Addio al colosso degli airbag

| La Takata, azienda leader nei sistemi di sicurezza passiva, ha chiesto ufficialmente il fallimento. Pesano 11 morti sospette e un pozzo senza fondo di debiti miliardari

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Di Davide Cucinotta

Si chiude nel peggiore dei modi, quella che secondo molti è uno dei peggiori capitoli nella storia recente dell'automobile: la "Takata", florida azienda giapponese con 46.000 dipendenti in tutto il mondo che aveva in mano il 20% del mercato mondiale degli airbag, ha aperto la procedura di fallimento presso i tribunali giapponesi e americani.

È l'ultimo atto di una discesa inarrestabile, iniziata nel 2013 e culminata con una pioggia di richieste di indennizzo che hanno raggiunto in un amen la cifra stellare di 8,03 miliardi di euro. Tutto inizia dall'accusa lanciata dalle autorità americane, che considerano l'azienda giapponese responsabile di 11 morti, avvenute in altrettanti incidenti stradali a causa di airbag dal funzionamento difettoso. Le indagini, hanno appurato che il deterioramento del gas propellente ha portato in diversi casi all'attivazione improvvisa della carica esplosiva che fa scattare l'airbag, con conseguenze drammatiche per gli automobilisti.

La procedura di fallimento arriva da una perdita di 700 milioni di dollari, che si aggiungono a debiti societari ormai superiori ai mille miliardi di Yen, più o meno 8,03 miliardi di euro. Nella migliore tradizione orientale, è stato Shigehisa Takada, presidente e CEO, a offrire pubblicamente le proprie dimissioni, seguite dall'annuncio di un supporto finanziario offerto dal governo per le 130 aziende satellite in qualche modo coinvolte nel crack.

Ai debiti, si sommano i danni subiti da dieci marchi automobilistici (BMW, Chrysler, Ford, General Motors, Honda, Mazda, Nissan, Mitsubishi, Subaru e Toyota) che hanno installato gli airbag Takata su venti milioni di veicoli (13,4 quelli a marchio Honda) dal 2008 in poi.

Shigehisa Takada, nipote del fondatore dell'azienda, aveva sostituito Stefan Stocker provando a mettere in atto una missione impossibile: convincere l'Nhtsa, l'ente statale americano per la sicurezza stradale, che il richiamo di 50 milioni di autoveicoli dovesse essere preso in carico dai rispetti marchi automobilistici.

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