La triste storia di Ronnie e Barbro

| Peterson fu uno dei più veloci piloti di F1 degli anni Settanta: morì dopo il gran premio d’Italia del 1978. Lasciò una bimba di tre anni e una moglie disperata che si tolse la vita dieci anni dopo

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Di Marco Belletti
“Faster than a bullet from a gun, he is faster than everyone” (più veloce di un proiettile da una pistola, è il più veloce di tutti) cantava l’ex Beatle George Harrison nel 1979 in una canzone che dedicò al pilota di Formula 1 Ronnie Peterson, di cui era stato un grande fan.

Peterson morì l’11 settembre 1978 in una stanza dell’ospedale Niguarda di Milano, dopo che il giorno prima era rimasto coinvolto in un grave incidente alla partenza del gran premio di Formula 1 d’Italia disputato sul circuito di Monza il giorno precedente. Nato 34 anni prima a Örebro, un piccolo paese svedese, Peterson perse la vita per un’embolia polmonare sopraggiunta dopo l’operazione con cui gli erano state ridotte le fratture alle gambe riportate nell’incidente al fondo del rettilineo di partenza.

Sebbene piloti e opinione pubblica fossero certi (anche per le maligne insinuazioni di James Hunt) che a provocare l’incidente fosse stato il giovane Riccardo Patrese, in realtà le concause furono almeno tre: il fatto che il pilota svedese ebbe probabilmente un problema al motore della sua vettura e quindi partendo lento si trovò invischiato nel centro del gruppo; un errore dei giudici di gara che diedero il via al gran premio quando ancora i piloti delle ultime file erano in movimento; e uno scarto di James Hunt che con la sua McLaren urtò la Lotus di Peterson facendola carambolare attraverso la pista dove fu colpita dalle altre monoposto. La Lotus 78 di Peterson dopo il primo impatto prese fuoco ma il pilota fu estratto abbastanza velocemente: riportò numerose fratture alle gambe e qualche bruciatura alle mani e rimase cosciente durante il trasporto in ambulanza. Chi invece sembrò pagare le conseguenze più gravi dell’incidente fu il monzese Vittorio Brambilla che fu colpito al capo da una ruota e fu portato in coma all’ospedale.

Al Niguarda Peterson fu dichiarato fuori pericolo e sottoposto a un lungo intervento chirurgico, dall’esito fatale. Come in seguito racconterà Sid Watkins – per anni il medico ufficiale della Formula Uno – Barbro, la moglie del pilota che non aveva seguito Ronnie al gran premio, nel cuore della notte ricevette una telefonata da uno sconosciuto: le disse che per il marito non c’era più nulla da fare, i medici italiani lo avevano ucciso. La donna contattò immediatamente Staffan Svenby (il manager di Peterson) che era in Italia e insieme a Watkins si precipitò in ospedale.

Lo sfortunato pilota aveva incontrato Barbro Edwardsson nella primavera 1969 in una discoteca di Örebro: dopo che la ragazza aveva trascorso un anno di studio negli Stati Uniti, i due divennero inseparabili. Andarono a vivere insieme vicino a Londra, non lontano dall’aeroporto di Heathrow, e mentre Ronnie pilotava le monoposto, Barbro divenne cronometrista ufficiale del team Lotus.

La notizia della morte del pilota non fu diffusa immediatamente. Addirittura, Mario Andretti – il compagno di team di Peterson che, in seguito al suo ritiro nella gara del giorno prima, era appena diventato campione del mondo – venne a sapere della sua morte da un casellante dell’autostrada mentre si recava a trovarlo.

Il proprietario del team Lotus, Colin Chapman, non appena fu informato del decesso del suo pilota ordinò di caricare l’auto incidentata su un camion e di portarla il più in fretta possibile al di fuori dei confini italiani, per evitare che – come era già successo nel 1970 quando morì Jochen Rindt durante il gran premio di Monza di quell’anno – la giustizia italiana gli sequestrasse monoposto e attrezzatture.

I funerali di Peterson si svolsero a Örebro e vi parteciparono diversi piloti di Formula 1, tra cui anche l’altro campione svedese Gunnar Nilsson (alla Lotus nel 1976 e 1977) gravemente provato dal tumore che lo avrebbe ucciso a meno di un mese di distanza.

Alcuni anni dopo la vedova Barbro divenne la compagna di John Watson, un altro pilota di Formula 1 che era stato amico di Peterson e aveva concluso la carriera nel 1984 con la McLaren, dopo che nel 1982 aveva conteso fino all’ultimo gran premio il titolo mondiale a Keke Rosberg, che l’aveva poi vinto su Williams.

Il 19 dicembre 1987 Barbro fu trovata morta nella vasca da bagno nella casa della coppia nei pressi di Londra: Nina – la figlia della donna e di Ronnie che viveva con loro – tornò in Svezia accolta da uno zio, fratello di suo padre. Quando il padre morì era una bambina di tre anni e ora che ne aveva 12 aveva perso anche la madre.

Scotland Yard aprì immediatamente un’inchiesta, cercando di arginare le voci che subito si diffusero parlando di suicidio della donna o dell’assunzione di un quantitativo letale di farmaci che Barbro prendeva per curare la depressione che la tormentava da quando era morto il marito.

Secondo le indagini, il quarantenne ex pilota Watson aveva lasciato la villa di Cookham – nel Berkshire, a ovest di Londra – per andare a comprare nella capitale i regali di Natale. Al suo ritorno trovò la compagna ormai cadavere nella vasca da bagno. Gli inquirenti ordinarono un’autopsia escludendo un malore e teorizzando il suicidio o l’omicidio. L’esame autoptico confermerà poi l’ipotesi del suicidio involontario per un mix sfortunato di alcol e tranquillanti.

Barbro aveva sofferto molto per la scomparsa del marito e John Watson le era rimasto molto vicino in quei tragici momenti: in seguito aveva di fatto “adottato” lei e la piccola Nina e quando il pilota decise di terminare la carriera, erano andati a vivere tutti in una grande villa neoclassica nel cuore della campagna inglese.

Quando si uccise, Barbro aveva da poco compiuto 40 anni e ora è sepolta a Örebro, vicino al suo Ronnie.

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