Il caso che scandalizzò l’Italia

| Era il 1953 quando Wilma Montesi, 21 anni, venne trovata in riva al mare, scatenando una ridda di congetture sulle cause della morte. I quotidiani diedero ampio spazio alla notizia con ogni tipo di supposizione

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di Marco Belletti

Esattamente 66 anni fa in questi giorni, scoppiava nella puritana Italia dell’epoca il caso Montesi.

Tutto iniziò la mattina dell’11 aprile 1953, il sabato successivo a Pasqua, quando sulla spiaggia di Torvaianica (sul litorale romano) il manovale Fortunato Bettini, che stava facendo colazione in riva al mare, rinvenne il corpo di una ragazza che aveva la testa immersa in pochi centimetri d’acqua, solo parzialmente vestita, con i pochi abiti che aveva completamente bagnati: non aveva documenti, borsetta, scarpe, gonna, calze e reggicalze.

Fu grazie all’articolo del giornalista Fabrizio Meneghini – che sul “Messaggero” descrisse con numerosi dettagli la fisionomia della giovane – che il falegname Rodolfo Montesi riconobbe il giorno successivo la figlia ventunenne Wilma, scomparsa dal giovedì precedente quando era uscita da sola la sera, a suo dire per una passeggiata, rifiutando l’invito di mamma Maria e della sorella Wanda di andare al cinema per vedere Anna Magnani nel film “La carrozza d’oro” diretto da Jean Renoir. “Non mi piacciono i film della Magnani” sembra abbia affermato, verso le 17, prima di prendere la borsetta e uscire per l’ultima volta dal modesto appartamento in via Tagliamento, alle spalle dei Parioli, in cui viveva con la famiglia.



Wilma aveva un sogno, comune a tante altre belle ragazze dell’epoca: diventare attrice. Aveva già lavorato come comparsa in alcune pellicole minori realizzate a Cinecittà e al momento della scomparsa era ufficialmente fidanzata (con il matrimonio programmato per la fine dell’anno) con Angelo, un agente di polizia in servizio a Potenza. Secondo i commenti delle persone intervistate dai giornalisti che scavarono nella sua vita, Wilma era riservata e signorile, impegnata a mettere a punto il corredo di nozze anche se qualcuno – quando le indagini si fecero più approfondite – affermò che il rapporto tra i due ragazzi si era un po’ affievolito a causa della distanza.

Quel giovedì notte, comunque, Wilma non rientrò a casa e i genitori andarono subito a denunciarne la scomparsa: la loro angosciosa attesa durerà, come visto, fino a domenica.

Secondo il medico legale che effettuò l’autopsia, sul corpo di Wilma (che era ancora vergine) non furono rilevate tracce di violenza fisica e neppure sessuale, nonostante fosse stata ritrovata parzialmente svestita. Come causa della morte fu suggerita una sincope dovuta a un pediluvio…

Alcuni testimoni riferirono di averla vista sul treno che da Roma porta a Ostia. E allora chi l’aveva portata a Torvaianica, a una ventina di chilometri da Ostia? Come mai era semisvestita e senza documenti? Come aveva fatto a finire in mare a 40 chilometri da casa?

Per la questura – che escluse quasi subito l’ipotesi del suicidio – si trattò dello sfortunato incidente che aveva colpito una ragazza andata a passeggiare in riva al mare, ma per la stampa no.

Il primo a sollevare dubbi fu il quotidiano “Roma” che venne immediatamente imitato da “Paese sera”, il “Corriere della sera” e il “Messaggero”: tutti pubblicarono la tesi dell’insabbiamento a favore dei colpevoli del delitto, un gruppo di politici e notabili della Democrazia Cristiana che, secondo le indiscrezioni raccolte dai giornalisti, si riunivano in una villa di Capocotta, nei pressi di Torvaianica, per trascorrere serate di sesso, droga e alcolici. Fu pubblicata anche una vignetta piuttosto pungente per l’epoca, che ritraeva un piccione con un reggicalze nel becco all’interno di un ufficio della Polizia. Si trattava di un chiaro riferimento ai pettegolezzi secondo cui il musicista Piero Piccioni – figlio di Attilio, ministro degli Esteri del governo democristiano di De Gasperi – avrebbe portato in questura gli abiti di Wilma, chiaro segnale di colpevolezza.

Il principale accusatore di Piero Piccioni fu Silvano Muto che sulla rivista “Attualità” scrisse un articolo fortemente accusatorio: in seguito alle dichiarazioni di Adriana Bisaccia (che affermava di aver assistito alla morte di Wilma) il giornalista scrisse che nella villa del marchese Ugo La Montagna si sarebbe svolto un festino durante il quale la giovane morì per una reazione all’assunzione di alcol e droghe. Sempre secondo la Bisaccia – anch’ella aspirante attrice e ospite fissa delle orge organizzate da La Montagna – il corpo di Wilma sarebbe stato scaricato dallo stesso Piccioni in riva al mare sulla spiaggia vicina.

In seguito saltò fuori una nuova testimonianza a conferma della pista dei festini. Augusta Moneta Caglio – che la scrittrice e giornalista Camilla Cederna soprannominò il “cigno nero” per i capelli corvini e il lungo collo – era un’ex amante di Ugo La Montagna e (guarda caso!) un’aspirante attrice: confermò la presenza di Wilma alle serate di Capocotta e, anche a causa di queste sue affermazioni, le indagini ripresero vigore e trascinarono nello scandalo Piccioni, La Montagna e Saverio Polito, questore di Roma, accusato di aver precedentemente insabbiato l’inchiesta. La partecipazione del figlio a questi festini e il suo coinvolgimento in quello che sembrava a questo punto un omicidio, minò immediatamente la credibilità politica del ministro Piccioni e del governo democristiano di De Gasperi, tanto che in agosto il presidente della Repubblica Giulio Einaudi incaricò Giuseppe Pella di formare un nuovo governo provvisorio.

Il processo Montesi iniziò nel 1955 con grande partecipazione dei media e, piuttosto a sorpresa, a essere condannati furono gli accusatori. La testimone che spinse in modo inequivocabile verso questa sentenza fu l’attrice Alida Valli, all’epoca fidanzata con Piero Piccioni, la quale giurò che la sera del presunto delitto lei era con il figlio dell’onorevole che fu quindi scagionato, così come La Montagna, dalle accuse di omicidio e possesso di stupefacenti. Al contrario Muto, Moneta Caglio e altre persone che sostenevano le accuse furono condannati per calunnia. Il giornalista e Moneta Caglio furono condannati a due anni, a dieci mesi la Bisaccia, alla quale la pena fu sospesa grazie alla condizionale.

Ufficialmente quindi le cause della morte di Wilma Montesi sono da imputarsi al caso. Ma allora come è possibile che il corpo fosse disteso con le gambe allineate, un braccio piegato sotto la testa e l’altro lungo il corpo, come se la ragazza dormisse? È possibile che sia stato il mare a posizionarla così o è stata una mano umana? E se fosse vera questa seconda ipotesi, come è possibile che una persona che vede una ragazza morta per una sincope da pediluvio (!) con la testa in acqua e il corpo sul bagnasciuga, non faccia nulla se non sistemarla come se dormisse? E se invece Wilma si fosse recata a un appuntamento per una serata di dissolutezze, è credibile che l’abbia fatto con abiti modesti e biancheria intima rammendata?

I quotidiani per lungo tempo fecero a gara a chi diffondeva notizie sensazionali anche se prive di fondamento. Furono pubblicate, con accuse più o meno velate, le foto del presidente del Consiglio Mario Scelba, ritratto insieme a La Montagna alle nozze del figlio di un deputato democristiano, si scrisse di colpevoli improbabili come il medico personale di Papa Pio XII e qualche cronista intraprendente sollevò strane teorie che non stavano in piedi dopo aver scoperto che il parrucchiere di Annamaria Moneta Caglio abitava nello stesso palazzo del fratello di Piero Piccioni.

In meno di un anno furono oltre 50 le sceneggiature proposte a case di produzione cinematografica che avevano come tema la sorte di Wilma Montesi.

Lo scontro si spostò immediatamente anche sul piano politico per il coinvolgimento del figlio di uno dei massimi esponenti della DC, partito all’epoca in violenta contrapposizione con il PCI: del resto nei giorni del delitto era in piena attività la campagna elettorale per le elezioni politiche e l’opinione pubblica stava discutendo in modo molto polemico sulla cosiddetta “legge truffa”. La legge elettorale del 1953 modificò la legge proporzionale pura in vigore dal 1946 introducendo un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste che avesse superato la metà dei voti validi.

Voluta dal governo di Alcide De Gasperi, la legge fu proposta al Parlamento e approvata con il voto di fiducia della maggioranza, dopo lunghe discussioni interne.

È molto poco probabile che la verità sulla morte di Wilma Montesi verrà mai a galla: l’unica cosa certa è che lo scandalo che il caso provocò fu davvero enorme, con grande risonanza sulla stampa nazionale che si buttò a capofitto sulle torbide relazioni tra delitti, politica e personaggi pubblici. Gli innocentisti vedevano nella vicenda un tentativo di screditare la Democrazia Cristiana, i colpevolisti mettevano in evidenza la depravazione dei partecipanti ai festini. Ma ancora oggi nessuno ha avuto la conferma sull’esattezza delle proprie opinioni.

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