Walking in Memphis

| REPORTAGE – Il National Civil Rights Museum che ha preso il posto del Lorraine Motel, l’albergo per neri in cui fu ucciso Martin Luther King

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da Memphis (Tennessee) - Germano Longo

Memphis è la musica, il rock’n’roll, il blues, il gospel, Elvis e la sua Graceland, i “Sun Studio” e la “Stax Records” dove è iniziata la leggenda, Beale Street e l’infilata di locali che trasudano alcol, musica e souvenir a tutte le ore, il “Devil’s crossroad”, l’incrocio dove secondo la leggenda l’incolore musicista Robert Johnson ha venduto l’anima al diavolo trasformandosi nella prima leggenda del Blues. Ma quella è da sempre la parte più colorata e facile della città del Tennessee, la Memphis fotogenica per eccellenza, una delle tappe della “Blues Highway” che parte da Chicago e scende a piombo verso New Orleans, Louisiana, il “Delta Blues” per la geografia, la porta dell’inferno per qualcuno.

Ma la vita a Memphis non si è mai fermata solo a B.B. King, Johnny Cash, Muddy Waters e Jerry Lee Lewis: è una delle città del sud dove il termine integrazione ha fatto davvero rima con segregazione, l’esatto opposto. I bianchi da una parte, i neri dall’altra.

Regola che un tempo valeva per tutto e tutti, anche per chi, malgrado il colore della pelle, avesse un qualche talento ad accompagnarlo. E quelli che arrivavano in città per suonare, per affari o per politica, avevano poche scelte per trovare un letto decente: uno degli indirizzi più conosciuti era il “Lorraine Motel”, al 450 di Mulberry Street, non distante dal centro di Memphis.

Non era stato sempre così: all’inizio, negli anni Venti, quando si chiamava “Windsor Hotel”, potevano entrare solo i bianchi. Nel 1945 arrivano Walter e Loree Bailey che lo ampliano, gli cambiano il nome e scelgono di aprirsi alla gente di colore. Il “Lorraine” entra nell’aberrante guida “The Negro Motorist Green Book”, che elenca i posti “negro-friendly”, e ospita le celebrità di colore di passaggio da Memphis. Ray Charles, Otis Redding, Aretha Franklin, Louis Armstrong, Nat King Cole e Martin Luther King sono clienti fissi. È proprio l’ultimo, il reverendo King, a beccarsi una delle tante pallottole che in America hanno cambiato il corso della storia, sul balconcino della camera 306.

Quando telecamere e polizia se ne vanno, il Lorraine Motel sceglie di resistere, malgrado Loree Bailey muoia di crepacuore cinque giorni dopo il reverendo. In compenso, la stanza 306 diventa un monumento, viene chiusa e mai più affittata. Così ha voluto Walter Bailey fino alla sua morte, nel 1988.

Oggi, all’apparenza, quasi nulla è cambiato: il Lorraine Motel appare di colpo, in un quartiere più o meno tranquillo, fra case basse e bus carichi di turisti che allungano fino a lì sulla strada del ritorno dai santuari di Elvis. È uguale alle migliaia di foto che raccontano quella pagina di storia scritta con il sangue, il 4 aprile del 1968: un caseggiato basso, un parcheggio, un giardino e sull’insegna che un tempo doveva attirare i clienti poche lettere, quelle che contano: “MLK: I have e dream”.

Quando si arriva al fondo dell’edificio, tutti si fermano in silenzio e leggono la targa in marmo che ricorda quel giorno. Una Cadillac del 1968 ed una Dodge del 1959, le auto della scorta di Martin Luther King, sono rimaste sotto il balconcino della camera 306, indicata da una piccola ghirlanda di fiori con i colori americani.

All’interno, il Lorraine non esiste più: all’inizio degli anni Novanta è stato scavato, svuotato da stanze, corridoi, scale e sale per la colazione, per diventare un memoriale che racconta cinque secoli di marcia verso la libertà della gente di colore: dalla schiavitù alle “Black Panther”, ben sapendo che in mezzo ci sono migliaia di morti ammazzati. Una cronologia dettagliata e a volte feroce, con le parole “I Am a Man” che si ripetono di continuo, fra più di 40 testimonianze video e oltre 260 tra cimeli, reperti e documenti storici, come la copia dell’autobus su cui andò in scena il celebre rifiuto di Rosa Parks, ed un duplicato della sentenza della Corte Suprema sul caso di Linda Brown, la bambina non ammessa ai corsi estivi perché nera.

L’ultimo passaggio, prima di uscire, dopo i racconti di centinaia di ingiustizie, quasi non te lo aspetti più: è l’ultima camera rimasta di quello che un tempo fu il Lorraine Motel. Quella di Martin Luther King, la 306. Seguendo un percorso obbligato si arriva davanti ad una vetrata: dentro il letto un po’ stropicciato, le tazzine del caffè, il telefono e la televisione d’epoca, i giornali di quel giorno. A sinistra la porta che dà sul balcone. Quel balcone.

Fuori, un piano più in basso, le guide turistiche sembrano spostare a comando le teste dei visitatori, che dalla stanza 306 si voltano per guardare il lato opposto della strada, verso quella che un tempo era la pensione “Bessie Brower” che quel giorno ospitava James Earl Grey. Ancora una volta si sale al primo piano, arrivando proprio a quella finestra: Martin Luther King sembra ancora lì, pronto ad uscire, e insieme a lui il suono di quell’unico sparo. Poi la sensazione, netta, di un'esecuzione in piena regola: da quella distanza, neanche un bambino avrebbe sbagliato.

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