancanti in ognuno di noi che l’altro ha riconosciuto. Eravamo il nostro porto sicuro”.

Dopo la morte di Phoenix, in tanti hanno confidato di averlo visto scivolare in modo inesorabile nel tunnel della droga. Samantha Mathis no, preferisce ricordare il loro ultimo anno come molto semplice e felice, specie durante una vacanza in Florida e Costa Rica, dove avevano passato il tempo suonando musica e cucinando piatti vegetariani.

Ma River non era felice, l’assenza di una figura paterna aveva tentato di riempirla con dei surrogati di fratelli maggiori, che nel hanno anche cercato di aiutarlo: Dermot Mulroney e Dan Aykroyd hanno vissuto con lui in Canada. Aykroyd era sensibile, aveva perso il suo migliore amico, John Belushi, a causa di un’overdose poco più di un decennio prima, e spingeva Phoenix a stare lontano dalla droga. Michael Stipe dei R.E.M. era un altro dei suoi amici: “Ci siamo conosciuti tramite mia sorella, si era trasferita in Florida e aveva fatto amicizia con tutta la famiglia Phoenix: li ho conosciuti e frequentati anche io. Adoravo tutti, ma River era il mio fratellino”.

Secondo quanto riferito in “Running with Monsters”, un libro del 2013 scritto da Bob Forrest, uno degli amici di River, Phoenix aveva passato i giorni precedenti alla sua morte sotto l’effetto costante di enormi quantità di droga in compagnia di John Frusciante, chitarrista dei Red Hot Chili Peppers. “La droga per noi era ormai una routine: per cominciare fumavamo crack o ci sparavamo della coca direttamente in vena, per accedere più velocemente a quel groviglio di 90 secondi di elettricità pura. Poi passavamo all’eroina per poter sostenere una conversazione per qualche minuto, prima di ricominciare tutto da capo”.

La notte del 30 ottobre 1993, quando Samantha Mathis accetta di fermarsi al Viper Room, non perde mai di vista River. “Ho i miei sospetti su quello che è successo, ma non ho visto niente”. Era andata in bagno, e quando è uscita intravede quello che pensa sia Phoenix fare a botte con qualcuno: i due sono stati spinti fuori da un buttafuori dalla porta laterale del club. Quando anche lei è uscita sulla strada per capire cosa stava succedendo, ha visto River disteso a terra, in preda a convulsioni fortissime. La ragazza ha tentato di rientrare nel club per chiedere aiuto, ma la porta laterale si era chiusa alle sue spalle: è corsa verso la porta principale per cercare i fratelli di Phoenix.

È stato Joaquin, ai tempi 19enne, a chiamare singhiozzando il 911 per chiedere aiuto, in una telefonata che sarebbe stata fatta trapelare quasi immediatamente dai notiziari: “Ha le convulsioni. Venite in fretta, per favore perché sta morendo, per favore”. Quando i paramedici arrivano sul posto River Phoenix è già morto, per un’overdose di cocaina ed eroina.

Oggi, Samantha Mathis ha 48 anni e conserva un ricordo tenero di River: “Era solo un ragazzo di buon cuore un po’ incasinato”. Quando è morto, Phoenix era più giovane di James Dean, un altro divo scomparso prematuramente, e come lui un volto importante per la sua generazione.

“Leonardo DiCaprio mi ha detto di aver visto River la notte in cui è morto, poco prima di entrare al Viper Room - ricorda Reiner - e per lui è stato un avvertimento, perché Leo si è sempre tenuto alla larga dalla droga”. Fu proprio DiCaprio ad interpretare almeno due ruoli che erano stati pensati per River Phoenix, in “Ritorno dal nulla” (The Basketball Diaries, 1995) e “Poeti dall’inferno” (Total Eclipse, 1995).

Ma la ragione per cui River Phoenix ancora oggi è venerato non è per la sua assenza, ma perché è ancora presente: era un attore così naturale da rendere il suo lavoro sorprendentemente non databile. Una delle più grandi ironie della vita di River è che odiava la celebrità e tentava di rimodellarla, ma così facendo ha inavvertitamente coniato molti dei cliché che ora la definiscono: è rarissimo un personaggio famoso che oggi non parli di vegetarianesimo e ambiente.

“Mi chiedo spesso cosa farebbe River se fosse ancora qui - conclude Samantha Mathis - reciterebbe ancora, si sarebbe dedicato alla regia o avrebbe detto basta a tutto per salvare l’ambiente che tanto gli stava a cuore? Non so rispondere, so soltanto che sarebbe davvero bello averlo ancora qui”.

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