Ricordando Massimo

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Il 13 marzo di un anno fa, l’Italia era entrata da poche ore nel primo e più profondo lockdown: uno spettacolo irreale di città deserte, con i cartelli “andrà tutto bene” alle finestre e alla sera le canzoni cantate sul balcone da interi caseggiati. Un anno dopo, da quei momenti è cambiato poco o nulla, a parte che nessuno ha più voglia di cantare e dare fondo ai pennarelli per scrivere frasi di incoraggiamento.

Un anno fa esatto, il 13 marzo 2020, dalla camera al secondo piano dell’ospedale dov’era ricoverato da giorni, con la finestra che dava sulle montagne, se ne andava Massimo Numa. Per tutta la vita, il suo mestiere di giornalista l’aveva portato a girare il mondo, fino a diventare una delle firme di punta de “La Stampa”: aveva seguito la vicenda dei due Marò in India e casi di cronaca fortemente mediatici come l’omicidio di Sarah Scazzi, il giallo dei coniugi di Erba, Olindo e Rosa, Elena Ceste, la misteriosa morte di Aleksandr Litvinenko, la spia russa uccisa a Londra con il polonio. Era una firma, un nome, una garanzia, una penna appuntita e a volte scomoda, ma non gli piaceva parlarne, salire su un palco e gonfiarsi il petto. Massimo dava il meglio di sé a riflettori spenti, dietro le quinte, con chi lo conosceva: era spiritoso in modo sottile e raffinato, adorava parlare dell’America che tanto amava, di musica e di storia. Aveva un profondo senso della giustizia e di rispetto nei confronti di chi indossa una divisa, e riusciva a perdere le staffe se qualcuno metteva in dubbio il valore di chi ha perso la propria vita inseguendo l’ideale supremo della Patria.

Era un uomo giusto, anche se molti non la pensavano così e nel tempo l’avevano dimostrato spedendogli due bombe, una alla redazione de “La Stampa” e l’altra a casa, dove sapeva di essere controllato: non era preoccupato per sé stesso, ma per sua moglie e Icaro, il suo cane. L’integrità del mestiere che aveva scelto tanti anni prima, a Savona, l’ha pagata a caro prezzo, vivendo gli ultimi sei anni della sua esistenza sotto scorta, fra agenti armati che prima di farlo scendere dalla macchina si guardavano attorno.

Un anno fa, nessuno di coloro che gli erano stati vicini ha potuto essere presente al suo funerale, tutti bloccati dal virus che era nell’aria e uccideva centinaia di persone ogni giorno.

Di lui avevamo perso ogni traccia da settimane: quando ha capito di essere arrivato al fondo della corsa, ha spento i suoi tre cellulari per sempre. L’abbiamo capito dopo, a fatica, che l’aveva fatto per se stesso e per gli altri, per evitare l’inferno di un addio a chi gli voleva bene, perché ognuno conservasse di lui il ricordo che preferiva, ma non quello di vederlo nell’ultimo letto della sua vita, in un ospedale, con la finestra che dava sulle montagne.

Una piccola parte dei suoi amici, di chi ha diviso poco o tanto tempo con lui – non importa - ad un anno di distanza ha voluto ricordare Massimo Numa. Ancora una volta, la maledizione che gira nell’aria non ha permesso di pensare in grande, concedendo solo di affidare ad un video le testimonianze di un piccolo gruppetto di coloro che un anno dopo, non ci pensano neanche a dimenticarsi di lui, di ciò che è stato e di quel che ha saputo lasciare.

Tutto questo è per te Max: ovunque tu sia adesso divertiti, che il peggio è passato.

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