L'attrice che morì davanti al plotone d'esecuzione

| 30 aprile 1945: la diva del cinema dei “telefoni bianchi” Luisa Ferida fu giustiziata insieme al compagno, l’attore Osvaldo Valenti, accusata di collaborazionismo con i fascisti. Anni dopo fu riabilitata in quanto estranea ai fatti

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di Marco Belletti

Luisa Ferida fu una diva. Nata in provincia di Bologna come Luigia Manfrini Farnè, era una donna molto bella: interpretò numerosi film e divenne una delle più acclamate dive cinematografiche del ventennio fascista. Film celebri per l’epoca come “La fossa degli angeli” e “Il conte di Brechard”, entrambi interpretati con Amedeo Nazzari e messi in distribuzione tra il 1937 e il 1938, la resero una vera star nazionale a meno di 23 anni. Il suo destino si compì nel 1939 quando il regista Alessandro Blasetti la volle nel film “Un’avventura di Salvator Rosa”: recitò insieme all’affascinante attore Osvaldo Valenti con il quale si legò sentimentalmente.

Entrambi divennero presto i più richiesti interpreti della cosiddetta commedia dei “telefoni bianchi”, un filone che usava ambientazioni borghesi nelle cui case comparivano apparecchi bianchi, veri “status symbol”, alla portata solo dei più ricchi rispetto ai tradizionali e meno costosi telefoni in bachelite nera.



Un altro punto fermo di queste commedie degli anni Trenta era l’ambientazione in nazioni più o meno immaginarie dell’Est europeo: siccome le trame (la solita ragazza di umili origini che conquista l’uomo di condizioni sociali più elevate e lo sposa nonostante equivoci e fraintendimenti) comprendevano l’adulterio e il divorzio – il primo reato contro la morale, il secondo illegale in Italia – ovviamente era d’obbligo che i film fossero ambientati all’estero con una finzione allegra e spensierata, che non aveva nulla in comune con la dura realtà di un’Italia povera e disperata alla vigilia della guerra, mondiale prima e civile poi.

Valenti recitò nel film icona di questo periodo, quel “Mille lire al mese” che lanciò la famosissima canzone e che marchiò indelebilmente l’Italia della fine degli anni Trenta.

La coppia Osvaldo Valenti e Luisa Ferida funzionò sia nella vita reale sia in quella di celluloide, per esempio in film come “La corona di ferro” del 1941 in cui Clara Calamai comparve a seno nudo, in una delle prime apparizioni del genere in Italia [vedi quil’articolo di Italia Star Magazine sui primi nudi del cinema]. E l’anno successivo Ferida fu eletta la miglior attrice dell’anno per il dramma torbido e sensuale “Fari nella nebbia”.

Fino ad allora i due attori non avevano aderito in maniera evidente al fascismo e sembra addirittura che Valenti fosse molto bravo nell’imitare sarcasticamente il duce. Eppure dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrambi aderirono alla repubblica sociale italiana: si ritrovarono così a recitare insieme a pochi altri attori negli studi della Giudecca, la struttura di produzione cinematografica sorta nei pressi di Venezia e voluta dal Ministero della Cultura Popolare.

“Fatto di cronaca” è l’ultimo film in cui Ferida e Valenti recitano insieme, nel 1944. La trama ha i soliti cliché dell’epoca: Andrea (interpretato da Osvaldo Valenti) è un attore del teatro di varietà sposato da poco che abbandona la moglie Linda (Luisa Ferida) per una ballerina. Linda è così costretta a umili lavori per sopravvivere e non ha più notizie di Andrea che – sembra dopo aver commesso qualche grave reato – è ricercato dalla polizia. L’uomo si nasconde in casa di sua madre, da dove si rende conto dell’errore fatto e può apprezzare le qualità morali della moglie abbandonata. Nel frattempo Linda rimane incinta e qualcuno mormora che il vero padre sia un giovane che le ronzava intorno da quando il marito se n’era andato. Anche a causa di queste voci, Andrea decide di costituirsi, confessando un omicidio non commesso in quanto l’uomo che lui credeva di avere ucciso era solo stato ferito e si era completamente ristabilito. Andrea viene pertanto rilasciato e può così tornare dalla moglie.

Per una strana ironia, Luisa Ferida mentre recitava il ruolo di Linda era veramente incinta, ma perse il figlio immediatamente dopo la nascita. La tragedia segnò la coppia in modo profondo, tanto che Valenti decise di restare vicino alla moglie, nonostante avesse ricevuto un contratto molto vantaggioso per recitare all’estero.

“Fatto di cronaca” fu interamente girato a Venezia negli studi della Giudecca – il cosiddetto “Cinevillaggio”, in contrapposizione con Cinecittà – a partire dal 22 febbraio 1944 e fu distribuito in prima nazionale il 16 febbraio 1945 a Salò e in altre città della repubblica sociale. Il film fu la prima pellicola terminata negli stabilimenti veneziani e fu l’ultima interpretata dalla coppia Ferida-Valenti.

Appena terminate le riprese, con il grado di tenente, l’attore si unì alla “X Mas”, il corpo militare al comando del principe Junio Valerio Borghese, ed entrò in contatto con banda di Pietro Koch, un criminale di guerra che nel contesto incontrollato di quei mesi utilizzò violenti metodi di repressione terroristica, torturando e uccidendo partigiani e persone non coinvolte nella guerra.

E così a causa di questa semplice conoscenza Valenti fu condannato come collaborazionista che aveva torturato i partigiani e della stessa colpa fu accusata anche Luisa Ferida: la notte del 30 aprile 1945 a Milano subirono un processo sommario e furono fucilati in via Poliziano con una raffica di mitra. Probabilmente l’attrice – che aveva compiuto 31 anni da poco più di un mese – era nuovamente incinta.

“Vero” era il nome di battaglia di Giuseppe Marozin, l’esecutore materiale della fucilazione dei due attori: partigiano, fu il comandante della divisione Pasubio che tra febbraio e novembre 1944 operò a Verona e Vicenza e successivamente, fino al termine del conflitto, a Milano.

Qualche anno dopo, Marozin dichiarò che effettivamente la donna era estranea ai fatti e che fu uccisa solo perché era la compagna di Osvaldo Valenti. Inoltre, nelle sue memorie l’uomo si difese dall’accusa di omicidio affermando che era stato Sandro Pertini a ordinargli la loro fucilazione.

L’estraneità totale della Ferida alle vicende politiche dell’epoca e agli atti violenti nei confronti di civili o partigiani, fu anche confermata da un’inchiesta dei Carabinieri di Milano, fortemente richiesta negli anni Cinquanta dalla madre dell’attrice che poté così ottenere una pensione di guerra, in quanto l’unica colpa della sfortunata diva fu amare un compagno colpevole e restargli fedele. Proprio come in uno dei tanti film in cui avevano recitato insieme.

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