L’impero di Jamie Oliver in crisi

| Costretto a chiudere una catena di steakhouse, buona parte dei suoi locali navigano in cattive acque. In più lo smacco: si era offerto di cucinare per Harry e Meghan, ma non gli hanno neanche risposto

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I fans di Jamie Oliver, uno degli chef più celebri d’Inghilterra e del mondo intero, sono un po’ in apprensione: il loro idolo è apparso un po’ giù di corda. Nel corso di un’intervista televisiva, ospite del programma “Sunday Brunch”, Jamie ha ammesso di essersi offerto di organizzare il banchetto di nozze di Harry e Meghan gratuitamente, ma di non aver avuto neanche uno straccio di risposta. E alla star dei fornelli, a capo di un autentico impero che spazia dai locali all’editoria, lo smacco non è andato giù. “Ho scritto per propormi a titolo gratuito, disposto a preparare il menù scelto dalla coppia insieme ai migliori chef britannici e americani, che ero pronto a riunire formando la miglior brigata di cucina di sempre, ma nessuno da Buckingham Palace si è degnato di darmi una risposta”. Proprio lui, che era stato invitato a preparare il pranzo al 10 di Downing Street per l’allora premier Tony Blair.

Per di più, lo smacco reale arriva a pochi mesi di distanza dal fallimento della sua catena di steakhouse “Barbecoa”, sbriciolata mostrando un buco di 7 milioni di sterline, e qualche settimana dalle polemiche che lo hanno raggiunto quando ha stipulato un contratto da 5 milioni di sterline con il gigante petrolifero “Shell”, malgrado Jamie si batta da anni in favore delle campagne ambientali.

Secondo alcuni tabloid, a viaggiare in cattive acque sarebbe anche “Jamie’s Italian”, la grande catena di ristoranti con cucina italiana ideata dallo chef, che avrebbe accumulato lo sconcertante debito di 71 milioni di sterline, di cui per 2,2 milioni rappresentati da stipendi non ancora pagati al personale.

Jamie Oliver, ricordano i media, non è un soggetto a rischio economico: il suo impero è stato valutato in 240 milioni di sterline e lui stesso vive in una casa da 9 milioni di sterline a nord di Londra. Ma questo non gli ha impedito di chiudere 12 dei suoi 25 locali, con altri otto punti vendita in seria difficoltà e prossimi alla chiusura per morosità.

Stefan Chomka, redattore della rivista “Big Hospitality” ed esperto in materia, ha spiegato dove tutto ha cominciato ad andare storto per Jamie: “Quando le persone mangiano in uno dei suoi ristoranti hanno grandi aspettative, ma ultimamente la qualità della cucina si è abbassata. Anche se sono sicuro che nessuno si aspetta di vedere Jamie che cucini effettivamente quando mangia in uno dei suoi ristoranti, l’associazione della sua immagine con il marchio è totale, e questo può portare alla delusione in quanti escono convinti di non aver vissuto l’esperienza che si aspettavano. Dieci anni fa, quando “Jamie’s Italian” ha aperto, sembrava dovesse offrire qualcosa di totalmente nuovo. Ma l’azienda, per sua stessa ammissione, negli ultimi anni è diventata un po’ troppo compiacente e non è riuscita a tenere il passo con la nuova concorrenza, con i rivali che offrono un’esperienza simile ma a prezzi molto più abbordabili”.

Jamie di recente è stato anche costretto a difendere suo cognato, Paul Hunt, che ha assunto come CEO, bollato come “perfido” da dipendenti e addetti ai lavori.

La sua carriera televisiva è iniziata per puro caso: Jamie lavorava al “River Cafe” di Fulham dove la BBC aveva ambientato un documentario sul Natale. I produttori si sono innamorati del suo accento “cockney” e del suo stile informale e spigliato. Il suo primo show televisivo, “The Naked Chef” è stato un successo immediato, così come il suo primo libro di cucina, entrambi usciti nel 1999. A quello sono seguiti altri show e con loro la prima crociata di Jamie, che ha chiesto alle autorità scolastiche di offrire nelle mense pranzi più sani per combattere la piaga dell’obesità. Qualche anno dopo, le critiche di Jamie sulle mense scolastiche sono diventate una politica del governo, mentre lui guardava già oltre creando “Fifteen”, un ristorante che insegna l’arte cucina agli adulti svantaggiati.

Nel 2008 è arrivato il colpo da maestro, “Jamie’s Italian”, un impero che vantava 42 locali in tutto il Regno Unito e numerosi altri in franchising in tutto il mondo.

Il lancio della catena è stato seguito l’anno successivo dall’apertura della prima scuola di cucina, “Jamie’s Recipease” e nel 2011 dai primi due “Barbecoa”, a Londra.

I guai sono iniziati nei 2014, quando gli ispettori del servizio di igiene alimentare trovano nelle cucine di “Barbecoa” di St. Paul’s escrementi di topi e carcasse ammuffite: nel giro di 24 ore il locale è stato volontariamente chiuso.

“Avere il nome di una persona di alto profilo come Jamie Oliver offre enormi opportunità, ma anche grandi sfide. E in un mercato competitivo come quello della cucina italiana non ci si può permettere di essere secondi”.

Mentre le cose non vanno così bene per i suoi ristoranti, i libri di Jamie stanno ancora vendendo bene: la sua ultima collezione di ricette, “5 Ingredients”, è stato uno dei best-seller dello scorso anno.

Inevitabilmente, anche la ricchezza personale di Jamie è crollata: ha perso 90 milioni di sterline a causa di cattivi investimenti. In tutto questo va anche aggiunta l’antipatia reciproca nei confronti di Gordon Ramsey: da tempo i due non si rivolgono più la parola. Troppo primedonne.

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