Australia, record di vittime per attacchi di squali

| Quest’anno, gli squali hanno ucciso 7 persone, il numero più alto dal 1934. Secondo gli esperti, i pesanti effetti del cambiamento climatico potrebbero essere una delle spiegazioni

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Una mattina all’inizio di ottobre, scatta l’allarme su una spiaggia dell'Australia Occidentale: uno squalo ha appena attaccato un surfista, scomparso nelle acque dell’oceano. Le autorità fanno alzare in volo diversi droni per la sorveglianza aerea, mentre la capitaneria di porto invia alcune motovedette per perlustrare la zona e un’equipe medica sulla spiaggia appronta un’unità di primo soccorso.

Dopo giorni di ricerche riemerge la sua tavola da surf, ma nessun corpo non è mai stato trovato. L’uomo è considerato la settima vittima di un attacco mortale di squali in Australia dall’inizio dell’anno, un picco allarmante a cui non si assisteva da 86 anni.

Gli attacchi hanno avuto luogo in diversi stati, tra cui il Queensland e il New South Wales. Per meglio capire il fenomeno, che allarma le autorità, è sufficiente sapere che nel 2019 non sono stati registrati attacchi mortali in tutta l’Australia, mentre negli anni precedenti la media non superava mai uno e due morti all’anno. L’ultima volta che il Paese ha registrato un numero così’ altro di attacchi è stato nel 1934, secondo i registri della “Taronga Conservation Society Australia”: la cifra annuale più alta mai registrata risale al 1929, con nove morti.

“In Australia, il fenomeno è decisamente anomalo - commenta Culum Brown, professore del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università di Macquarie di Sydney - la media a lungo termine è di un decesso all’anno, rimasta stabile negli ultimi 50 anni”. La differenza è che non c’è stato un aumento complessivo degli attacchi di squali, fermi a 21 casi, una cifra normale e coerente con gli anni precedenti: la differenza è nel tasso di mortalità.

Gli esperti si dividono: da una parte c’è chi pensa che le cifre annuali siano sempre imprecise, e questa potrebbe essere soltanto un’annata sfortunata. Ma secondo altri c’è un possibile colpevole: la crisi climatica.

Con il riscaldamento degli oceani, interi ecosistemi vengono distrutti e gli animali che sopravvivono sono costretti ad adattarsi: i comportamenti di diverse specie stanno cambiando, con intere colonie di pesci che migrano verso zone dove non si erano mai spinte prima. E, man mano che il mondo marino si trasforma, gli squali si avvicinano alle coste popolate di esseri umani.

Sulla terraferma, la crisi climatica che colpisce l’Australia ha portato a violenti incendi, ondate di caldo estremo e una delle peggiori siccità mai registrate. Ma ha anche sconvolto gli oceani con il processo di acidificazione delle acque e il progressivo aumento delle temperature, in grado di devastare interi ecosistemi. In particolare, la regione sudorientale dell’Australia è in prima linea nella crisi climatica: le acque superficiali si stanno riscaldando ad una velocità circa quattro volte maggiore della media globale.

La Grande Barriera Corallina, un delicato ecosistema marino che si estende lungo la costa orientale, ha subito uno sbiancamento talmente diffuso che più della metà dei coralli della barriera sono morti, insieme a massicci tratti di foreste di mangrovie. Tutto questo significa che gli animali stanno migrando più a sud del normale alla ricerca di un ambiente più adatto: specie come lo squalo, tipico delle acque tropicali settentrionali, sta migrando in massa verso la Tasmania, mentre il comune polpo di Sydney e il plancton si stanno spostato verso il Queensland.

Questi tipi di “vagabondi tropicali marini” viaggiano spesso su e giù per la linea costiera, cavalcando la corrente orientale australiana rappresentata nel film “Alla ricerca di Nemo”. Ma ora, il cambiamento climatico significa che gli inverni sono abbastanza caldi da permettere a questi pesci di sopravvivere alla stagione, così alcune specie scelgono di rimanere permanentemente nelle acque del sud.

“Passo molto tempo in barca al largo della costa e non ricordo un anno in cui abbia visto così tante colonie di pesci vicine alla costa- riprende il professor Brown – e non c’è dubbio che gli squali stiano solo reagendo, avvicinandosi alle zone dove possono trovare più facilmente di che sfamarsi”.

L’oceano non è una massa stagnante: le correnti creano zone di acqua calda e fredda e quella dell’Australia orientale è una delle principali protagoniste della dinamica, pompando una maggiore concentrazione di acqua calda tropicale lungo la costa. Ma poiché la corrente è più intensa, sta anche spingendo acqua fredda ricca di nutrienti verso alcune coste orientali. Questi sviluppi così mutevoli sono forse il motivo per cui gli squali cominciano a muoversi negli spazi abitati dagli umani. Alcune specie, come gli squali toro, amano l’acqua calda, mentre altre come gli squali bianchi preferiscono temperature più basse e sono attirate verso le coste, dove le sacche di acqua fredda contengono prede in abbondanza. Anche gli squali tigre si trovano tipicamente più a nord, ma si sono spinti fino a Sydney, probabilmente spinti dalla corrente. Queste tre specie - squalo toro, squalo bianco e squalo tigre - sono responsabili della maggior parte delle morti per attacchi.

“Prevedo che ci sarà un maggiore movimento di molte specie, perché le dinamiche del cambiamento climatico stanno cambiando il loro habitat adatto in termini di temperatura e di distribuzione delle prede. Parliamo di potenti predatori di grandi dimensioni che potenzialmente entreranno sempre più a contatto con gli esseri umani”.

Eppure, la tecnologia, il miglioramento delle cure mediche e i tempi più rapidi di risposta alle emergenze fanno sì che il tasso di mortalità degli attacchi da squali sia diminuito significativamente nell’ultimo decennio, ed è per questo che il picco di quest’anno è visto come una vera anomalia. Ma, a parte il cambiamento climatico, potrebbero esserci anche altri fattori, compresa la sfortuna: negli ultimi anni ci sono state diverse occasioni in cui la vittima è stata salvata perché c’era un operatore medico nelle vicinanze in quel momento. Molto dipende anche dal punto in cui la vittima viene morsa: “Un centimetro basta a fare la differenza: un ad una gamba è doloroso e lascia profonde cicatrici, ma se trancia di netto l’arteria femorale si può morire dissanguati nel giro di pochissimi minuti”.

Al netto delle diverse teorie, gli esperti concordano su un punto: l’oceano sta cambiando, e gli squali anche. Il cambiamento climatico ha devastato gli ambienti naturali e sconvolto ogni equilibrio degli ecosistemi marini: “Non si possono trarre conclusioni basandosi su solo un anno, ma non c’è dubbio che stiamo entrando in un periodo pieno di incognite: qualunque situazione arriverà dal futuro sarà nuova e tutta da scoprire”.

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