L’omicidio mai risolto del rapper Tupac

| A più di vent’anni dalla morte, continuano le supposizioni sull'assassinio del più grande rapper mai esistito, ucciso in quella che sembra a tutti gli effetti un’esecuzione. Rimasta senza colpevoli

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Di Germano Longo
“Ero un boss di Compton, spacciavo droga e sono l’unico in grado raccontare la storia dell’omicidio di Tupac. Sto uscendo allo scoperto solo adesso perché ho un cancro e più niente da perdere. Quello che mi interessa ora è solo la verità”.

Sono le parole di Keefe D, rapper dei “Southside Crips”, una gang di Las Vegas, con cui si apre “Unsolved: the Tupac and Biggie murders”, una docu-serie prodotta da “Netflix” che partendo dai documenti della polizia e interviste inedite tenta di far luce per l’ennesima volta sul misterioso omicidio del rapper Tupac e quello di Notorius B.I.G., due dei primi a morire di morte violenta e casi tutt’ora aperti, senza alcun colpevole. Tupac, nome d’arte di Tupac Amaru Shakur, considerato uno dei più grandi rapper di tutti i tempi, muore a Las Vegas la notte del 13 settembre 1996. Era nato a New York nel 1971, mentre la madre Afeni era in galera, accusata di essere una violenta attivista delle “Black Panther”. Tupac cresce in povertà, dormendo spesso nei ricoveri per homeless. L’unico indizio che lo riporta alla sua età è un piccolo diario di cui va gelosissimo, pieno di disegni, poesie e pensieri.

A 12 anni si avvicina al teatro attraverso una compagnia teatrale di Harlem dove qualcuno intuisce le sue potenzialità vocali: si fa avanti una casa discografica con un contratto, ma la madre rifiuta.

Insieme alla famiglia, o quel che ne resta, Tupac si trasferisce a Baltimora e frequenta una scuola d’arte dove studia danza e recitazione, diventando amico fraterno di Jada Pinkett, futura moglie di Will Smith. Lo circonda una solida fama da duro, cresciuto a pane e coltelli nei bassifondi di New York: sono gli anni in cui scrive il primo brano rap dedicato a un amico morto, diffuso in rete con lo pseudonimo di “MC New York”. Ha 17 anni quando la mamma lo spedisce in California, ospite da un amico di famiglia che in realtà non ama molto averlo fra i piedi: per campare, Tupac alterna lo spaccio di droga alla musica con gli “Strictly Dope”, un gruppo hip hop. Nel 1991, dopo aver firmato il suo primo contratto discografico, Tupac pubblica l’album d’esordio, “2Pacalypse Now”, pieno di brani che trattano tematiche forti come il razzismo, la vita nel ghetto e la condizione delle donne nere, ma anche con ampi riferimenti alla violenza della polizia. L’album conquista il disco d’oro ma finisce nella polemica: un giovane, in Texas, uccide un agente di polizia dichiarando di essersi ispirato alle parole di Tupac.

Contro di lui scende in campo perfino il vicepresidente Dan Quayle, ma la notorietà di Tupac è ormai cosa fatta: debutta al cinema, ma viene arrestato per una rissa in cui un proiettile vagante uccide un bimbo. Le risse sono una costante della sua esistenza: nel 1993 Tupac fa a pugni con due poliziotti, verso cui esplode diversi colpi d’arma da fuoco. Sarà una clamorosa perizia a far ritirare ogni accusa verso di lui: si era solo difeso, i due agenti erano drogati e totalmente ubriachi. Non basta: nel dicembre dello stesso Tupac è accusato di violenza carnale da una ragazza conosciuta casualmente in un locale: al termine del processo, due anni dopo, viene condannato a quattro anni e mezzo di reclusione, proprio mentre esce il suo nuovo album, “Me against the world”, il suo capolavoro, quello che racchiude due capisaldi della cultura gangsta-rap: “Deam mama” e “If I die 2nite”. Sono gli anni dei violenti scontri con Notorius B.I.G., un rapper rivale, e con il duro ambiente dell’hip hop della East Coast americana e la criminalità di Los Angeles.

Poco prima di entrare in carcere per scontare la pena si sposa con Keisha Morris: viene rilasciato otto mesi dopo con la condizionale grazie all’intervento della sua casa discografica. L’accordo per la scarcerazione parla di tre album in esclusiva con la “Death Row Records” di Marion “Suge” Knight, discografico e malavitoso: Tupac si mette al lavoro su “All eyez on me”, il quarto album solista, uscito nel 1996.

Il 7 settembre di quell’anno, la vita di Tupac si chiude e inizia un “cold case” in piena regola. Insieme a “Suge” Knight, era appena uscito dall’hotel “GMG”, dove aveva assistito all’incontro di boxe fra Mike Tyson e Bruce Seldon, risolto da Tyson in meno di due minuti. Sulla strada del ritorno, i due incrociano Orlando Anderson e alcuni componenti dei “Southside Crips”, gang rivale dei “Bloods”, quella a cui apparteneva Knight, che giorni prima avevano rapinato e menato alcuni dei suoi: ne nasce una violenta rissa, al termine della quale Anderson resta a terra, sanguinante e umiliato. Tupac e Knight, soddisfatti, si dirigono verso il “Club 662” per bere qualcosa. Sulla strada li ferma la polizia, ma è un semplice controllo di routine. Poco dopo le 23, la BMW su cui viaggiano Knight e Tupac viene affiancata al semaforo da una Cadillac bianca: gli uomini a bordo aprono il fuoco, Tupac viene colpito da quattro dei 13 proiettili esplosi: al bacino, alla mano e al petto, Knight se la cava con una scheggia alla testa. Portati d’urgenza all’University Medical Center of South Nevada, Tupac appare subito come il più grave: muore sei giorni dopo per un’emorragia interna. Riverso a terra, agonizzante, Tupac aveva risposto “Fuck you” ai poliziotti che gli chiedevano se fosse in grado di riconoscere chi gli aveva sparato.

L’inchiesta non porta a nulla: nel 2002, il giornalista del “L.A. Times” Chuck Phillips, che segue il caso per anni, pubblica un articolo in cui svela il retroscena: l’omicidio di Tupac fu ordinato dai membri dei Crips come vendetta. Secondo qualcuno, del gruppo di fuoco faceva parte anche il rapper Notorius B.I.G., che negherà sempre, affermando che quella sera era al lavoro in uno studio di registrazione. Morirà pochi mesi dopo a Los Angeles, in un agguato del tutto simile a quello di Tupac. Due anni dopo, il 29 maggio 1998, anche Orlando Anderson paga con la vita: coinvolto in una sparatoria con una gang rivale in un autolavaggio, muore crivellato di colpi.

Perfino la polizia sembra disinteressarsi alla sparatoria, probabilmente declassata a scontro fra gang rivali. Yafeu Fula, cugino di Tupac, dichiara più volte di aver assistito all’omicidio, ma nessuno gli chiederà mai di deporre: muore anche lui, due mesi dopo, con un colpo di pistola alla testa, sulle scale di casa sua, in New Jersey.

La vendetta fra gang rivali è solo una delle teorie legate alla morte di Tupac. Un’altra vuole che sia stato proprio Suge Knight ad ordinare l’omicidio, dopo aver scoperto che Tupac era intenzionato a scindere il contratto con la sua casa discografica per fondare una propria etichetta. Per altri ancora, l’omicidio sarebbe conseguenza della guerra fra etichette rap, fra cui la “Bad Boy Records” di Puff Daddy e Notorius B.I.G., che avrebbero pagato i Crips per eliminare il più grande rapper esistente. Per finire con l’immancabile complotto di stato, come punizione per i brani eversivi considerati socialmente pericolosi, messi a tacere per sempre dall’FBI.

Volendo, a questa sequenza di supposizioni sono ancora da aggiungere coloro che pensano Tupac sia ancora vivo: magari su un’isola deserta, a far musica con Elvis, Michael Jackson, JFK, Marilyn e Jimy Hendrix.

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