Peppino Impastato, per sempre scomodo

| Quarant’anni fa, mentre l’Italia piange Moro, in Sicilia fanno fuori un giovane che aveva scelto di combattere la mafia con l’ironia e la cultura

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Di Germano Longo
Il cadavere di Aldo Moro sulla Renault 4 parcheggiata in via Caetani: il terrorismo che alzava il tiro puntando in alto, verso i vertici dello stato. Era il 9 maggio 1979, quella sera per gli italiani ce n’era abbastanza per spegnere la televisione e provare a rintracciare il sonno tra pensieri e preoccupazioni.

Nelle brevi, le notizie di poco conto che sui giornali finiscono in coda, in pochi sentono la storia di un altro morto: un bombarolo probabilmente vittima del suo stesso esplosivo, ritrovato nelle campagne di Cinisi, a 35 km da Palermo. Pace all’anima sua, uno in meno a cui badare, in quell’Italia che andava a pezzi.

Si chiamava Giuseppe Impastato, per tutti Peppino, trent’anni esatti, figlio e nipote di mafiosi: basterebbe l’ultimo indizio per dare una spiegazione a tutto e chiudere il caso. Non era così.

Peppino era nato e cresciuto in mezzo a uomini d’onore, ma aveva scelto di lasciare fuori la mafia dalla sua esistenza: ripudiato dal padre, diventa giornalista senza nessuna tessera in tasca e attivista di “Democrazia Proletaria”, guida le proteste dei contadini a cui è stata espropriata la terra del costruire l’aeroporto di Palermo, parla di politica e cultura ai giovani che lo seguono, svela i traffici, gli intrallazzi, le porcherie, l’omertà. Conosce così bene l’ambiente e i meccanismi mafiosi da combatterli e prendersi il lusso di strapazzarli, usando parole e ironia dai microfoni di “Radio Aut”, la piccola radio privata che aveva aperto nel centro di Cinisi. Ogni santo giorno, con il programma “Onda Pazza a Mafiopoli”, se la prendeva con gli uomini d’onore come “Tano Seduto”, soprannome coniato per Gaetano Badalamenti, uno dei capi della “Pizza Connection”, come gli americani avevano definito l’imponente traffico di droga che aveva gestito “Don Tano” fra il 1975 ed il 1984, stimato in 1,65 miliardi di dollari.

Di mezzo, fra il boss e il ragazzo che non voleva essere come lui correvano “i Cento Passi”, quelli che sarebbero diventati l’emblema, l’icona stessa dell’amara vicenda di Peppino Impastato, trasformato - dopo aver fatto ordinatamente la fila al caso Moro - in un altro morto ammazzato di quell’Italia senza capo né coda.

A Don Tano, quel ragazzotto con i capelli lunghi che si era addirittura candidato alle provinciali, stava sull’anima: diventare lo zimbello del paese e avere una zecca attaccata al fianco non gli piaceva affatto. Minacce, Peppino ne conta a decine, ma se ne frega: la notte fra l’8 e il 9 maggio del 1979 le paga tutte. Lo portano in aperta campagna e mettono in scena un suicidio: sotto il suo corpo, lungo i binari della ferrovia, una carica di dinamite lo fa a pezzi, letteralmente. Due giorni dopo, a Cinisi, nel chiuso delle cabine elettorali, Impastato fa il pieno di voti.

Per alcuni si è tolto la vita, per altri è un attentato finito male: sono Felicia e Giovanni, la madre e il fratello di Peppino, a svelare che si tratta di un omicidio di stampo mafioso.

Anche da morto, il nome di Peppino Impastato è scomodo: nel maggio del 1992 il caso viene archiviato, senza colpevoli. Passano due anni e il Centro di Documentazione intitolato a suo nome chiede la riapertura del caso, indicando nel collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo una possibile fonte di notizie. Sarà lui a fare il nome che tutti in paese sapevano: Gaetano Badalamenti, il boss che in quegli anni sta sconta il mezzo secolo di condanna inflitto dalla giustizia americana. Nel marzo del 2001, la corte d’assise di Palermo condanna Palazzolo a 30 anni di carcere per l’omicidio di Peppino Impastato, l’anno successivo Tano Badalamenti riceve l’ergastolo come mandante. Moriranno in carcere tutti e due: quando le dicono delle due sentenze Felicia, la mamma di Peppino, abbassa la testa e mormora: “Ora posso andarmene anche io”.

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