Leaving Neverland, il docufilm shock su Jackson

| “Sconvolgente”: è il commento più comune fra chi ha assistito all’anteprima al Sundance Festival del documentario che svela i rapporti intimi di MJ con due adolescenti. L'ira della famiglia Jackson

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Un lungo applauso liberatorio ha accompagnato “Leving Neverland”, il docu-film diretto da Dan Reed presentato in anteprima mondiale al “Sundance Film Festival” di Park City, in Utah. La vicenda, che getta nuove ombre scure sul passato di Michael Jackson, racconta le storie di Wade Robson e James Safechuck, oggi due uomini, ma entrambi inchiodati ai ricordi di quando erano soltanto due ragazzini finiti nelle maglie del ranch-parco dei divertimenti di Jacko, sulle colline californiane. Abusati per anni in cambio di regali di ogni tipo, gioielli compresi, Jackson si era così legato a loro da organizzare un finto matrimonio completo, “salvo poi stancarsi e abbandonarli per dedicarsi a vittime più giovani”.

Il documentario, della durata di quattro ore e destinato ad andare in onda su “HBO” e “Channel 4”, rilancia le accuse di pedofilia che continuano ad aleggiare intorno alla figura di Michael Jackson, malgrado lui quand’era in vita abbia sempre negato con forza ogni denuncia.

Eppure i ricordi di Wade Robson sono tanto lucidi quanto allucinanti e gli storici di Hollywood fanno notare che esistono molti parallelismi con le tante storie raccontate dalle presunte vittime negli anni: MJ li spingeva a odiare i genitori e le donne in generale, dicendo che Dio li aveva fatti incontrare per vivere insieme felici per sempre, ma da un giorno all’altro era capace di ‘cacciarli via’ perché era stanco. “A Neverland c’era molta gelosia e sofferenza: passavi dall’essere speciale a sentirti di troppo”.

La famiglia Jackson, attraverso la “Jackson’s Estate” che cura immagine e interessi della star del pop dopo la morte, avvenuta nel 2009, non ha provato in alcun modo a bloccare l’anteprima, ma l’ha definito “l’omicidio di una leggenda”, esortando i fans a boicottare il festival e i suoi sponsor. Il film, bollato come “sessualmente esplicito”, è stato definito “una pellicola dell’orrore” e la figura di Jackson “un demone, un predatore, un mostro”.

La pellicola racconta la storia “del tutto credibile” di due ragazzini come tanti che hanno avuto l’apparente fortuna di diventare “amici” speciali di Michael Jackson: in realtà amanti, mentre i loro genitori - inconsapevoli di tutto - ogni mattina li accompagnavano davanti ai cancelli di Neverland. Entrambi scendono nei dettagli su ciò che sarebbe successo nella camera da letto di MJ, raccontando una storia di abusi iniziata quando avevano 7 anni e andata avanti per entrambi fino ai 14. 

Al termine della proiezione, Robson e Safechuck hanno ricevuto una standing ovation da parte del pubblico in sala, prima di rispondere in lacrime alle domande, chiarendo fin dall’inizio che non sono stati pagati in alcun modo per la loro partecipazione al film.

Fra gli spettatori anche Eugene Hernandez, vice direttore della “Film Society of Lincoln Center”, che qualche ora dopo ha scritto: “A metà strada fra il film e il documentario, nella prima parte descrive gli abusi di Michael Jackson a Robson e Safechuck. Ad un certo punto mi sono chiesto perché fossero necessarie altre due ore, ma nella seconda metà rivela il difficile travaglio delle due vittime per riuscire a parlare delle loro esperienze. Alla fine, il lavoro solleva così tante domande sui ruoli parentali, la celebrità, i segreti, la fama, i comportamenti e gli abusi che servirebbero settimane intere per dare uno straccio di risposta”. “Qualunque cosa pensavate di sapere o di cui eravate a conoscenza, il contenuto di Leaving Neverland è più inquietante di quanto possiate immaginare”, ha commentato Kevin Fallon sul “Daily Beast”. Amy Kaufman del “Los Angeles Times” ha invece raccontato che prima della proiezione del film, John Cooper, il direttore del Festival, ha avvertito gli ospiti: “La pellicola contiene descrizioni esplicite di abusi sessuali che coinvolgono minori e all’ingresso della sala, se qualcuno si sentisse particolarmente turbato, ci sono a disposizione degli psicologi sanitari dello stato dello Utah”.

“Avreste dovuto vedere i volti degli spettatori durante l’intervallo: sguardi pieni di nausea profonda, disgusto, repulsione: i negazionisti delle colpe di Jackson sono finiti”, ha scritto un altro critico in queste ore.

Wade Robson, 36 anni, ballerino di origine australiana che ha lavorato con Justin Timberlake e Britney Spears, nel 2016 ha intentato una causa contro il patrimonio di Jackson chiedendo 1,62 miliardi di dollari di risarcimento. Nella denuncia, Robson ha sostenuto di essere stato stuprato dal King of Pop per sette anni, includendo i dettagli delle sue abitudini: baci, strofinamenti del pene, masturbazioni, penetrazioni e fellatio reciproci. Nella causa si leggono anche le precise parole di Jackson: “Non possiamo raccontare a nessuno quello che stiamo facendo: la gente è ignorante e non capirebbe che ci amiamo e questo è il modo in cui lo dimostriamo. Se qualcuno lo scoprisse la nostra vita e la nostra carriera sarebbero finite”. La causa è stata rigettata: un giudice che ha stabilito che il patrimonio del cantante non può essere ritenuto responsabile per le accuse. Una denuncia che aveva lasciato senza parole i fan di Jackson e la sua famiglia, visto che Robson era stato un testimone cruciale nell’assoluzione di Jackson dalle accuse del 2005. In quel processo, Robson aveva testimoniato sotto giuramento che Jackson non lo avesse mai toccato impropriamente o tentato di abusare di lui. Ma lui si era difeso: “Non credevo di essere stato costretto. Ho creduto di essere un partecipante consenziente ad atti sessuali. Poi ho capito che non era così”.

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