Kim Jong Nam, anatomia di un omicidio

| I dettagli, le indagini e il clamoroso silenzio intorno alla morte del fratellastro del leader nordcoreano Kim Jong Un, ucciso dalle di assassine più improbabili del mondo

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I filmati delle telecamere di sicurezza sono granulosi ma chiarissimi: raccontano le fasi di un assassinio di stato. Sono le 9 del mattino quando le telecamere dell’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur inquadrano un uomo corpulento vestito con jeans sbiaditi, una maglietta blu, una giacca grigia e uno zaino nero.

All’improvviso, alle sue spalle, due giovani donne gli si avvicinano, gli spalmano qualcosa sul viso e corrono via: una indossa una felpa con il logo “LOL” a grandi lettere. La loro vittima non sta ridendo: chiaramente turbato, si lamenta con le guardie di sicurezza che lo accompagnano al centro medico dell’aeroporto, dove pochi minuti dopo è ripreso seduto su una poltrona di plastica. Neanche 20 minuti dopo, muore.

L’omicidio di Kim Jong Nam, il fratellastro maggiore del despota nordcoreano Kim Jong Un, sembra un frammento di un thriller ambientato negli anni della Guerra Fredda. Pianificato meticolosamente e in modo subdolo, questo sfacciato assassinio del 13 febbraio 2017 non solo ha mostrato il disprezzo verso l’opinione pubblica mondiale, ma ha inviato un messaggio che i molti nemici della Corea del Nord troveranno difficile da dimenticare.

Kim Jong Nam, 45 anni, l’unico rivale credibile del leader nordcoreano, è stato assassinato con un agente nervoso mortale in pieno giorno, e in territorio straniero. Eppure, malgrado l’indignazione e la ripugnanza, sono stati svelati pochi dettagli al di là del minimo necessario per accontentare i media. Nelle ultime settimane, le due donne autrici materiali dell’omicidio sono state tranquillamente rilasciate dalle autorità malesi: nessuna delle due ha mai testimoniato in tribunale, né ha parlato in pubblico. E probabilmente mai lo faranno.

I veri colpevoli, gli agenti nordcoreani che pattugliavano il terminal di partenza dell’aeroporto durante l’uccisione, sono ora al sicuro a Pyongyang, fuori dalla portata dei tribunali malesi. E i governi coinvolti nel caso - Indonesia, Vietnam e Malesia - nonostante le sfacciate provocazioni di un Paese alle loro porte, non dicono nulla.

Il “Daily Mail” ha ricostruito l’intera storia di un assassinio tanto bizzarro quanto efficace. Parlando con fonti ufficiali, con investigatori e amici delle due donne, emerge un primo elemento chiarissimo: l’uccisione è stata condotta da due prostitute controllate da fidanzati nordcoreani. Sognando la celebrità sul web, le donne sono state convinte di partecipare a uno scherzo televisivo quando hanno spalmato sul viso di Jong Nam l’agente nervoso “VX”. Una squadra di sicari nordcoreani seguiva la vittima da settimane, e ha visto Jong Nam ricevere migliaia di dollari da misteriosi agenti della CIA.

I malesi hanno rintracciato e identificato i veri assassini, per poi rilasciarli come parte di un accordo: nessuno è stato perseguito per l’omicidio, ed è ormai improbabile che possa accadere.

In verità, Jong Nam era considerato da anni un “dead man walking”, un morto che cammina. Visto come il possibile erede della dittatura nordcoreana, era caduto in disgrazia grazie alla passione per i casinò, le donne e i piaceri occidentali. Ancora giovane, Jong Nam era stato sorpreso a tentare di entrare in Giappone con un passaporto falso, apparentemente diretto al parco “Disneyland” di Tokyo. Dal 2017 viveva in una sorta di esilio autoimposto, giocava d’azzardo, beveva e andava a caccia di donne nei resort asiatici: la prospettiva del potere era ormai solo un lontano ricordo.

E nel 2011, quando il suo fratellastro, Kim Jong Un, è entrato nel palazzo presidenziale, Jong Nam - l’unico rivale plausibile - sapeva perfettamente che il conto alla rovescia era iniziato. Senza saperlo, era già scampato ad un attentato a Kuala Lumpur: un disertore nordcoreano ha raccontato ai sudcoreani come, nel 2012, il regime avesse assunto un tassista per ucciderlo. È fallito solo perché Jong Nam ha cambiato all’ultimo i suoi piani di viaggio.

Nello stesso anno, Jong Nam scrisse una lettera al fratellastro chiedendogli di risparmiargli la vita, ma non servì a nulla.

Il più giovane Kim era apparentemente convinto che gli Stati Uniti volessero rovesciarlo per mandare al potere il fratellastro per farne un burattino di facciata. Jong Un aveva già consolidato il suo potere facendo uccidere lo zio, il ministro della difesa e altri rivali, e non aveva intenzione di indietreggiare. È probabile che il suo desiderio di eliminare il fratellastro abbia trovato conferma quando i suoi agenti gli hanno comunicato che Jong Nam aveva effettivamente preso contatto con la CIA. Un episodio confermato dagli investigatori malesi, che quattro giorni prima della morte avevano visto Jong Nam incontrare un coreano-americano in un resort e Spa a cinque stelle sull’isola di Langkawi. Lì, il fratellastro del leader nordcoreano ha consegnato un computer portatile pieno di file che sono stati scaricati dall’agente e poi cancellati dal computer. Si ritiene che in cambio la CIA abbia consegnato una grossa quantità di banconote da 100 dollari. Ma i nordcoreani guardavano tutto, e quando Jong Nam è volato da Langkawi per Kuala Lumpur, il suo destino era ormai segnato.

I preparativi per l’omicidio sono iniziati mesi prima e nelle circostanze più strane. Sembra che il regime nordcoreano abbia provato un certo numero di donne per il ruolo, tutte molto carine, tutte prostitute, prima di scegliere Siti Aisyah, 25 anni, e Doan Thi Huong, di 27.

Divorziata e con un figlio giovane, Siti era figlia di un contadino indonesiano, e nel 2016 era stata coinvolta in un’inchiesta sull’industria del sesso in Malesia. Di giorno offriva prestazioni sessuali come massaggiatrice alle terme del “Flamingo Hotel & Spa” di Kuala Lumpur, e nel tempo libero era una call girl che si faceva chiamare “Kelly” e cercava di avvicinare clienti stranieri al bar del “Beach Club”, locale squallido frequentato anche da Kim Jong Nam. Fuori dal bar, la notte del 5 gennaio 2017, Siti viene avvicinata da un autista malese di nome “John”, apparentemente reclutato da agenti nordcoreani per trovare una ragazza per alcuni scherzi innocui che sarebbero stati filmati e pubblicati su YouTube. Siti ha accettato di incontrare un altro uomo chiamato “James” nel centro commerciale dell’esclusivo “Pavilion” la mattina seguente. James era un agente nordcoreano che dichiara di essere giapponese: parla un inglese stentato, ma impiega poco a convincerla che lei era la persona giusta per gli sketch.

Secondo fonti di intelligence vietnamite, Huong era stata reclutata qualche settimana prima. Lavorava come ragazza squillo ad Hanoi: sui siti di escort ci sono ancora sue foto con cui cercava di attirare turisti in cerca di avventure.

Anche lei era in cerca di fama dopo essere apparsa fugacemente in “Vietnam Idol”, un talent show.

A Siti e Huong, ignare una dell’altra, è stato spiegato che il lavoro era semplice: tutto quello che dovevano fare era eseguire una serie di innocui gesti nei centri commerciali e negli aeroporti. Dovevano avvicina gli obiettivi che qualcuno gli avrebbe segnalato e sporcargli il viso con olio per bambini. Un impegno che gli avrebbe fruttato un’ottantina di euro a episodio, ma soprattutto la celebrità. Una terza donna arruolata a Kuala Lumpur aveva insistito per avere più denaro, e al rifiuto aveva preferito abbandonare.

Ci sono poi sospetti, mai del tutto chiariti, su altre persone vicine alla vittima come So Yong Ra, 41 anni, hostess della compagnia aerea nordcoreana, indicata come compagna di Jong Nam: secondo gli inquirenti, anche lei avrebbe fatto parte del complotto.

Il piano era ormai pronto: Siti è stata portata a Phnom Penh, in Cambogia, dove si è esercitata mettendo a segno tre “scherzi” sotto la supervisione di James. La notte prima dell’assassinio, ha festeggiato il 25° compleanno all’Hard Rock Cafe di Kuala Lumpur, dove, nelle scene catturate su un telefono cellulare, si vantava del suo lavoro su YouTube. Solo poche ore dopo, è stata prelevata da un autista e portata all’aeroporto per un’altra sessione di scherzi, dove le spiegano che questa volta la vittima sarebbe stata un po’ diversa dal solito: era il loro capo, e volevano organizzargli uno scherzo. Alle due ragazze è stato detto che “il capo” amava le belle ragazze, ma sono state anche avvertite del suo brutto carattere: dovevano fare lo scherzo velocemente, scusarsi e poi svanire.

È certo che le due donne siano state tenute separate fino al momento dell’attacco ed esiste una teoria, non confermata, che alle due siano stati affidati componenti separati del “VX” che avrebbe prodotto effetti letali solo se combinati fra loro. Terminato il compito, Siti e Huong si sono lavate le mani nei bagni e sono uscite dall’aeroporto.

Non avevano idea che all’uomo a cui avevano spalmato il liquido non restavano che pochi minuti di vita. Le immagini delle telecamere a circuito chiuso hanno catturato uno dei quattro agenti nordcoreani che fissa la porta del centro medico dove si stava tentando di salvargli la vita. Quando è stato certo che il lavoro era stato fatto, lo si vede allontanarsi mescolandosi fra la folla.

Ma Kim Jong Nam doveva essere stato informato sulle probabili minacce alla sua vita, poiché si è scoperto che portava nello zaino una dozzina di fiale di antidoto dell’agente nervoso, ma l’attacco è stato così improvviso ed efficace da non consentirgli di prendere una dose che avrebbe potuto salvargli la vita. Nello zaino trasportava anche 124.000 dollari in contanti e un computer portatile completamente vuoto.

Siti è stata arrestata la notte seguente mentre intratteneva un cliente di un hotel: all’inizio era incredula, pensava che l’arresto fosse un altro scherzo televisivo. Ha iniziato a ricredersi solo quando le sono stati mostrati i notiziari che raccontavano la morte dell’uomo del terminal. Huong è stata fermata il giorno successivo in aeroporto, dov’era tornata per cercare i suoi contatti, svaniti dopo lo scherzo senza averla pagata.

Ciò che segue è un autentico fiasco diplomatico: mentre alcuni agenti nordcoreani lasciano la Malesia poco prima dell’omicidio, altri quattro, tra cui James - vero nome Ri Ji U - si rifugiano nell’ambasciata nordcoreana. Dopo un mese di stand-off, i quattro sono stati rilasciati e autorizzati a fare ritorno a Pyongyang. A fare il resto ci ha pensato una gestione disordinata del caso e la cervellotica decisione di accusare e poi rilasciare le due donne: un caso che ha suscitato l’indignazione mondiale e messo sotto accusa l’incapacità politica di tre potenze asiatiche come Malesia, Indonesia e Vietnam, incapaci di fronte alle richieste di un regime assassino.

“Qualcuno ha portato nel nostro paese il VX, un’arma di distruzione di massa, e il governo non ha nemmeno indagato sui responsabili - ha detto uno degli avvocati che rappresentano Siti - per me, è come una dichiarazione di guerra”.

Siti e Huong oggi sono entrambe sotto la custodia dei propri governi, non tanto per evitare l’imbarazzo, ma perché si ritiene che le loro vite possano essere in grave pericolo. Secondo il criminologo Pathmanathan Sundramoorthy, professore associato all’università di Penang, in Malesia: “Queste due donne dovranno stare molto attente ad ogni loro movimento. La Corea del Nord farà di tutto per metterle a tacere”.

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