Hemingway & Gellhorn, guerra & passione

| La storia d'amore tra lo scrittore e la giornalista sullo sfondo della Guerra di Spagna del '36. Il film del 2012 di Kauffman è affascinante e ricco di spunti, riflessioni e amore per una generazione ormai in polvere

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di MASSIMO NUMA

"Hemingway & Gellhorn", del 2012, gira ancora in questi giorni sui canali "Sky", anche se in Italia è passato quasi inosservato. Realizzato in Usa per la tv via cavo e diretto da Philip Kaufmann, ha un cast di tutto rispetto. Il vecchio Papa è Clive Owens e Gellhorn è una splendida e matura Nicole Kidman, le cui gambe, osserva un trasognato Hemingway, “iniziano dalle spalle...”. Due interpretazioni da Oscar, in grado di trasmettere emozioni e anche voglia di sapere cosa accadde davvero in Spagna nel lontano 1936. La storia d’amore è nota: un Hemingway già famoso, reduce dal divorzio con la prima moglie Hadley e sposato con la milionaria cattolica Pauline Pfeiffer, incontra per caso la fascinosa giornalista e scrittrice Martha Gellhorn a Key West, in Florida. I due decideranno di partire insieme per raccontare la guerra di Spagna in tempi in cui gli inviati erano le punte di diamante dei media.

Owens e Kidman


Ernest, nonostante non fosse ancora quarantenne (era nato nel 1899 a Oak Park, Illinois), era già una star della letteratura. In Spagna aveva scritto uno dei suoi romanzi-manifesto più famosi, "Per chi suona la campana", dicendo di essersi ispirato a Martha, “la donna più coraggiosa che avessi mai conosciuto”. Entrambi appoggiavano la Spagna lealista del governo repubblicano contro il generale Franco. Il film di Philip Kaufmann regala momenti di altissima tensione quando sovrappone, nelle vecchie immagini, i volti e i corpi di Owens e Kidman, all’interno degli spezzoni dei documentari dell’epoca e del film "Terra di Spagna", che i due girarono a Madrid con il regista Ivens, nel cuore di quella guerra poco romantica e assai ricca di violenze inenarrabili commesse da una parte e dall’altra.

Lo sguardo di Hemingway è più ideologico, sferzante, schierato, mentre quello di Martha si ferma sui dettagli, sulla tragedia dei bambini rimasti orfani, la bimba a cui la mamma fa indossare il cappottino più bello anche per fuggire dalle case in fiamme, abbottonato male per la fretta, la sofferenza delle donne, la tragedia dimenticata dei feriti e dei mutilati, i morti innocenti, persino la morte di una capretta adottata da due miliziani venuti a combattere contro i fascisti dall’Inghilterra,

Candidato a 14 Emmy, il film ne ha vinti due. La storia d’amore è al centro e non sullo sfondo: fra loro è un colpo di fulmine, tra Daiquiri e Rhum, sensualità e un erotismo che alla fine, per esistere, ha bisogno di scenari forti e inconsueti o molto pericolosi. Come fare l’amore in un albergo di Madrid sotto un bombardamento, con i calcinacci che piovono sul letto e sulla pelle degli amanti, mentre crollano pareti e soffitti. Oppure nel camerino delle ballerine di samba di un locale, tra fiumi di alcol e l’andirivieni delle danzatrici seminude e ignare. E poi il divorzio dalla Pfeiffer, il matrimonio con Martha, la repentina fine (durò formalmente 5 anni, molto meno nella realtà) perché lei non voleva saperne di starsene alla "Finca Vigia", la villa del Papa, a L’Havana, a fare “la musa ispiratrice” dello scrittore. Si sentiva pronta a partire per ogni guerra disponibile.

Un finale che il film affida all’io narrante: una Gellhorn invecchiata e che ha già perdonato l’ex marito, le sue intemperanze, il suo narcisismo, il suo devastante egoismo. Lo screenplay di Kaufmann è rivolto a chi ne sa di storia, a chi ama Hemingway e lo considera tuttora un mito, anzi il proprio mito. Impermeabile alle mode, ai decenni passati, alla scoperta dei suoi limiti umani e artistici. Ci si perde nelle citazioni, “Un uomo distrutto non è sconfitto sino a quando è in piedi per combattere” o la più classica: “Uno scrittore è grande quando scrive come parla davvero la gente”. L’incontro con il cineasta Joris Ivens nella realizzazione di "Terra di Spagna" insieme a John Dos Passos, è il punto d’arrivo di un amore fatto di slanci, fughe e devastazioni emotive e non solo.

Martha incontra a Madrid il fotografo Robert Capa, mentre un iroso Orson Welles, licenziato come voce narrante del film, viene sostituito dallo scrittore dopo una lite memorabile. La guerra di Spagna fu un laboratorio, un brodo di cultura dove germinavano le contraddizioni dell’epoca, poi esplose nel secondo conflitto. Le Brigate Internazionali, già inquinate dall’oppressione bolscevica e staliniana che già in allora spegneva il dissenso interno nel sangue, marciano verso la sconfitta, tra spie e omicidi compiuti da sicari. 

Hemingway e Gellhorn ne sono consapevoli, e lo raccontano a modo loro. La figura del generale russo Petrov (reso da un gigantesco Robert Duvall) ne è un po’ il simbolo. Ma se il nemico è il nazi-fascismo, è la morale, anche allearsi con il Diavolo Stalin, suona come una scelta obbligata. 

 
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