Chi sono i carabinieri condannati a Palermo

| La sentenza sulla presunta trattativa Stato-Mafia ha visto alla sbarra chi ha combattuto con successo per decenni terrorismo e cosche. Oltre insulti, livori e inopportune esultanze, il profilo degli investigatori

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di ALBERTO COSIMO FERRO

La pubblica accusa del processo Stato-Mafia, concluso con le condanne di ex ufficiali dei carabinieri ad anni di carcere e a pesanti risarcimenti, non ha nascosto per nulla la sua soddisfazione. Forse sarebbe stato preferibile il silenzio, dopo avere compiuto sino in fondo il suo lavoro, con scrupolo, equilibrio e rispetto delle istituzioni e delle persone, evitando di associarsi ai commenti sguaiati e immemori, in particolare di quella parte politica che ha scelto l’odio come asse portante della propria “ideologia”. 

I CONDANNATI DI PALERMO

Qui ricordiamo chi sono i condannati dal Tribunale di Palermo, senza entrare nel merito dell’ultimo processo, in attesa delle motivazioni di una sentenza che appare a molti assai controversa. Il prefetto e generale dei carabinieri Mario Mori, condannato a 12 anni di carcere, è stato comandante dei Ros e direttore del Sisde. Ha 76 anni ed è originario della Venezia Giulia. Nel 1965, dopo l’Accademia, iniziò la carriera con il grado di tenente. I suoi incarichi, gli avanzamenti di grado rientrano in un brillante ma non raro percorso tra gli ufficiali dell’Arma. Dal ’72 al ’75 è in servizio nel Sid, l’allora Intelligence. Poi tre anni a Napoli, con incarichi operativi. In quel periodo l’Italia vede la nascita dei primi gruppi politici prima di sinistra poi destra che scelgono la lotta armata come strumento politico, seminando per anni, sino al 2002, di morti innocenti le nostre strade.

LO STATO CONTRO I TERRORISTI 

Il 16 marzo del 1978, il giorno del sequestro di Aldo Moro, il capitano Mori è comandante della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo di Roma. Il 9 maggio il cadavere dello statista democristiano viene ritrovato nel bagagliaio della Renault rossa, parcheggiata dalle Br in via Caetani. E’ il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 9 agosto, nominato dal governo "coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta al terrorismo”, a selezionare Mori ed altri ufficiali nei primi reparti dedicati al contrasto del terrorismo politico.  Gli investigatori di Mori portano a termine operazioni che hanno un valore storico nella difesa del nostro Paese, al centro di un processo di destabilizzazione che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. Vanno in carcere, tra gli altri,  Barbara Balzerani, allora vicina al capo delle Br Mario Moretti, Luciano Seghetti, Remo Pancelli. Sono i capi e i gregari delle Brigate Rosse. Chiusa la terribile e sanguinosa parentesi del terrorismo, con il grado di tenente colonnello, Mori si trasferisce in Sicilia, per combattere la mafia che in allora è come uno Stato nello Stato, con una pericoloso intreccio tra politica, affari, corruzione e narcotraffico. E’ il comandante del Gruppo carabinieri Palemo 1, sino al settembre 1990. In quel tempo il capo dei capi di Cosa Nostra è Salvatore Riina, recentemente scomparso. Ogni giorno si contano sui selciati delle città siciliane decine di morti ammazzati, in un solo anno furono 800, e altrettanto gli spariti vittime della “lupara bianca”. Muiono magistrati, politici onesti, poliziotti, carabinieri, imprenditori, testimoni scomodi, in un crescendo senza fine. Mori e gli altri giovani ufficiali che lavorano con lui tra pericoli e di ogni tipo, cominciano a studiare come funziona la Cupola, cercando di individuare i fili che la collegano alla società civile. I vecchi sistemi di indagine non funzionano, ci vogliono metodi nuovi.

NASCONO I ROS DEI CARABINIERI

E così nasce il Ros (Raggruppamento Operativo Speciale) nel dicembre ‘91. Lo comanda Antonio Subranni, ora 85enne, condannato come Mori a 12 anni di carcere. La prima storica relazione informativa che ricostruisce, pezzo dopo pezzo, senza ancora l’aiuto determinante dei pentiti, l’organigramma di Cosa Nostra, l’analisi delle 100 famiglie che la compongono, gli intrecci con la politica e l’imprenditoria, è firmata dai Ros di Subranni e Mori. Sarà il libro mastro su cui si confronteranno tutti gli investigatori, compresi Falcone e Borsellino, e fu la base per gli arresti di boss e killer. E’ l’allora capitano Giuseppe De Donno (ora condannato a 8 anni) a svolgere buona parte di quell’analisi sorprendentemente precisa e realistica. Quelle centinaia di pagine ricche di nomi, date, inserite in uno scenario dai contorni definiti, nel febbraio 1992, viene affidata alla procura di Palermo. La indagini finiscono nelle mani ,  con il suggestivo titolo di “mafia e appalti”, di Giovanni Falcone, dopo l’attentato di Capaci (il detonatore fu innescato da Giovanni Brusca, il pentito “prescritto” dal Tribunale che ha condannato Mori, Subranni e De Donno), da Paolo Borsellino. Finirono i carcere elementi di primo piano della mafia e il sistema degli appalti infiltrati dai manager delle cosche, smascherato, subì un duro colpo. 

ARRESTO DI RIINA

 Il 15 gennaio 1993 il capitano Sergio De Caprio, a capo di una squadra selezionata di carabinieri, blocca in un’area di servizio l’auto con a bordo Salvatore Riina, capo della mafia siciliana, latitante da decenni. Mori e De Caprio verranno accusati di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra per avere omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di osservazione alla casa era stato sospeso. Il relativo processo si conclude con l'assoluzione sancita dal Tribunale di Palermo perché "il fatto non costituisce reato", con sentenza del 20 febbraio 2006. Anche la procura aveva chiesto l’assoluzione dei due ufficiali. La sentenza stabilì che l’arresto di Riina era nato dalle attività di indagine dell’Arma, senza il contributo di collaboratori ex mafiosi.

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