L'amara fine del pistolero canterino

| I fratelli Cohen sono i registi del film "La Ballata di Buster Scruggs". Sei episodi di una lancinante bellezza, sullo sfondo del Vecchio West. Quel filo rosso, da Ford a Peckimpah e Leone

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Di MASSIMO NUMA

La copertina del libro è di quelle curate, colorate, di quei bei libri che un tempo lontano si regalavano ai ragazzini per Natale. Il titolo è “La ballata di Buster Scruggs e altri racconti del West”. Ma quel libro non è mai stato scritto. I fratelli Cohen, lo hanno usato come pretesto per un film bello e straordinariamente calligrafico, visibile su Netflix. Sono sei racconti, quello del piccolo pistolero elegante e “con la voce da usignolo” apre il film. C’è un sottile filo rosso che li lega l’uno all’altro. Il West non è solo un’epopea avventurosa e romantica, e questo già lo sapevamo da Blue Soldier in poi, ma i Cohen scavano nelle miserie e nella angosciante fragilità di ogni essere umano. La pistola del sorridente e ironico Buster Scruggs spara veloce, ma alla fine c’è qualcuno, sempre, che spara più veloce di te. E il suo stupore di essere alla fine ucciso, senza odio e senza clamore, è la metafora, per esempio, di un uomo di successo, ma anche no, che ritira un referto medico con la diagnosi un cancro mortale. Tutto crolla e niente può salvarsi. Gli altri racconti sono metafore. C’è l’allegoria del liberismo sfrenato, crudele, pragmatico e spietato. Un sedicente prof. Harrison gira il West su un carro che si trasforma, in ogni città, in ogni villaggio sperduto, in un palco. La sua attrazione è un uomo senza braccia e senza gambe, che ogni sera, davanti a un pubblico di curiosi ripete un dotto discorso sulla condizione umana. Per vivere, deve dipendere interamente dal suo padrone, che lo imbocca per farlo mangiare, lo accudisce e lo cura, perché entrambi dipendono da lui, dalla disabilità che lo rende oggetto di una curiosità morbosa. Ma il pubblico, passata la sorpresa, è sempre più rado. Così, un giorno, il professore vede un altro spettacolo. Una gallina, sul palco, fa di conto e indovina i numeri che gli vengono suggeriti dal pubblico, battendo con il becco un pallottoliere. E gli spettatori accorrono entusiasti. Così si consuma il destino del giovane sfortunato. La gallina prenderà il suo posto e lui verrà gettato nel fiume e ucciso. Poi c’è il solitario cercatore d’oro che dopo immani fatiche viene ferito quasi a morte da un uomo che vuole depredarlo del filone d’oro appena scoperto; il rapinatore sfortunato; la triste e amara storia dei pionieri diretti a Ovest;  le strane e caotiche conversazioni delle persone accalcate in una diligenza lanciata nella notte, con le loro storie bizzarre, melanconiche, divertenti. Il riferimento a Ombre Rosse è evidente. I Cohen usano una fotografia deliziosa e questa è sì romantica. Dagli scenari fordiani della Monument Valley, passando per i severi e gelidi sentieri delle Montagne Rocciose e attraverso le pianure del New Mexico, ricordando Sam Peckinpah, è un tributo alla selvaggia bellezza degli Stati Uniti.

I Coen spiegano di aver scritto dei racconti western e di aver poi desiderato di metterli insieme come nei film a episodi degli anni Sessanta italiani. C’era bisogno dei migliori registi in circolazione e dunque sono stati felici - auto-ironia che i Cohen, loro, abbiano accettato di girarli. “Abbiamo scritto questi racconti in 25 anni e non sapevamo se li avremmo mai utilizzati o no…”, spiegano. Siamo orgogliosi di cogliere, nelle loro tracce, le impronte di Sergio Leone e degli spaghetti western, ma non è mai parodia o nostalgia evergreen. La firma, graffiante, il marchio di fabbrica, è tutto loro.

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