Le nuove verità su Bruce Lee

| A 45 anni dalla morte, sta per uscire una nuova biografia del re del Kung Fu, in cui si apre una nuova pista per la misteriosa morte

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Di Germano Longo
Hong Kong, 20 luglio 1973: Bruce Lee ha in programma una cena in un ristorante in compagnia di alcuni attori e produttori per discutere i dettagli del suo nuovo film, “Game of Death”. In casa dell’attrice Betty Ting Pei, mentre attendono l’arrivo del resto del gruppo, Lee accusa una fortissima emicrania: prende una pastiglia di “Equagesic”, un farmaco che allieva i dolori della cefalea, e chiede di potersi stendere per qualche minuto. Non si sveglierà più. Trasportato con grave ritardo in ospedale, fu dichiarato “death on arrival”, morto prima dell’arrivo. L’autopsia non riuscirà a chiarire con precisione le cause del decesso: si parla di “probabile” reazione allergica ad un componente del farmaco e comunque della presenza di un’insolita massa cerebrale “gonfia come una spugna”.

Due mesi prima, il 10 maggio, Bruce Lee era stato colto da un violento attacco di febbre e convulsioni negli studi della “Golden Harvest” di Hong Kong, dove stava ultimando il doppiaggio de “I tre dell’Operazione Drago” (Enter the Dragon). Trasportato in ospedale, gli era stato diagnosticato un edema cerebrale: erano riusciti a salvarlo in extremis, grazie ad un farmaco che aveva ridotto il gonfiore al cervello.

Tutto questo fa parte delle notizie ufficiali, quelle rese dall’attrice Betty Ting Pei, unica presente nell’appartamento la sera della morte di Lee, e dai medici legali. Ma a 45 anni dalla morte del “Re del Kung Fu”, una nuova verità si sta facendo strada. A tentare di fare luce è Matthew Polly, scrittore americano noto in patria per aver difeso strenuamente l’onore e il valore dei monaci Shaolin. La sua ultima fatica, “Bruce Lee: A Life”, ripercorre l’esistenza dettagliata di un adolescente partito dai sobborghi di Hong Kong per diventare stella del cinema mondiale e un’icona delle arti marziali, svelando alcune verità finora mai del tutto emerse.

Lee era un virtuoso: non beveva, non fumava, prediligeva gli integratori vitaminici e la carne cruda. Si rammaricava di aver mai imparato ad andare in biciletta e raccontava spesso del medico che gli aveva sconsigliato le arti marziali, per scarsa attitudine fisica. Aveva un piccolo vizio segreto: masticare cannabis e hashish, “Mi serve per alzare il livello di attenzione”, raccontava agli amici.

Nelle librerie dal prossimo 20 luglio, data della morte di Lee, il libro raccoglie anche un centinaio di interviste a chi l’ha conosciuto: dai compagni di classe agli amici d’infanzia, dai familiari a Betty Ting Pei, l’ultima donna ad averlo visto vivo. Quello che emerge, fra le pagine del volume, è la smodata ambizione e l’immensa passione per le arti marziali: la preparazione di Lee lo rendeva capace di fronteggiare qualsiasi tecnica di combattimento. La leggenda popolare lo raccontava come un povero immigrato giunto in America in cerca di fortuna, quando in realtà era nato e cresciuto in una ricca famiglia di Hong Kong, circondato fin dalla nascita da lusso, autisti e cameriere. Penultimo di cinque figli, era nipote del ricchissimo uomo d’affari Robert Hotung.

Quando morì, nel 1973, Bruce Lee era praticamente sconosciuto negli Stati Uniti: è diventato l’unica grande icona occidentale interamente postuma. Per tanti è di più, una sorta di evangelista o di missionario pagano che ha trascinato milioni di persone verso la filosofia delle arti marziali: “Nessuno ha mai visto un film di Steve McQueen pensando di imitarlo. Per Lee vale l’esatto contrario: se tanta gente studia arti marziali è solo grazie a lui”. Fra i meriti che il libro gli attribuisce anche uno politico e sociologico: cambiare la visione degli occidentali verso i popoli asiatici. Difficilmente, prima di lui, gli asiatici erano considerati come oggetto del desiderio: nei suoi film, Lee si concede una sola scena d’amore, mentre nella realtà, il suo fisico statuario e scolpito gli ha regalato numerose avventure. Sposato con Linda Emery, da cui ebbe due figli, Brandon e Shannon, Lee si lascia travolgere volentieri dall’aria “swinging” degli anni Sessanta e Settanta, accumulando flirt a ripetizione ma assorbendo anche la cultura hippie. Una delle sue fidanzate, ai tempi del college, lo descrive in modo efficace: “Quel che mi piaceva di lui è che non si sentiva in colpa di essere un orientale: era un momento in cui cinesi e giapponesi in America cercavano di convincersi e convincere tutti di essere bianchi: Bruce era orgoglioso delle sue origini, ne andava fiero”.

A livello tecnico, Bruce Lee è considerato il “miglior artista di arti marziali” mai apparso sulla scena, ma a guastare il giudizio è proprio il termine “artista”, che aggiunge la finzione alle reali potenzialità del mito. Non era imbattibile, e in tanti si chiedono come se la sarebbe cavata in un vero incontro. Eppure combattere gli piaceva: era veloce e preciso, un vero genio che aveva imparato a comandare splendidamente il proprio corpo. Si era avvicinato al Tai Chi, senza mai affrontarlo seriamente, imparando molto meglio il Kung Fu e nel tempo include nei suoi allenamenti elementi di fitness, forza e resistenza muscolare abbinati alle tecniche del culturismo per scolpire il fisico.

In realtà, il libro è un atto d’amore verso Bruce Lee, e non una raccolta velenosa di realtà nascoste fra verità di comodo, quelle necessarie per alimentare la leggenda. Le pagine dedicate al mistero mai risolto della morte di Lee, ad esempio, non si curano delle teorie complottistiche uscite nel tempo, ma di un’ipotesi del tutto nuova: Bruce Lee è morto per un colpo di calore, poiché aveva scelto di farsi eliminare chirurgicamente le ghiandole sudoripare sotto le ascelle per evitare le poco coreografiche chiazze di sudore sui vestiti. Tutti concordano su un punto: quando è morto, Bruce Lee era in perfetta forma e all’apice del successo, pronto ad esplodere con tutta la sua forza nel resto del mondo. Si stava preparando alla creazione di una serie animata e una linea di abbigliamento a suo nome, aveva in calendario la partecipazione a show dai grandi ascolti come quello di Johnny Carson.

Quel che resta di Bruce Lee, a 45 anni della morte, è l’immagine di un uomo straordinario che continua ad ispirare milioni di persone, ma con il suo bagaglio di debolezze umane. Come tutti.

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