Il cupo profeta e filosofo di Easy Rider

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di Massimo Numa

Muore Peter Fonda, figlio di Henry, 79 anni, finito da un tumore ai polmoni con cui si batteva - come si dice oggi - da anni. Con lui la generazione hippy degli Anni '60, lascia gli ormeggi per avviarsi verso uno scontato e naturale oblio. Fonda è stato attore, produttore, talent scout del cinema alternativo Usa, con Hollywood, la struttura ufficiale, come nemico dichiarato. Ci lascia in eredità soprattutto "Easy Rider" il film auto-prodotto nel '69 con Dennis Hopper che ha segnato un'epoca, sintesi infelice della trinomia Drug, Sex and Love. I protagonisti sono spacciatori di cocaina e droghe di ogni tipo. Vanno in Messico a comprarla dai narcos, poi viaggiano negli USA scossi dalla guerra del Vietnam, attraversati dalla corrente elettrica della beat generation e dai sogni impossibili dei figli dei fiori. Con loro compare uno strepitoso Jack Nicholson, avvocato alcolista e sognatore. Un viaggio dolce-amaro nelle grandi utopie del secolo, tra finti e veri hippies, impostori, teatranti drogati, comunità familiari da incubo e alla fine vince - mai analisi fu più attuale di questa - l'America dei farmers, dell'estrema destra, dell'intolleranza politica e razziale, del culto inossidabile dei Padri Fondatori. Fonda e Hopper fanno morire i loro personaggi giustiziati da un fucile a pompa, mentre attraversano gli immensi campi coltivati dello Utah. Capelli lunghi, teorizzatori di una liberazione globale dal sistema, silenziati per sempre da chi li odiava solo perche esistevano. Poi Easy Rider è il road movie più conosciuto di sempre, ha spinto milioni di giovani a cercare qualcosa di più di uno stereotipo negli USA, ha condizionato la cultura e il modo di sentire. Fece un immenso favore anche alla Harley-Davidson, sino a un giorno prima marchiata a fuoco come il mezzo della polizia e pure degli estremisti neo-nazi delle gang a due ruote. Così, entrò trionfalmente anche nell'immaginario collettivo dei giovani liberal. Fonda raccontava che la Hollywood istituzionale, totalmente estranea al progetto del film, li detestava proprio per questo; quando uscì il film, dolorosamente tagliato dagli autori-produttori di ore di girato, apparve prima nelle sale secondarie e poi, goccia dopo goccia, verso un trionfale successo durato decenni, diciamo 50 anni. Nessuno vi avrebbe scommesso un cent. I tecnici lo ritenevano noioso, inconcludente, frammentario, confusionario, portatore di valori sbagliati, i duri e puri dell'età hippie non gradivano il taglio realistico e crudele sulle velleità idoeologiche dell'epoca, la comune, il sesso libero, la droga. Fonda non risparmiò nessuno. Gli idealismi scomparvero uno dopo l'altro nella polvere del deserto. Le famiglie erano un bluff di peace&love, l'ospitalità è un modo anche per mettere a nudo debolezze e follie ed è chiaro che il futuro della grande nazione non sarebbe mai passato da quelle pur notevoli ma transitorie esperienze di massa. Fonda e Hopper ne sono ben coscienti. Sono viaggiatori, come Dante e Virgilio, che via via visitano e illustrano i gironi di una società americana in piena crisi schizofrenica. Le sequenze su una mortifera New Orleans, tra droga e prostituzione, lo sguardo limpido di una normale ed ospitale famiglia di coltivatori fa capire invece qual'è il solco che divide il bene e il male. Le due Harley Davidson simbolo di un incompiuto progetto di libertà. Non è una moto che cambia l'uomo, non è il giubbotto Captain America di Peter, che fa di un pusher senza scrupoli un filosofo umanista. I due ragazzi, simili nella vita a quella rappresentazione di esistenze estreme, lo sanno molto bene e vanno verso la morte come gli eroi greci. Un destino ineluttabile. E' un messaggio contorto. Nei due farmers di estrema destra che li uccideranno quasi per divertimento c'è la sintesi di un concetto non detto in modo esplicito ma palese. L'America profonda e vincente fu solo sfiorata dalla rapida ondata dei movimenti liberal e libertari. Chi resta tuttora al centro della nazione è la destra bianca e conservatrice. Cinquant'anni dopo s'è affidata a Donald Trump, uniti dallo slogan Make America Great Again. Fonda non ha mai voluto dirci che le sue idee, e quelle di un'intera generazione, da Woodstock sino alle sollevazioni contro la guerra, sarebbero state alla fine vincenti. Semmai il contrario. Oggi, molti di quei ventenni che inorridivano alle ultime sequenze del film, ora 70enni, quasi quasi - in slenzio - sono solidali con i farmers assassini, simbolo - loro - di una concezione della società fortemente radicata e auto-immune che non ha paura dei cambiamenti ma invece li combatte con l'odio, l'arroganza, la violenza, il denaro, il suprematismo, la forza della tradizione, valori o disvalori piantati saldamente nella terra come sequoie giganti. In un certo senso, Fonda ci ha insegnato ad accettare la realtà, bella o brutta che sia. Per questo è stato un cineasta importante, e pochi come lui. Ci ha insegnato a perdere e a guardarci dentro. Troppo pochi, allora come oggi, avevano davvero desiderio di una rivoluzione radicale, in nome del peace&love. Era meglio giocare a fare finta di volerla. Per poi rientrare discipinatamente nei ranghi disegnati dal sistema. 

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