L’ultimo ruolo di Robin Williams

| A quattro anni dal suicidio dell’attore, un libro raccoglie le testimonianze di chi gli era più vicino: la malattia lo stava piegando, e da grande attore ha preferito decidere lui quando spegnere le luci

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Di Germano Longo
Alle 12:04 dell’11 agosto 2014, il medico legale constata il decesso di Robin Williams, 63 anni, rinvenuto dai vigili del fuoco nella sua abitazione di Paradise Bay, in California. Probabile causa della morte: impiccagione. Pochi giorni dopo i funerali, conclusi con la dispersione delle ceneri nella baia di San Francisco, Susan Schneider, la moglie di Williams, ha rivelato che da poco tempo l’attore aveva scoperto di essere affetto da Alzheimer.

Si chiudeva nel modo più amaro l’esistenza di un attore amatissimo che aveva prestato volto e voce a un’infinita galleria di personaggi, a cominciare dall’alieno “Mork”, interpretato per una serie televisiva di enorme successo fra il 1979 ed il 1982. Un attore fra i più eclettici e geniali mai apparsi sulle colline di Hollywood, una sorta di guitto d’altri tempi dalla battuta facile e la straordinaria mimica facciale, dote che gli aveva permesso di affrontare anche ruoli drammatici con grande efficacia. Un’esistenza che sembrava facile e senza intoppi, che negli ultimi si era però guastata, trascinandosi penosamente verso una fine quasi annunciata.

È un po’ questo il senso di “Robin”, un libro appena uscito negli Stati Uniti che ripercorre gli ultimi mesi di vita dell’attore. A scriverlo Dave Itzkoff, giornalista del “New York Times” che ha raccolto e ordinato le testimonianze di alcuni dei collaboratori e degli affetti più cari dell’attore. Una delle parti più toccanti del volume è proprio quella di Susan, terza moglie di Williams: “Stentava a riconoscere se stesso, e capire di non essere più grado di divertire il suo pubblico lo distruggeva”. All’inizio, continua la moglie, la sua malattia fu scambiata per Alzheimer: tremori, allucinazioni, insonnia e attacchi di panico diventavano sempre più frequenti. Solo l’autopsia sarà in grado di svelare che Williams era affetto di “demenza da corpi di Lewy”, una malattia neurodegenerativa simile all’Alzheimer per cui non esiste guarigione: chi resiste di più, difficilmente va oltre i dieci anni di sopravvivenza.

Fra gli intervistati anche Cheri Minns, una delle responsabili del make-up di “Una notte al museo 3”, terzo capitolo di saga cinematografica di enorme successo in cui Williams interpretava la statua di Theodore Roosevelt. “Camminava a fatica ma soprattutto faticava a ricordare le battute, convinto di non essere più divertente. Ogni giorno alla fine delle riprese scoppiava in lacrime e ricordo di aver avvisato la produzione consigliando di farlo seguire da qualcuno”.

Perfino Pam Dawber, la “Mindy” del celebre telefilm, chiamata per risollevare le sorti di “The Crazy Ones”, sitcom prodotta dalla CBS dagli ascolti deludenti, stentava a riconoscere un compagno di lavoro vulcanico e impossibile da frenare: “Ho capito subito che qualcosa in lui non andava più: aveva perso la sua ‘scintilla’, quella che lo rendeva unico”.

Per Susan, l’ultima moglie, finisce per ammettere che la fine scelta da Robin fosse quasi annunciata: non avrebbe mai permesso ad una malattia senza scampo di avere la meglio. “Negli ultimi tempi aveva un’andatura lenta e traballante, non riusciva quasi a parlare e perfino la vista gli si era abbassata notevolmente, rendendolo incapace di capire distanze e profondità: una situazione che lo ha trascinato molto velocemente in una profonda forma di depressione. In famiglia abbiamo sofferto enormemente per la sua morte, ma io l’ho perdonato: è stato l’uomo migliore che abbia mai incontrato in vita mia”.

Robin McLaurin Williams, nato a Chicago nel luglio del 1951, ha scalato uno dopo l’altro le scale verso il successo, fino a trasformarsi in un attore di culto. Le sue interpretazioni in “Good Morning, Vietnam” (1987), “L’attimo fuggente” (1989) e “La leggenda de re pescatore” (1991), gli valgono altrettante candidature all’Oscar, premio che vince nel 1998 per “Will Hunting – genio ribelle”.

Amico di John Belushi e di Christopher Reeve, suo compagno di studi alla “Julliard” di New York, Robin Williams si sposa tre volte: dalle prime due mogli nascono i figli Zachary, Zelda e Cody.

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