"Totò Genio", mezzo secolosenza il principe della risata

| Per ricordare il grande attore napoletano a cinquant'anni dalla scomparsa, una mostra approda nella Capitale dopo aver debuttato a Napoli, la sua città

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Di Germano Longo

"Nessuno mi ricorderà". Era il timore di Totò, il grande attore napoletano nei giorni in cui, nel chiuso della sua vita lontana dai set e dai palcoscenici, smetteva di far ridere per lasciarsi andare alla malinconia. Erano gli ultimi anni della sua vita, accarezzati dall'amore incondizionato del suo pubblico ma minata da una critica che non gli dava pace, qualsiasi sforzo facesse. Un gradissimo comico che, come nella migliore tradizione attoriale viveva in perenne sospensione, alternando una maschera pubblica ad una profonda tristezza privata. Un artista che se n'è andato cinquant'anni fa, il 15 aprile del 1967, ma senza per questo uscire mai dalla ristretta galleria di coloro che gli italiani imparano ad amare ad ogni nuova generazione.

Per ricordare il mezzo secolo passato dall'immenso bagno di folla che ha accompagnato i funerali del "principe della risata", come lo chiamavano tutti per via di natali aristocratici, anche se ricevuti di sponda, Napoli, la sua città, ha voluto ricordarlo con una mostra, "Totò Genio", ospitata in tre diverse sedi prestigiose: il Maschio Angioino, il Palazzo Reale e il convento di San Domenico Maggiore. Un evento di così grande richiamo da essere diventato una retrospettiva itinerante che proprio in questi giorni approda nella capitale, al "Museo di Roma in Trastevere", dal 20 ottobre al 18 febbraio del prossimo anno.

Un'antologica voluta dall'Associazione "Antonio de Curtis in arte Totò" e dal Comune di Napoli, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con la coproduzione dell'Istituto Luce Cinecittà, Rai Teche e SIAE, organizzata e curata da Alessandro Nicosia e Vincenzo Mollica, con catalogo ufficiale introdotto dalla prefazione di Goffredo Fofi.

Fra documenti, cimeli, lettere, costumi, fotografie, manifesti dei suoi film, testimonianze e disegni, fra cui alcuni realizzati da Pasolini, Fellini, Scola, Crepax, Pratt, Pazienza e Manara, la mostra è un viaggio nel tempo attraverso la grandezza assoluta di Totò, attore di cinema e teatro ma anche poeta e autore di brani indimenticabili, due forme d'arte in cui amava rifugiarsi quando a chiamare era la "napoletanità", sentimento tipico di una città in cui riso, pianto e di nuovo riso sono impresse al fondo dell'anima di chi davanti al golfo ci nasce.

L'ultima sezione della mostra, "Nessuno mi ricorderà" racconta i suoi tre funerali: il primo a Roma, il secondo a Napoli e il terzo nel Rione Sanità, il quartiere in cui era nato. Attraverso fotografie, filmati storici, si racconta il meraviglioso addio che Napoli ha voluto tributare al più grande dei suoi artisti.

In arte Totò

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. L'infinito nome e i titoli gentilizi di Totò, classe 1898, uno scugnizzo triste e solitario del popolare rione Sanità, nato con le lettere "N.N." accanto al nome del padre e diventato nobile nel 1933, a 35 anni suonati, dopo l'adozione di un marchese.

La madre lo immaginava sacerdote, ma lui non ci sta: ad attirarlo è il palcoscenico, una passione così grande da convincerlo a lasciare la scuola, a 14 anni appena. Ma non è un mestiere facile quello che ha in mente il piccolo Totò, fatto di teatrini di periferia e compagnie scalcagnate che lo utilizzano per riempire le pause dei "varieté" con storielle, macchiette e imitazioni che nessuno ascolta. Due anni dopo, a 16 anni, Totò capisce che la recitazione è una salita a cui serve troppo fiato: si arruola nell'esercito come volontario, ma usa la recitazione per scampare alla prima linea.

Il palcoscenico torna a farsi sentire alla fine del primo conflitto mondiale, ma questa volta preso di petto: Totò si trasferisce a Roma, riesce a farsi assumere da una compagnia teatrale che lo caccia poco dopo, quando chiede un aumento della paga. Sarebbe il capolinea del sogno, se sulla sua strada non fosse arrivata l'ultima occasione: uno spettacolo da protagonista al Teatro Ambra Jovinelli che diventa un clamoroso successo di pubblico di cui parla tutta Roma. Il caratteristico volto asimmetrico e una mimica facciale straordinaria lo rendono un nome da scrivere a caratteri cubitali sulle locandine: torna a Napoli per entrare nella compagnia di Titina de Filippo, con addosso la responsabilità di essere diventato padre della piccola Liliana, la figlia nata dall'unione con Diana Bandini Rogliani, sposata nel 1935 e lasciata quattro anni dopo. Vuole chiamarla così per ricordare Liliana Castagnola, attrice con cui in passato ha vissuto una travagliata e penosa storia d'amore conclusa con il suicidio della donna.

Va meglio nel lavoro, dove la salita di anni prima si è girata all'improvviso, diventando discesa: avere il nome di Totò in cartellone significa assicurarsi un mare di pubblico. Lavora con la Magnani e i De Filippo, ed il cinema inizia a corteggiarlo. Debutta sul grande schermo nel 1937 in "Fermo con le mani", pellicola che lo lascia insoddisfatto, ma è solo l'inizio di una storia lunghissima, che si chiuderà con 97 pellicole interpretate fino a "Capriccio all'italiana", diretto da Steno e Pasolini, uscito nelle sale l'anno dopo la morte di Totò.

Nel 1952, sulle pagine del settimanale "Oggi", nota Franca Faldini, 21 anni, che non sposerà mai. Nel 1951 scrive e musica "Malafemmena", si dice dedicata all'ex moglie Diana, mentre è del 1964 "'A livella", celebre poesia in dialetto napoletano ambientata in un cimitero.

Attirato dalla televisione, più semplice e portatrice di successi immediati, ma con una salute sempre più cagionevole che per lungo tempo gli limita la vista, Totò muore alle tre e mezza del mattino del 15 aprile del 1967. Una folla enorme, che da ore riempie il percorso dall'autostrada alla Basilica del Carmine, attende la bara su cui qualcuno poggia la sua bombetta e un garofano rosso.

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