L'insospettabile filosofo che uccise Lidia

| Varese. Dopo 30 anni Stefano Binda condannato a 30 anni per l'omicidio della studentessa Lidia Macchi, il 5 gennaio '87. Aveva 20 anni. Tradito dalla lettera anonima che inviò ai genitori il giorno dei funerali

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di ALBERTO COSIMO FERRO

Lidia Macchi, studentessa di 20 anni, venne  trovata cadavere in un bosco in provincia di Varese nel 1987. Gli inquirenti, 29 anni dopo, avevano arrestato il presunto killer rimasto sconosciuto per 29 anni. Cioè Stefano Binda, 49 anni, di Brebbia, compagno di scuola nello stesso liceo della vittima  ed entrambi legati  a Comunione e Liberazione. Fu lui il 5 gennaio ’87 a stuprare e poi a uccidere con 29 coltellate la studentessa di Legge alla Statale di Milano. Due giorni dopo il corpo straziato fu scoperto in un bosco di Cittiglio, nel Varesotto.

Stefano Binda arrestato


Stefano Binda, che si proclama da sempre innocente (“Ero in vacanza a Pragelato”, ha detto ma l’alibi non ha mai potuto trovare riscontri), è stato tradito da una lettera anonima che inviò ai genitori di Lidia il giorno dei funerali. Un amica, molto tempo dopo, nel 2014, si ritrovò a leggere una riproduzione della lettera, pubblicata dalla Prealpina, e fu colpita dalla somiglianza della calligrafia tra la scrittura di alcune cartoline spedite 30 anni fa da Binda a un’amica e la lettera. Una perizia calligrafica, disposta dal pm, ha stabilito che la scrittura era proprio quella del presunto assassino. L’accusa è quella di omicidio volontario aggravato dai motivi “abietti e futili, dalla crudeltà, dal nesso teologico e dalla minorata difesa” della vittima.

Poco versi scritti in stampatello su un foglio bianco, di quelli da inserire nei quaderni a ganci, su due colonne dove venivano riportati particolari precisi del delitto e descritto un movente che sembrava in qualche modo legato alla fede comune. La missiva, in otto strofe, fu recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio, giorno dei funerali. Solo il killer poteva averla scritta. Titolo, “In morte di un’amica“. Versi inquietanti. Lidia definita “agnello sacrificale“, “agnello senza macchia” e “agnello purificato”. Vittima di “orrenda cesura” e “strazio di carni”. “In una notte di gelo, che le stelle son così belle, il corpo offeso, velo di tempio strappato, giace”. “Nel nome del Padre sia la tua volontà”.“Lidia voleva salvare Binda dall’eroina”, spiegano i giudici. Il gip li definisce “buoni amici per il medesimo ambiente culturale del movimento di Cl“. Binda giocava a fare “l’intellettuale dannato“, si iniettava, o fingeva, di iniettarsi dosi di eroina. La studentessa se ne rts preoccupa, a Natale aveva comprato in libreria testi sulle tossicodipendenze. Forse era nata “un’infatuazione reciproca”, “un’attrazione”.



Binda sembra in preda a un’ossessione religiosa. E’ il 15 gennaio. Lidia uscì di casa nel pomeriggio per andare a trovare un’amica ricoverata all’ospedale di Cittiglio. Quando esce c’è Binda, sale sulla sua Panda.  In un bosco il raptus “nella notte gelida”. Le sue “pulsioni prendono il sopravvento ma Lidia non pensa nemmeno remotamente a fare l’amore”. La violenta. “Irato, delirante, identifica in Lidia la fonte del peccato originale che lo ha rovinato per sempre”. “Il tradimento da purificarsi con la morte, perde la testa, estrae un coltello e colpisce”. Ventinove fendenti nella schiena, ma anche alle gambe. Lidia cerca di fuggire. Morirà per asfissia, dopo una lenta agonia. Fu il primo caso in Italia dove venne usato il test del Dna, che però non servì a individuare il killer. Del delitto venne anche sospettato un religioso che conosceva bene la studentessa, ma la sua posizione fu archiviata.

Stefano Binda subito dopo l’omicidio, libero da ogni sospetto, si premurò di darsi un alibi sostenendo di essere stato in vacanza lontano da Cittiglio fino al 6 gennaio. Dopo 29 anni, risentito, racconta una versione che non convince gli inquirenti.  Nel frattempo si era laureato in Filosofia, non si drogava più, e continuava a vivere solo con la madre. Ma non ha lavoro fisso. Nella borsa di Lidia fu anche trovata, trascritta, la poesia di Cesare Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Così disse agli investigatori l’amica: “Mi colpiva la grafia in quanto da subito mi è parsa familiare (…) così andavo a riprendere le cartoline che mi aveva spedito in quegli anni Stefano e con sorpresa notavo una grande somiglianza della grafia”. La madre di Lidia, Paola Macchi, spiega che quel ragazzo “faceva parte delle conoscenze, venne a casa mia anche dopo l’omicidio”. Durante una perquisizione è stata trovata un’agenda Smemoranda dell’87. Mancano le pagine dei giorni in cui Lidia fu uccisa. E un foglio dove ha scritto “ascrivibile allo stesso Binda” e “Stefano è un barbaro assassino“. A Brebbia non credono sia un assassino. E' un animatore del gruppo culturale cattolico "Magre sponde", non lavora - dice - perchè ha una grave lesione aun braccio dovuto a una malattia neuro-degenerativa. Si occupa della rassegna cinematografica che si tiene ogni estate nel paese del varesotto dove, in una villetta, con la madre. Sino a poco tempo fa, lo si poteva incontrare nel bar del centro, tra una sigaretta euna birra. Un'affabulatore, una grande cultura, un'attenzione verso gli altri. "Una vita inutile", replicano altri. "Mai combinato niente". Ma alcuni ragazzi lo adorano, con la sua aria un po' maledetta, con la passione di Baudelaire, gli scrittori dark. Musicologo raffinato e attente alle culture etniche. Amico di sacerdoti e persone di cultura. Innocuo, con una fisionomia lontana dall'uomo che massacrò Lidia in modo orribile. Gli ex compagni lo ricordano tra le figure più di rilievo di Comunione e Liberazione, carismatico, ironico, molto religioso ma attento ai cambiamenti culturali e sociali. Lidia forse ne era anche un po' affascinata. Attrazione fatale.

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Linsospettabile filosofo che uccise Lidia - immagine 1
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