Riaperto il caso del killer dei bambini di Atlanta

| Fra il 1979 ed il 1981, la capitale della Georgia fa da sfondo agli omicidi seriali di 25 bambini. Wayne Williams fu condannato soltanto per due: per tutti gli altri manca ancora la verità

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Su Atlanta, la capitale della Georgia, della Coca-Cola e della CNN, c’è un’ombra scura che da quarant’anni toglie il sonno alla gente e alla giustizia. È la morte di 25 bambini, uccisi fra il 1979 ed il 1981: per due di loro una sentenza ha mandato in galera Wayne Williams, ma le famiglie di altri 23 piccoli innocenti aspettano ancora di sapere chi, e soprattutto perché.

Adesso, Atlanta vuole fare pace con il proprio passato: l’inchiesta sul serial killer dei bambini è stata riaperta, per capire se Williams debba rispondere anche delle altre morti o se, come si è sempre sospettato, ci fosse dietro la mano malvagia dei suprematisti del Ku Klux Klan. Tutte le prove raccolte e catalogate saranno sottoposte a nuove analisi con le più moderne e sofisticate tecniche forensi, impensabili 40 anni fa. Per chiudere definitivamente i conti con una macchia troppo scura per essere dimenticata.

La vicenda inizia il 21 luglio del 1979 con la scomparsa di Edward Smith, per tutti “Teddy”: aveva 14 anni, e lo vedono per l'ultima volta in una pista di pattinaggio dov'era andato insieme ad alcuni amici. Giornali e notiziari trasmettono a raffica la sua foto, accompagnata dall’inquietante timbro “missing”, ma per la polizia è un falso allarme: Teddy si è allontanato da solo. Tornerà, e toccherà ai genitori dargli una punizione esemplare. Sette giorni dopo, il corpo di un adolescente di colore viene ritrovato in un bosco: è quello di Teddy Williams. È stato ucciso con un colpo di pistola alla testa: un’esecuzione in piena regola. “Nessuno poteva immaginare – ha raccontato al New York Times Danny Agan, un ex detective della polizia di Atlanta che si è occupato del caso – in cosa stesse per trasformarsi quel sabato pomeriggio, e neanche che sarebbe stato l’inizio di una carneficina durata due anni”.

La polizia finisce sotto accusa per l’inerzia, e in tanti puntano il dito verso i suprematisti del Ku Klux Klan. Fra accuse, polemiche e litigi, scompare nel nulla anche Alfred Evans, 13 anni. Lo trovano poche ore dopo, ucciso nello stesso modo, con un colpo in testa.

È solo l’inizio della mattanza: uno dopo l’altro scompaiono Milton Harvey, 14 anni, e Yusef Bell, di 9. La polizia brancola nel buio: i ragazzini non si conoscevano fra loro, abitavano in zone diverse di Atlanta, e in comune avevano solo la pelle scura e un’infanzia che sta stava passando fra la miseria dei sobborghi più poveri. È Camille Bell, la mamma di Yusef, a fare quello che la polizia continua a non ritenere possibile: ipotizza che dietro alle morti ci sia una sola mano, e non quella di un gruppo di persone. Un serial killer che chissà per quale turba mentale ha deciso di prendersela con i ragazzini di colore, eliminandoli uno per uno. Camille fa di più: cerca l’aiuto di altre madri e mette in piedi il “Committee to Stop the Children’s Murders” a cui chiunque abbia sospetti o informazioni può sentirsi libero di raccontarli, e al tempo stesso per non permettere che su quelle morti cali il silenzio della sonnacchiosa giustizia. “Più protestavamo, più capivamo che nessuno ci ascoltava: la polizia registrava le denunce, ma nessuno faceva niente, mentre i nostri figli venivano ammazzati”.

La polizia non può fare altro che creare una speciale squadra che si dedichi anima e corpo al serial killer dei bambini, composta anche da detective dell’FBI inviati direttamente da Washington. Le quattro morti del 1979 diventano ben 13 l’anno successivo, e sempre più cruenti: Angel Lenair, una 12enne di colore, l’unica femmina dell’elenco, viene strangolata e legata ad un palo. In gola qualcuno le ha conficcato gli slip.

I profiler dell’FBI parlano di un “efebofilo”, un omosessuale che prova attrazione per i ragazzini: un uomo di colore fra i 20 ed i 30 anni, con bassa cultura e probabilmente vittima lui stesso di violenze subite in passato. Non è l’unica pista: altri continuano a battere sul Ku Klux Klan, e si imbattono nella testimonianza di qualcuno che aveva sentito un certo Charles Sanders, noto frequentatore di ambienti suprematisti, urlare al piccolo Lubie Geter che l’avrebbe strozzato con le sue mani, perché questo gli aveva graffiato l’auto nuova con lo skateboard. Lubie Geter fu realmente ucciso per strangolamento, ma Sanders regge alla macchina della verità e sul suo conto non si trovano prove sufficienti a trasformare i sospetti in accuse.

Piste che non portano a nulla e fanno perdere tempo: mentre su Atlanta cala il coprifuoco e le mamme evitano perfino di mandare i figli a scuola, il killer continua a mietere vittime con impressionante cadenza. Nel 1980 sono ormai salite a 25, le ultime quasi tutte buttate nelle acqua del Chattahoochee. Una ritualità scelta dal killer probabilmente dopo alcune rivelazioni della stampa – che parlavano di fibre ritrovate su quasi tutti i cadaveri - ma che convince la polizia a piazzare pattuglie nascoste lungo il fiume, arrivando finalmente alla svolta: la notte del 23 maggio del 1981, un agente sente distintamente il rumore di qualcosa di pesante gettato nel fiume. Poco dopo viene fermato Wayne Williams, un afroamericano di 23 anni con gli occhiali e i capelli “afro” che si dichiara produttore discografico ma non è in grado si spiegare cosa ci facesse in quel posto e a quell’ora. Due giorni dopo, dal fiume viene ripescato il corpo di Nathaniel Carter.

La vita di Wayne Williams viene passata al setaccio: gli ex compagni di scuola lo descrivono come un genio della matematica e un ragazzo pieno di idee voglia di fare. A 13 aveva creato una propria stazione radio nella cantina della casa di Dixie Hills, dove viveva con i genitori. A 18 anni si appassiona di fotografia e cronaca: intercetta le radio della polizia e piomba sul luogo di delitti prima ancora degli agenti, fotografando tutto. Si becca una denuncia perché per evitare il traffico si era dotato di un lampeggiante. Tempo dopo convince i genitori che creare un’etichetta discografica indipendente sia l’affare del secolo: gli consegnano tutti i risparmi, ma l’idea fallisce miseramente pochi mesi dopo, mandando la famiglia sul lastrico. Nella mente di Wayne Williams qualcosa si incrina: il ragazzino che tutti erano convinti avrebbe fatto molta strada aveva trovato un modo per placare la rabbia dei propri insuccessi: uccidere ragazzini a cui prometteva una carriera discografica.

Ma Williams, “il mostro di Atlanta”, viene mandato sotto processo per rispondere soltanto degli omicidi di Nathaniel Carter e Jimmy Ray Payne, di 27 e 21 anni, gli unici due adulti fra le sue vittime. Per la comunità nera, Wayne Williams è soltanto un capro espiatorio, e a nulla serve come prova di colpevolezza per gli altri omicidi il ritrovamento di peli della moquette di casa sua e del suo cane. Condannato all’ergastolo, Wayne Williams sta scontando ancora oggi la pena, continuando a dichiararsi innocente. Ma su tutti gli altri omicidi è calato il silenzio.

È stato la sindaca di Atlanta, Keisha Lance Bottoms – che ai tempi degli omicidi era una bambina e ricorda l’ansia e la paura in città - ad aver ordinato lo scorso marzo la riapertura di tutti i casi, per arrivare finalmente alla soluzione di troppi omicidi che ancora pesano sulle coscienze della città di "Via col vento".

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