Condannati i generali, salvo chi uccise FALCONE

| Chiuso il processo sulla trattativa Stato-Mafia con la condanna degli ufficiali dei Ros. Prescritte le accuse a Brusca, uccise Falcone e il figlio di un pentito, il cui corpo fu sciolto nell'acido

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di Alberto Cosimo Ferro e l’Ateniese*

Qualcosa non quadra. Accade che in Sicilia, in Calabria, in Campania e in Puglia, nei santuari di ogni tipo di mafia, da Corleone a Napoli, le liste populiste hanno fatto un pieno di voti nelle ultime elezioni talmente totalizzante da rendere inutile il quesito a proposito di sapere chi e per conto di chi, hanno scelto di appoggiare le organizzazioni criminali. Sin qui, è tutto abbastanza chiaro. Il racket ha tagliato i ponti con gli antichi detentori del potere, bene o male lo Stato a trazione centro-destra o della coalizione allargata degli ultimi anni, con premier Monti, Renzi e in ultimo Gentiloni, la guerra alle mafie l’avevano fatta davvero e andavano, gli antichi detentori del potere, puniti e dunque abbandonati al loro destino. La mafia 4.0 ha solo un interesse, quello di curare i propri affari nel Sud, nel Nord Italia, in Europa. Il resto sono chiacchiere e distintivo. Per disarticolare e neutralizzare i vecchi nemici sono bastate le urne; kalashnikov, agguati, auto-bombe ed esplosivi non servono più. Vince dunque chi promette l’impossibile a masse crescenti di disoccupati e chi organizza campagne d’odio sistematiche contro l’estabilishment; vince chi, nel teorizzare la lotta allo Stato, ha in realtà una fame smodata di potere e poltrone; vince chi si fa professionista dell’anti-mafia, secondo la lucida analisi di Sciascia, usata come una clava per attaccare il cuore stesso dello Stato. 

FUORI DAL CORO

E qualche riflessione fuori dal coro la merita la conclusione del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, nel periodo storico in cui i boss di Palermo e dintorni, guidati dal generale pazzo Totò Riina, tentarono di sfidare lo Stato sulle orme di Pablo Escobar che, in Colombia, per abbattere il governo locale reo di contrastarlo e di volerlo estradare nelle carceri Usa, pianificava e realizzava spaventosi attentati contro la popolazione inerme, costati migliaia di morti. Anche in Italia accadde qualcosa del genere, con gli attentati del ’93, per fortuna in tono minore. E, come accade in ogni Paese del mondo, i vertici investigativi cercarono di creare una frattura nelle organizzazioni mafiose per fermare la strage di civili e il progetto di destabilizzazione del Paese. Si sa, è un lavoro sporco, che nessuno vorrebbe mai fare. Ma l’interesse della Patria, a volte, costringe a percorrere passi anche contro-corrente, in strade impervie. Ma oggi la magistratura, con la sentenza di primo grado nel processo sulla trattativa Stato-mafia ci racconta, dopo cinque anni di udienze, un’altra storia. Chi, in allora, evitò all’Italia di precipitare nel caos in stile sudamericano, rischia di finire in carcere. I giudici di Palermo hanno condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros dei carabinieri, i generali Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e Antonino Cinà, medico di fiducia di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, braccio destro di Mori, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella, cognato di Riina. Se la cava per prescrizione solo il pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci e colui che fece uccidere e sciogliere nell’acido il piccolo Santino Di Matteo. Si, proprio lui. Tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Avrebbero cercato di condizionare i governi di quegli anni con l’idea di evitare altre bombe e altre stragi bloccando l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Dei tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994, guidati prima da Giuliano Amato, dallo scomparso Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica e di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda.

CHI ESULTA E CHI ANCHE NO

Notare chi, alla condanna di uomini come i generali e gli ufficiali dei Ros, esulta. Il leader M5S Luigi Di Maio scrive su Twitter: "La trattativa c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità”. Poi il presidente della Camera, il grillino Roberto Fico: "Dopo cinque anni il Tribunale di Palermo ha posato la prima pietra su una delle pagine più dolorose della storia di questo Paese, quella di una trattativa fra lo Stato e la mafia sorta dopo la strage di Capaci. La giornata di oggi ha un valore civile e morale straordinario. Perché quando lo Stato riapre le proprie ferite per provare a stabilire la verità, quando giunge a condannare sé stesso, allora riacquista la forza, la dignità e la fiducia dei cittadini. Fare luce sulle pagine buie della nostra storia, ci permette di sentirci Stato, ritrovarci e andare avanti come comunità”. Magari, questo "essere e sentirci Stato", lo hanno trasmesso gli investigatori dei carabinieri che arrestarono Totò Riina, più che la trionfante retorica di queste ore su una sentenza assai controversa. 

Tenue e sottotraccia la replica del centro-destra. Maurizio Gasparri parla di "sentenza sorprendente contro chi ha combattuto la mafia",  mentre per  Niccolò Ghedini la decisione dei giudici è "sconnessa dalla realtà”. Silvio Berlusconi annuncia una querela contro il pm Di Matteo che accosta il suo nome a quello di Cosa Nostra, evidenziando che Marcello Dell'Utri fece da tramite tra il partito e la mafia."Assurdo e ridicolo accostare il mio nome alla vicenda della trattativa stato-mafia - dice l'ex premier -. I miei governi hanno sempre operato contro la mafia e hanno incrementato la pena del 41 bis”. L’ex ministro Nicola Mancino, unico assolto con formula, è “sollevato”. Secondo Pier Ferdinando Casini l'assoluzione dell'ex ministro degli Interni "è una soddisfazione di tutti i democristiani", "ristabilisce l'onore politico a una personalità di primo piano della Dc e ristabilisce la verità nella storia del nostro Paese". Per Pier Luigi Castagnetti, ex leader della Margherita, è "un atto dovuto" a "un combattente della mafia che ha sofferto cinque anni”. Si aspetta ancora il parere di Giuliano Amato e di quanti si identificavano con una limpida e specchiata figura politica come quella di Carlo Azeglio Ciampi, a loro volta trascinati nel fango. L’Italia è così, dopo le elezioni, c’è sempre una folla che si affanna a dare una mano al vincitore di turno.

*Analista e sociologo
Contro-tendenza
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